BERECCHE, LA GUERRA E… (Erba del nostro orto) di Luigi Pirandello


Pirandello

Il QUADERNO DI UN BIBLIOTECARIO ha letto per voi, in anteprima, la nuova edizione de “L’erba del nostro orto” di Luigi Pirandello, curata da Gemini Grafica Editrice. L’opera non più ripubblicata come volume a sé stante, ma sempre riproposta all’interno della più vasta raccolta de “Le novelle per un anno”, torna in libreria nel centenario della sua prima uscita e in occasione dei cento anni della Grande Guerra. Commedia e tragedia si mescolano, giocano e combattono nella brillante narrazione del premio nobel: il dramma è accompagnato dal sorriso e la comicità ha come sfondo la miseria umana. Una piacevole lettura in compagnia di uno dei più grandi narratori italiani.

Contenuto della raccolta.

Sono trascorsi 100 anni da quel 1915, anno di guerra, in cui Luigi Pirandello pubblicò questa raccolta di novelle. I protagonisti dei racconti sono: l’ingegnoso Bonaventura Camposoldani, sagace sfruttatore dello stato, il cavaliere Decenzio Cappadona amato sindaco-padrone e sosia del re, il liberale Marco Meola immolatosi a modo suo per i propri concittadini, il monsignore Landolina pronto all’usura purché sia per carità e l’esterofilo Berecche estimatore incompreso della cultura tedesca. In essi, il lettore riconoscerà, benché sia trascorso un secolo, lo schietto spirito italiano e non potrà che esclamare: essi sono l’erba del nostro orto.

Il libro

Collana: 1914-1918
pp. 186 – brossura
ISBN: 978-88-97742-29-6
prezzo di copertina: 13,90 €

Uscita: Ottobre 2014

Distribuzione (Dem, Li.Bro.Co.)

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Come nasce una scumegna (soprannome) secondo Alberto Cantoni


Alberto Cantoni

Alberto Cantoni

… in campagna si profitta volontieri di qualche difetto per distinguere meglio una persona dall’altra. Né questo uso può dirsi affatto mancante di qualche ragione. Mettiamo che ci sieno sei Antonii in un villaggio; come si fa a identificarli alla spiccia tutti sei, dove i pochissimi cognomi abbracciano per solito parecchie famiglie per ognuno, e dove tutti si conoscono davvicino e si nominano continuamente? Il più tarchiato si chiamerà Tognone, il più esile Tonino, e il mezzano Tognetto. Restano tre. Uno o due di costoro, in mancanza di soprannomi, dovranno rinunziare alla loro dignità di padri di famiglia per mutarsi, dal nome e delle apparenze della moglie, in «quel della rossa» o in «quel della Cecchina», e l’ultimo, per piccolo difetto che abbia, lo vedrà tosto mutato in nome. E pazienza ancora se si contentassero di chiamarlo così quando è lontano, ma no, ci si abituano tanto da avviare il discorso con un «senti, monco» ovvero con un «ascolta, guercio», come se fosse la cosa più liscia e naturale del mondo. Eppure questa, come tutte le usanze di quaggiù, ha il suo lato buono anch’essa, ed è che l’uomo, il quale si senta chiamare a quel modo dalla mattina alla sera, termina spesso col non badarvi più, ed incurante della espressione ricorda assai meno anche il difetto espresso.

Tratto dal racconto Bastianino (1877)

546 lettura finita – I racconti del mio orto di Francesco Chiesa


Francesco Chiesa - Racconti del mio orto

Francesco Chiesa – Racconti del mio orto

Per gli amanti dell’orto, una raccolta di racconti imperdibili. Francesco Chiesa tra pomidoro, fagioli, piselli e insalate ci propone una serie di piacevolissime e ben scritte novelle di paese. La morale di ogni capitolo è una metafora tratta dal ritmo delle stagioni e dal conseguente sviluppo vegetativo della rigogliosa natura che circonda Villa Flavia, il luogo ove vive il nostro ortolano-contabile-filosofo. Con sua figlia Mira (una ragazzona di poche parole), la pungente vicina di casa Dirce e la miriade di curiosi personaggi che, per un motivo o per l’altro, si trovano a passare dal suo appezzamento di terra, Chiesa ci narra gustosi sprazzi di vita campestre della Svizzera Italiana. L’opera dispensa perle di saggezza popolare, diversi sorrisi e segreti per migliorare il proprio orticello.

Il critico Pio Fontana scrisse:

Ha dato inizio a una stagione nuova nella cultura della Svizzera italiana, che, dopo gli interessi quasi esclusivamente politici dell’Ottocento, si rivolge alla poesia e alla letteratura con la coscienza precisa della propria condizione e di certi valori da recuperare e da difendere.

Voto: 9/10

CURIOSITA’

  • Francesco Chiesa visse ben 102 anni.
  • Fu, tra altre occupazioni, conservatore artistico tra il 1909 e il 1959, in qualità di presidente della Commissione cantonale dei monumenti storici ed artistici.

