Donne e letteratura: 1964 lo scandalo del libro “La ragazza di nome Giulio” di Milena Milani


Il romanzo “La ragazza di nome Giulio” fu pubblicata nel 1964 dall’editore Longanesi dopo essere stato rifiutato da diverse altre case editrici. Lo scandalo fu quasi immediato: Siamo rimasti dolorosamente stupiti che una donna, una nostra italiana, abbia osato tanto, e che una casa editrice si sia prestata a lanciare nel mercato librario tanta turpitudine” (mensile la Madre).

Ne seguì un processo in cui l’autrice fu condannata a censura e sequestro del volume, centomila lire di multa e una condanna a sei mesi di reclusione per offesa al comune senso del pudore. Il mondo intellettuale, con in testa Giuseppe Ungheretti, si mobilitò in una battaglia in nome della libertà di espressione e dell’emancipazione e, nel 1967, Milena Milani fu assolta (“Gli spunti erotici si inseriscono armoniosamente nel tessuto narrativo e rispondono alle esigenze descrittive che il tema della donna condannata alla solitudine suggeriva e che sono state felicemente realizzate nell’unità poetica dell’opera”).

Mentre in Italia il libro era al bando, all’estero veniva più volte ristampato.

La sentenza da La Stampa del 9 aprile 1966 da LEGGERE ASSOLUTAMENTE (Notare il nome dell’AD di Longanesi: Mario Monti)

Il tribunale milanese spiega perché condannò Milena Milani La motivazione pubblicata ieri, a due settimane dalla sentenza. Il collegio si dichiara «convinto dell’assoluta mancanza di valori artistici» nel romanzo «La ragazza di nome Giulio». I giudici sono «oltremodo rammaricati di dover contenere la pena al di sotto di un anno di reclusione» (Dal nostro corrispondente) Milano, 8 aprile. La motivazione della sentenza di condanna inflitta a Milena Milani e al dott. Mario Monti, amministratore dell’editrice “Longanesi”, per il romanzo La ragazza di nome Giulio è stata depositata oggi alla cancelleria del Tribunale di Milano. La scrittrice e l’editore erano stati condannati il 23 marzo scorso a sei mesi di reclusione e 100 mila lire di multa ciascuno. «Non vi sono esitazioni disorta — è detto nella motivazione della sentenza, scritta dal giudice dottor Francesco Favia — a dichiarare pienamente fondata l’accusa, proclamando il libro osceno in senso tecnico-giuridico e a dichiarare assolutamente inapplicabile, allo stesso, la discriminante dell’opera d’arte ». Esaminando il contenuto dell’opera il dott. Favia scrive: “Va stigmatizzata la chiave morbosamente patologica in cui viene prospettata questa storia che con fredda, ma artatamente protratta e sessuale interpretazione, riduce a squallida vicenda, senza alcuna necessità o finalità artistica, una tranche de vie di una giovane emotiva, quanto negata, apparentemente, all’amore, vero e proprio; avide di premature e smodate esperienze pseudo-amorose, incline ai deliranti sofismi e alle lubriche divagazioni di una follia che l’autrice si sforza vanamente di rendere credibile, o raziocinarle, o considerabile come studio psicologico, o interpretazione d’ambiente, o opera sociale con pretese culturali. Non compete al Tribunale compiere un esame estetico del libro perché per questo visono critici, recensioni e giurie letterarie. In questa sede si deve affrontare la questionese l’opera sia caratterizzata o meno, da una oscenità così rilevante secondo il sentimento comune e, in senso tecnico-giuridico, da soverchiare o offuscare ogni suo ed eventuale contenuto artistico, sì da far concludere che l’arte, nel libro, sia limitata a funzione di contorno e ìncorniciamento duna interpretazione oscena, o invece gli episodi scabrosi siano in funzione solo accidentale e per effettiva necessità narrativa ». «Il collegio è convinto della assoluta mancanza di qualsiasi particolare valore artistico, o letterario, o culturale del libro », sottolinea il giudice, che più avanti precisa: « Comunque ogni eventuale pregio artistico e sommerso in una farragine confusa di episodi erotici, di rapporti carnali falliti o imperfetti sul piano pratico, ma inesistenti e inconcepibili in linea teorica. Il libro suscita nel lettore medio un senso di profondo scoramento morale, di ricorrente squallore umano ». A questo punto la motivazione analizza il personaggio della protagonista del libro. Essa « degenera ad un livello mostruoso e subumano caratterizzato da un infantilismo spirituale, da un narcisismo demente e da una frigidità quasi a vegetale. Niente giustifica il farneticare sconnesso o l’automatismo delirante di questo manichino che, alla cattiveria inconscia dell’infante, accoppia l’egocentrismo del rimbambito, edulcorato solo da una lascivia animalesca quanto sfrenata e oripilante. Per quanto riguarda l’editore il giudice osserva che la sua pubblicazione è «una inperdonabile leggerezza, e omissione di qualsiasi controllo». – La sentenza cosi conclude « Atteso il carattere veramente spregevole del libro, il Tribunale è oltremodo rammaricato di dover contenere la pena base al di sotto dell’anno di reclusione, pervenendo poi, con la concessione delle attenuanti generiche, essendo gli imputati incensurati, alla riduzione delle pene, in concreto, a sei mesi di reclusione e lire centomila di multa». Contro questa sentenza i legali della scrittrice e dell’editore hanno già fatto ricorso.

La trama del film realizzato nel 1970

Intervista con l’autrice:

Fonti:

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Il nuovo romanzo di Gabriele Prinelli
AVANTI E INDIETRO ovvero la congiura dei sagrestani – Loquendo editrice

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3 thoughts on “Donne e letteratura: 1964 lo scandalo del libro “La ragazza di nome Giulio” di Milena Milani

  1. Sì, è vero che suscita “scoramento umano”, ma nel senso di solitudine; era molto moderno, quel libro, altroché. Da quel che ricordo (l’ho letto diversi anni fa), la protagonista finiva col darsi agli uomini perchè era sola… a leggerlo ai giorni d’oggi, e a confrontarlo con GF & C, questo sembra un libro da suore.
    Magari non interessa a nessuno, ma io ho una cartolina del Giubbe Rosse firmata da Milena Milani. E guai a chi me la sciupa guardandola!

  2. Pingback: il tempo di leggere » Bloggando qua e là (12)

  3. Mario Monti di Longanesi nulla ha a che fare con l’ex premier che allora era un ragazzotto…Mio padre Salvatore La Villa e Aldo Bonomo difesero con successo la Milani in appello, che fu assolta con formula piena.

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