SCHEDA DEL LIBRO

Autore principale: Chiesa, Francesco <1871-1973>
Titolo: Racconti del mio orto / Francesco Chiesa
Pubblicazione: Milano : A. Mondadori, 1929
Descrizione fisica: 236 p. ; 19 cm.

Sarà che siamo vivi di Ilaria Zoncada – Giovane Holden Edizioni


Ilaria

Presento oggi, il lavoro di un’amica de IL QUADERNO: Sarà che siamo vivi di Ilaria Zoncada, Giovane Holden Edizioni.

Nove racconti che affrontano altrettante tematiche, all’apparenza senza alcun nesso logico fra di loro tanto che procedono su binari paralleli sino alla fine della raccolta quando l’Autrice con un piacevole espediente narrativo riannoda i fili e mostra il puzzle ricomposto sotto gli occhi dell’affascinato lettore.
Alla sua prima prova narrativa, Ilaria Zoncada, dimostra un’ottima tecnica caratterizzata da grande fluidità nelle descrizioni e una assoluta originalità nello stile e nel linguaggio. Di racconto in racconto si dipana una sorta di viaggio sentimentale il cui senso ultimo è dato dalla somma dei sentimenti dei personaggi che lo compiono. Alisanne giovane donna che al termine del suo viaggio scopre il valore della libertà; l’uomo che ha ferito Alisanne; una ragazzina buffa che si diverte a porre domande all’apparenza insensate alle persone che incontra per la strada; un anziano che si fa accompagnare da un bambino su una collina, dove si ferma a raccontargli i suoi ricordi; una ragazza seduta su una spiaggia in attesa di chissà cosa; tre uomini che discutono di futili cose; un uomo e una donna non più giovani che si scambiano lettere; giovani donne accusate di stregoneria a Triora nel 1500. Chiude il cerchio di nuovo lei, Alisanne nelle vesti di voce narrante. Una raccolta indimenticabile.

ILARIA ZONCADA

Ilaria_Zoncada

È nata a Lodi il 18 dicembre 1984. Vive a Melegnano, in provincia di Milano.
Ha frequentato le scuole superiori presso il liceo scientifico del suo paese e nel 2009 si è laureata all’Universita Cattolica del Sacro Cuore di Milano nella facoltà di Lingue e letterature straniere, con una tesi nel campo della sociologia della letteratura. Attualmente svolge il lavoro saltuario di insegnante di inglese nella scuola primaria.
Oltre alla scrittura, sua grande passione, ha altri interessi quali: piante e fiori, proprietà delle erbe e rimedi naturali, tutela degli animali e dell’ambiente. Tra i suoi hobby: lettura, fotografia, disegno (compresi i tatuaggi), decoupage.
Sara che siamo vivi è la sua prima prova narrativa.

Rimedi d’altri tempi!


Facce allegre di Adolfo Albertazzi

Tratto da “Facce allegre” di Adolfo Albertazzi, Fratelli Treves Editori, 1921:

Pelaguzzi, in primavera, ammalò. E Botti, che aveva idee anche in medicina e sosteneva che i migliori medici sono le bestie, e che i cani e gatti quando hanno la febbre stanno al sole per sudar con la lingua ed eliminare microbi e veleni, lo caricava di cuscini e coperte e giacche e pastrani intimandogli: – Suda! -. Il disgraziato per poco non andò tutto in sudore. E fu salvo.

Adolfo Albertazzi

Fu discepolo, amico e biografo di Giosuè Carducci. Fu insegnante a Mantova, a Foggia ed infine all’istituto Pier Crescenzi di Bologna. Narratore fecondo, vide la sua opera esaltata da alcuni e criticata da altri. Di lui Papini scrive “uno dei pochi prodigi della vivente letteratura italiana”; Luigi Russolo giudica “Narratore ricco di ingegno e di cultura e di nobilissime intenzioni, ma povero di temperamento”. CONTINUA

539 lettura – Il tappeto verde di Vasco Pratolini


La copertina della prima rara edizione del libro

La copertina della prima rara edizione del libro

L’opera prima di Vasco Pratolini, pubblicata nel 1941, è una raccolta di racconti. Vi si possono trovare le fondamenta dei romanzi successivi dell’autore fiorentino, anche se, leggendo questi brevi brani, ho faticato a ritrovare lo stile di Pratolini che ho già affrontato nelle sue opere maggiori. Sono ricordi d’infanzia e di giovinezza, storie di vita vissuta in quelle strade che fecero poi la sua fortuna. La conversazione introduttiva del libro mi è parsa… confusa.

Voto: 7/10

Contenuto

Giochi di ragazzi, primi amori, inquietudini per la guerra incombente: su questi temi si muove l’opera che segnò l’esordio narrativo di Pratolini. Libro trasparentemente autobiografico conserva intatto il suo valore e fascino di testimonianza generazionale. E’ il racconto tenero e turbato, affettuoso e crudele di una adolescenza e di una città, la Firenze degli anni trenta, nel loro fitto intreccio di consonanze e contrasti.

L’autore

Pratolini ha svolto diversi mestieri, tra cui tipografo, venditore ambulante, barista, ed è stato un autodidatta. Legge inizialmente Dante e Alessandro Manzoni, poi Jack London, Charles Dickens, Mario Pratesi, Federigo Tozzi, e cresce in un ambiente letterario fiorentino influenzato dalla rivista Solaria e dai movimenti cattolici francesizzanti. Continua

Scheda del libro

Autore principale: Pratolini, Vasco
Titolo: Il tappeto verde / Vasco Pratolini
Edizione: 1 ed
Pubblicazione: Editori Riuniti
Descrizione fisica: 78 p.  ; 19 cm.
Collezione: I David

Suggestioni macchiaiole volume 1


Raccolgo, in questo articolo, la prima raccolta delle mie suggestioni macchiaiole.

UNO

Vincenzo Cabianca, 1882

Vincenzo Cabianca, 1882

Alla villa, i rintocchi giungevano affievoliti per la lunga traversata della valle; benché smorzati, tuttavia, gli abitanti del luogo li potevano computare per stabilire l’ora.

Paolo, il figlio del giardiniere, aveva smesso le braghe corte da tempo. Se i suoi parenti ancora non lo consideravano un adulto, comunque non gli si rivolgevano più come se fosse un ragazzo. Era in quell’età, a metà via, tra la fanciullezza e la maturità, ma per il suo contegno era più prossimo a quest’ultima piuttosto che all’altra.

Lavorava insieme al padre nel parco della villa, sita sulla sommità del poggio: una lussuosa dimora isolata dal resto del mondo. Come tutti i dipendenti del signore, sgobbava dall’alba al tramonto e si recava in paese, sul versante opposto della conca, solamente in occasione delle feste comandate.

Si incontrarono per la prima volta a Pasqua. La chiesa era gremita, come accadeva soventemente per le liturgie fastose, e di conseguenza la severa disposizione, che prevedeva la navata di sinistra riservata alle donne e quella di destra agli uomini, non era osservata, specialmente in fondo.

Laura, terza di un nugolo di fratelli, figlia di una sarta e di un vecchio mugnaio, era una bella giovane. Trovò posto accanto all’ultima colonna, a pochi passi da Paolo. Un fascio di luce primaverile, che cadeva di sbieco da una vetrata a lato dell’altare, le illuminava il piacevole viso.

Si piacquero fin da subito e le timorose occhiate, che si scambiarono furtivamente durante la lunga funzione, si trasformarono in timide parole sul sagrato. Da quel fortuito convegno, sbocciò un amore puro e ideale, figlio della loro natura di sognatori.

Ogni giorno, da quel dì, Paolo porgeva l’orecchio al lontano campanile e, all’udire del triplice tocco, abbandonava i ferri del mestiere per correre al parapetto lungo la carreggiabile. Nell’ora più calda del dopo meriggio, si assideva alla generosa ombra di un palo di mattoni scalcinati ingentilito da una rigogliosa edera, le cui verdi foglie vibravano per il vento. Allo stormire della fronda, solleticata dalla brezza salmastra risalente dal mare – gli rammentava lo sciabordio della piccola onda contro gli scogli -, Paolo scrutava la virente collina innanzi a lui. Con gli occhi della mente, che più potevano della sua vista, fissava le bianche case abbarbicate allo scosceso pendio che, con le loro finestre spalancate, parevano ricambiargli l’affettuoso sguardo.

Allora, vedeva agitarsi, così credeva, un minuscolo panno colorato e, con il cuore in subbuglio, rispondeva al saluto sventolando, a sua volta, il misero moccichino.

Laura e Paolo rinnovavano, in tal guisa, quotidianamente, la bontà del loro sentimento in attesa della felice domenica che li avrebbe riuniti per alcune ore.

© Gabriele Prinelli, 2013 (gprinelli@gmail.com)

DUE

Orto a Castiglioncello - Borrani

Orto a Castiglioncello di Odoardo Borrani

Una vera fortuna pensò, mentre, dalla rinfrancata voce di Maria, ascoltava le ultime righe della lettera.

Umberto, da diverse settimane, mancava da Castiglioncello. Era, infatti, precipitosamente partito l’indomani della Pasqua, non appena ricevuto il drammatico telegramma. Avevano, addirittura, usato il telegrafo: da Firenze a Livorno, il breve testo era stato trasmesso in un baleno e dopo poche ore – giusto il tempo necessario per percorrere la strada che divideva la città dal luogo di destinazione – il dispaccio era già tra le mani del farmacista, che gliene svelò il contenuto: “Maria grave. Vieni.”

Sua sorella era, dunque, ammalata e la scarna notizia, recapitata così urgentemente, aveva turbato profondamente il povero contadino.

Raccolse in un fagotto pochi vestiti e infilò nella tasca segreta della cintura il Francescone d’argento – che serbava per le emergenze in un nascondiglio della cucina – e venti Paoli. Passò, poi, dal cugino Giovanni per raccomandargli le cinque galline che possedeva e il suo bell’orto, il migliore del borgo, in cui principiavano a verdeggiare le primizie.

Maria lottò con il morbo fino ai primi di giugno, quando, improvvisamente, una mattina si destò sfebbrata. Cominciò allora una lunga convalescenza. Umberto riceveva, sporadicamente, alcune missive da Giovanni che, oltre a domandargli di Maria, lo informavano circa la vita del paese natio, tacendogli però le sorti delle sue amate verdure.

La vera fortuna era stata la pioggia che, in quei mesi, a intervalli regolari, era caduta a irrigare la terra, supplendo in tal modo alle note mancanze di Giovanni, uomo poco portato per i lavori manuali e ancor meno per quelli agricoli.

Partì da Firenze con il primo treno del giorno, sotto una coperta di nembi gravidi di tempesta. Avvicinandosi al mare, l’orizzonte rischiarò e, prima di Livorno, un pallido sole fece capolino tra le nuvole sfilacciate. A Castiglioncello, trovò il cielo azzurro velato qua e là da altissimi cirri lucenti come seta.

Aprì l’uscio di casa e fu investito dal tanfo stantio di chiuso. Spalancò le finestre e lasciò che la calda brezza di luglio penetrasse nelle stanze, sollevando gentilmente la polvere dai pavimenti e facendo ondeggiare le ragnatele negli angoli. Dal limine sul retro, osservò l’orto racchiuso tra l’imponente muro scalcinato di ponente e quello più basso e biancheggiante di tramontana. Camminò sconsolato nella folta e soffice erba che, per mesi, nessuno aveva sradicato. Compianse i cespi delle insalate soffocati dalla gramigna e guardò mesto le frasche che, lui stesso, aveva preparato per le specie rampicanti: erano rovinate per la sferza dei temporali e i legumi e i pomidoro maturavano aggrovigliati tra di loro.

Il sole cocente lo spinse a cercare riparo all’ombra dell’alta parete, che si proiettava sulle prose più prossime. Si fermò, però, al centro dello stretto sentiero; inspirò l’odore della terra a lui tanto cara e, solo in quell’istante, si accorse del profondo silenzio della campagna interrotto dal canto delle cicale e dal frinire dei grilli, invisibili negli erbai. Non erano più lo strepito delle carrozze sui selciati, il brusio incessante delle folle e nemmeno le urla dei mercanti. Era la pace del suo orto: era, finalmente, tornato a casa.

© Gabriele Prinelli, 2013 (gprinelli@gmail.com)

TRE

Vincenzo Cabianca, Marina con torre diroccata, 1870

Vincenzo Cabianca, Marina con torre diroccata, 1870

Il tonfo del bastone sul selciato, sbalzato dai muri scrostati, rimbomba nella viuzza adombrata, dove il sole mai è penetrato. Al tocco, annunciato dallo scricchiolio della malconcia porta dai cardini arrugginiti, esce dalla sua stamberga e, zoppicando, scende alla marina.

Veste il solito poncho sdrucito sopra il camiciotto di panno e i pantaloni di fustagno malamente rattoppati. Sul capo calvo, porta un berretto stinto, un tempo di colore rosso.

La pietosa scena si ripete identica quotidianamente, che ci sia il cielo terso oppure che piova a dirotto. Muta, allora, solamente nell’abito che, nei giorni uggiosi, si ammanta con la cerata, per proteggersi dall’umidore.

Sono passati due lustri ma, per le profonde rughe e l’aspetto rassegnato di chi ormai non ha speranza, diremmo che di anni, per lui, ne sono trascorsi almeno venti.

Partirono in mille dallo scoglio di Quarto, la sera del 5 maggio. Quanta gioventù e quanto entusiasmo a bordo del Piemonte e del Lombardo; che imprese, il tumultuoso sbarco a Marsala e la faticosa marcia fra le colline dell’agro segestano; quale esaltazione alla vigilia della presa di Palermo: tutti ricordi sbiaditi.

Fu a Porta Sant’Antonino che terminò la sua giovinezza, quando una palla borbonica lo colpì alla schiena. Moribondo, fu lasciato indietro dai suoi compagni diretti in continente; convalescente, fu abbandonato dall’Italia, dimentica dei suoi servigi e del suo generoso sacrificio.

Eccolo, anche oggi, raggiungere il piatto masso ai piedi della torre diroccata, sotto la nuvolaglia che tristemente si specchia nel mare.

Sosterà in quel luogo fino all’imbrunire, immobile come se fosse lui stesso parte della lingua di terra e rovina del rudere, perduta la mente nella risacca dell’onda infrantasi contro la roccia. Alza gli occhi, di tanto in tanto, per osservare vacuamente il promontorio azzurrato dalla foschia, poi, come se la testa gli pesasse oltremodo, china nuovamente lo sguardo all’acqua. Un granchio, con le chele in continuo movimento, gli tiene talvolta compagnia, facendo capolino tra le spume bianche.

Unicamente il fischio del piroscafo fumigante all’orizzonte lo scuote dal torpore e, se in quell’istante potessimo vederlo, ci accorgeremmo di una  smorfia simile a un sorriso, scintilla di vita su quel volto inebetito, e di una lacrima sulla irsuta gota.

© Gabriele Prinelli, 2013 (gprinelli@gmail.com)

QUATTRO

Il Lattaio di Piagentina di Giuseppe Abbati (1864)

Il lattaio di Piagentina di Giuseppe Abbati, 1864

Le cicale frinenti, incuranti del cigolio delle ruote, zittirono allo sbuffo dell’uomo.

Si fermò a metà dell’ascesa, sebbene la strada non fosse particolarmente ripida. Non gli era mai accaduto, fino alla primavera appena trascorsa, di dover sostare a riposare. Solamente quando ritornava con il greve carico di carbone, gli era capitato, talvolta, di rallentare il passo dopo il ponte sul torrente, dove la callaia era, per un breve tratto, malagevole. In quel punto, l’acqua fluiva all’Arno rabbiosamente tra i grossi massi e tra i lisciati sassi scivolati dalla collina da un tempo immemore. Era il canto del ruscello, ancor prima del familiare profumo di papaveri e fiordalisi, che adornavano il sentiero della valletta, ad annunciargli la lieta novella di essere prossimo a casa.

***

Usciva ogni dì prima dell’alba e, con l’impalpabile luce delle stelle o con il chiarore della benevola luna o con la fitta tenebra di una notte coperta di nuvole, rotta soltanto dal fioco lume della lucerna, scendeva in città, spingendo una carretta carica di latte munto dalle sue vacche pascolanti i teneri erbaggi. Percorreva le vie del mercato e le contrade lungo il fiume, riempiendo, fin che ne aveva, le brocche delle massaie e delle governanti, e chiacchierando con chi, conoscendolo, gli domandava notizie dai colli.

Con le lire in tasca, diventava lui stesso compratore, per procurarsi quanto non gli offriva la sua generosa terra: da vestire, da calzare e un bicchiere nel trambusto dell’osteria. Il suo cruccio era la solitudine: vedovo da tempo e con i figli, ormai grandi, lontani dal tetto natio, era rimasto l’ultimo ad abitare la grande casa del poggio.

***

Ritornando, discorreva ad alta voce, dialogando con la natura d’intorno: rispondeva alla brezza che sussurrava tra le chiome dei lecci e tra gli arbusti di lentisco; replicava il verso alla beccaccia e alla starna. Osservava, camminando, le tracce del cinghiale e della volpe perdersi nel bosco e, infine, porgeva l’orecchio al campanaccio delle sue bestie alla pastura. Al suono fesso, echeggiava il lontano campanone di Santa Maria che, con le sorelle minori, batteva l’ora.

Era giorno di Scirocco e il paesaggio aveva inaspettatamente cangiato d’aspetto: il cielo, la strada, il caseggiato e persino il sole avevano il colore della rena del deserto. Sospirò, e, asciugandosi il sudore con la manica della camicia, entrò nell’ombrosa stalla. Ripose gli attrezzi e prima di dirigersi al desco, guardò il grano biondeggiante ondeggiarre per le umide carezze del vento caldo d’Africa.

CINQUE

Cabianca spiaggia a viareggio

Vincenzo Cabianca – Spiaggia a viareggio, anni ’70 dell’800

La furia della tempesta scosse la nostra povera casa per un’intera settimana. Il mugghio dei flutti, che s’infrangevano con violenza sulla riva, e l’ululato del vento, che correva nelle strette vie del borgo, incutevano timore.

Le impannate, sotto la sferza del Libeccio, tremavano come se anch’esse fossero sbigottite di fronte a tanta forza, e la piova, che incessabilmente picchiettava contro la tela, penetrava dalle fessure, macchiando d’umido il muro scrostato.

Da due giorni, ospitavamo i nipoti di nostra madre, allontanati dalla loro abitazione, sita alla foce del torrente gonfio di acque limacciose del lago Massaciuccoli. Vivevamo costretti in un’angusta stanza e la presenza dei cugini, che in altri momenti sarebbe stata occasione di giochi e grida festose, complice il cattivo tempo, fu causa di noie e di pianti.

L’orizzonte cominciò a schiarire fin dall’alba e, appena svegli, ci accorgemmo che le raffiche erano meno impetuose e la pioggia terminata. La striscia di luce, che lentamente aveva sospinto le nubi verso l’entroterra, era ormai prossima alla costa e un pallido sole spuntò tra gli alti nembi. Una placida tramontana quietò il Tirreno che, stanco per il gran lavorio della libecciata, si ritirò alla consueta battigia.

Nel tardo pomeriggio, ci recammo alla spiaggia con i nostri genitori, per controllare le condizioni del capanno dei pescatori. Lo trovammo malconcio, ma ancora al suo posto. Il mare, che ancora portava i segni della burrasca, s’indorava all’approssimarsi del vespro e le ombre s’allungavano senza fine sulla rena. Il garrito dei gabbiani riempiva la quiete e mentre con mia sorella raccoglievo conchiglie e ramaglie abbandonate dalla mareggiata, vedemmo in lontananza un uomo con il volto celato da una tavoletta di legno appoggiata a un treppiede. Il suo capo, di tanto in tanto, sbucava da quell’arnese piantato nella sabbia; teneva un pennello nella destra e una tavolozza nella sinistra. Chiedemmo a papà di poterlo avvicinare, per curiosare cosa stesse dipingendo. Il babbo, voltandosi, riconobbe il pittore e ci raccomandò, girandogli attorno, di non importunarlo.

Quando fummo a pochi passi da lui, ci salutò e, con un cenno, ci invitò a guardare la sua opera. Rimanemmo sbalorditi. Innanzi ai monti velati, alle acque scintillanti e al casotto ove vi erano i nostri parenti, c’eravamo io e Lina: lei con la pezzuola rossa a raccoglierle i capelli e il cestino al braccio, e io, al suo fianco, che mi trascinavo appresso una frasca.

L’incanto fu bruscamente interrotto dal richiamo di mamma: era il momento di ritornare all’abituro.

Rivedetti il dipinto venti anni dopo, appeso nella sala di un caro amico. Sorrisi, ma lui non ne comprese il motivo.

© Gabriele Prinelli, 2013 (gprinelli@gmail.com)

***

Chi sono i macchiaioli?

Il movimento dei Macchiaioli nasce di fatto nel 1856, affermando che la forma non esiste, ma è creata dalla luce, come macchie di colore distinte o sovrapposte ad altre macchie di colore, perché la luce, colpendo gli oggetti, viene rinviata al nostro occhio come colore.

Il termine macchiaioli venne usato per la prima volta sulla Gazzetta del Popolo nel 1862.

I giovani pittori proveniente dalle esperienze della guerra che gli italiani avevano combattuto per l’Unità d’Italia, avvertivano, impellente, la necessità di confrontare il loro lavoro artistico con i cambiamenti artistici in ambito europeo, soprattutto con quanto stavano facendo i pittori in Francia.

Molti furono i pittori italiani che lavorarono in questo senso, ma questo è l’unico movimento che merita  il nome di scuola, sia per la comunità di intenti che legava i componenti del gruppo provenienti da diverse regioni e tradizioni artistiche, sia per l’alta qualità complessiva dei risultati pittorici raggiunti. Tratto da: http://www.settemuse.it/arte/corrente_macchiaioli.htm

*****

Arriva il 18 novembre… IL CANE DEL SANTO

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Suggestioni macchiaiole / 3


Vincenzo Cabianca, Marina con torre diroccata, 1870

Vincenzo Cabianca, Marina con torre diroccata, 1870

Il tonfo del bastone sul selciato, sbalzato dai muri scrostati, rimbomba nella viuzza adombrata, dove il sole mai è penetrato. Al tocco, annunciato dallo scricchiolio della malconcia porta dai cardini arrugginiti, esce dalla sua stamberga e, zoppicando, scende alla marina.

Veste il solito poncho sdrucito sopra il camiciotto di panno e i pantaloni di fustagno malamente rattoppati. Sul capo calvo, porta un berretto stinto, un tempo di colore rosso.

La pietosa scena si ripete identica quotidianamente, che ci sia il cielo terso oppure che piova a dirotto. Muta, allora, solamente nell’abito che, nei giorni uggiosi, si ammanta con la cerata, per proteggersi dall’umidore.

Sono passati due lustri ma, per le profonde rughe e l’aspetto rassegnato di chi ormai non ha speranza, diremmo che di anni, per lui, ne sono trascorsi almeno venti.

Partirono in mille dallo scoglio di Quarto, la sera del 5 maggio. Quanta gioventù e quanto entusiasmo a bordo del Piemonte e del Lombardo; che imprese, il tumultuoso sbarco a Marsala e la faticosa marcia fra le colline dell’agro segestano; quale esaltazione alla vigilia della presa di Palermo: tutti ricordi sbiaditi.

Fu a Porta Sant’Antonino che terminò la sua giovinezza, quando una palla borbonica lo colpì alla schiena. Moribondo, fu lasciato indietro dai suoi compagni diretti in continente; convalescente, fu abbandonato dall’Italia, dimentica dei suoi servigi e del suo generoso sacrificio.

Eccolo, anche oggi, raggiungere il piatto masso ai piedi della torre diroccata, sotto la nuvolaglia che tristemente si specchia nel mare.

Sosterà in quel luogo fino all’imbrunire, immobile come se fosse lui stesso parte della lingua di terra e rovina del rudere, perduta la mente nella risacca dell’onda infrantasi contro la roccia. Alza gli occhi, di tanto in tanto, per osservare vacuamente il promontorio azzurrato dalla foschia, poi, come se la testa gli pesasse oltremodo, china nuovamente lo sguardo all’acqua. Un granchio, con le chele in continuo movimento, gli tiene talvolta compagnia, facendo capolino tra le spume bianche.

Unicamente il fischio del piroscafo fumigante all’orizzonte lo scuote dal torpore e, se in quell’istante potessimo vederlo, ci accorgeremmo di una  smorfia simile a un sorriso, scintilla di vita su quel volto inebetito, e di una lacrima sulla irsuta gota.

© Gabriele Prinelli, 2013 (gprinelli@gmail.com)

Vincenzo Cabianca

Cabianca iniziò a dipingere nella natia Verona, continuando poi presso l’Accademia di Venezia e dal 1851 a Milano sotto la guida e l’influenza diDomenico Induno.
Pur essendo a stretto contatto con Telemaco Signorini e Odoardo Borrani dal 1853 (anno in cui si trasferì a Firenze anche per sottrarsi alla persecuzione della polizia austriaca per i suoi ideali patriottici [1]) fino al 1855 dipinse soprattutto interni.

Solo nel 1858 aderì completamente alla poetica dei Macchiaioli, evidenziandosi per il marcato gusto chiaroscurale. Assieme a Cristiano Banti effettuò nel biennio 1959-1960 una lunga serie di studi nella località di Montemurlo, nelle vicinanze di Prato. In questo periodo le sue opere più emblematiche furono il Porcile e la Donna con un porco contro il sole, rilevanti per l’elemento realistico del soggetto ed i giochi di luce. Continua…

Suggestioni macchiaiole / 2


Orto a Castiglioncello - Borrani

Orto a Castiglioncello di Odoardo Borrani

Una vera fortuna pensò, mentre, dalla rinfrancata voce di Maria, ascoltava le ultime righe della lettera.

Umberto, da diverse settimane, mancava da Castiglioncello. Era, infatti, precipitosamente partito l’indomani della Pasqua, non appena ricevuto il drammatico telegramma. Avevano, addirittura, usato il telegrafo: da Firenze a Livorno, il breve testo era stato trasmesso in un baleno e dopo poche ore – giusto il tempo necessario per percorrere la strada che divideva la città dal luogo di destinazione – il dispaccio era già tra le mani del farmacista, che gliene svelò il contenuto: “Maria grave. Vieni.”

Sua sorella era, dunque, ammalata e la scarna notizia, recapitata così urgentemente, aveva turbato profondamente il povero contadino.

Raccolse in un fagotto pochi vestiti e infilò nella tasca segreta della cintura il Francescone d’argento – che serbava per le emergenze in un nascondiglio della cucina – e venti Paoli. Passò, poi, dal cugino Giovanni per raccomandargli le cinque galline che possedeva e il suo bell’orto, il migliore del borgo, in cui principiavano a verdeggiare le primizie.

Maria lottò con il morbo fino ai primi di giugno, quando, improvvisamente, una mattina si destò sfebbrata. Cominciò allora una lunga convalescenza. Umberto riceveva, sporadicamente, alcune missive da Giovanni che, oltre a domandargli di Maria, lo informavano circa la vita del paese natio, tacendogli però le sorti delle sue amate verdure.

La vera fortuna era stata la pioggia che, in quei mesi, a intervalli regolari, era caduta a irrigare la terra, supplendo in tal modo alle note mancanze di Giovanni, uomo poco portato per i lavori manuali e ancor meno per quelli agricoli.

Partì da Firenze con il primo treno del giorno, sotto una coperta di nembi gravidi di tempesta. Avvicinandosi al mare, l’orizzonte rischiarò e, prima di Livorno, un pallido sole fece capolino tra le nuvole sfilacciate. A Castiglioncello, trovò il cielo azzurro velato qua e là da altissimi cirri lucenti come seta.

Aprì l’uscio di casa e fu investito dal tanfo stantio di chiuso. Spalancò le finestre e lasciò che la calda brezza di luglio penetrasse nelle stanze, sollevando gentilmente la polvere dai pavimenti e facendo ondeggiare le ragnatele negli angoli. Dal limine sul retro, osservò l’orto racchiuso tra l’imponente muro scalcinato di ponente e quello più basso e biancheggiante di tramontana. Camminò sconsolato nella folta e soffice erba che, per mesi, nessuno aveva sradicato. Compianse i cespi delle insalate soffocati dalla gramigna e guardò mesto le frasche che, lui stesso, aveva preparato per le specie rampicanti: erano rovinate per la sferza dei temporali e i legumi e i pomidoro maturavano aggrovigliati tra di loro.

Il sole cocente lo spinse a cercare riparo all’ombra dell’alta parete, che si proiettava sulle prose più prossime. Si fermò, però, al centro dello stretto sentiero; inspirò l’odore della terra a lui tanto cara e, solo in quell’istante, si accorse del profondo silenzio della campagna interrotto dal canto delle cicale e dal frinire dei grilli, invisibili negli erbai. Non erano più lo strepito delle carrozze sui selciati, il brusio incessante delle folle e nemmeno le urla dei mercanti. Era la pace del suo orto: era, finalmente, tornato a casa.

© Gabriele Prinelli, 2013 (gprinelli@gmail.com)

Odoardo Borrani

Borrani nacque a Pisa da David Borrani e Leopolda Ugolini. Nel 1840 si trasferì a Firenze e fu avviato dal padre alla pittura. Allievo all’Accademia di Firenze, orientato inizialmente verso una pittura di storia con forti rimandi al Quattrocento fiorentino. Studiò sotto la guida di Bianchi e Pollastrini. Nel 1853 ai tavoli del Caffè dell’Onore, in Borgo la Croce, conobbe Telemaco Signorini con il quale nel 1859 partì volontario per le guerre di unificazione d’Italia. CONTINUA

527 lettura finita (28/VI anno) – Racconti Lombardi dell’ultimo ottocento


Lettura di agosto 2012

Per gli amanti della letteratura dell’800 e del XIX secolo in generale una pubblicazione da non perdere. Racconti che ricostruiscono, attraverso la narrazione, i modi di vivere di un’epoca vicina e spesso già dimenticata. Lettura utilissima per capire come era la Lombardia poco più di cento anni fa.

Voto: 8,5/10

Plus

L’ambientazione.

Minus

La struttura della frase, ogni tanto, devvero ottocentesca.

Quale lettore

L’appassionato del XIX secolo.

Trama

Raccolta delle migliori pagine di narrativa di autori appartenenti alla Scapigliatura milanese e di altri scrittori, quali De Marchi, Verga e Fogazzaro, accomunati agli autori scapigliati dall’esperienza di vita milanese dagli anni Sessanta agli anni Novanta dell’Ottocento.

Scheda del libro
Autore principale: AA.VV.
Titolo: Racconti Lombardi dell’ultimo ottocento / AA.VV
Pubblicazione: Napoli : Lampi di stampa, 2003
Descrizione fisica: 283 p.
Nomi: [Autore] Mastriani, Francesco

Collegamenti utili per capire meglio il libro (alcuni autori presenti nel libro)

Iginio Ugo Tarchetti

Carlo Dossi

Camillo Boito

Arrigo Boito

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Il Cane del santo di Gabriele Prinelli
Romanzo E-book completamente gratuito (pdf, epub e mobi)
Clicca qui per scaricare il libro digitale per il tuo e-reader

La prima volta…


… in biblioteca.

Segnalo questa simpatica iniziativa della biblioteca di Breda (Tv).

Leggiamo cosa scrivono sul loro blog: “Cogliendo il buon suggerimento di uno dei nostri affezionati lettori a commento del post “La notte delle biblioteche”, creiamo un post ad hoc per dare ai lettori la possibilità di condividere il racconto del loro approccio e del loro attuale rapporto con la/e biblioteca/che.
La biblioteca non conserverà quindi soltanto libri, ma, virtualmente, anche il vostro ricordo e le vostre emozioni nei suoi confronti.
Non siate timidi…”.

Qui si possono leggere le prime volte: http://bibliobreda.blogspot.com/2011/11/biblioteca-che-scoperta-storia-e-storie.html

Che dire? Un popolo di scrittori come il nostro… non può farsi sfuggire un’occasione come questa.

448 letture finita (33/V anno) – 40 storie di Piero Chiara


Lettura di Novembre 2010

Per Elzeviro s’intende l’articolo giornalistico non di cronaca e di solito di una certa raffinatezza letteraria. In questo volume sono raccolti 40 elzeviri di Piero Chiara per il Corriere della Sera. 40 piccoli affreschi davvero piacevoli. L’idea, che mi è venuta leggendoli, è che l’autore nel stenderli avesse davanti a sé deigli acquarelli (ritratti, paesaggi) e abbia voluti riproporli in lettere. E proprio come la tecnica dell’acquarello sono costruiti con pennellate rapide, macchie di colore e istantaneità. Notevole.

Voto: 9,5/10

Plus

Elegante, visivo.

Minus

Nessuno.

Quale lettore?

Pubblico adulto.

Incipit

Pietro alza il capo dal tavolo dove sta leggendo. Fuori piove. Quante volte ha visto piovere, sulle piante, sui tetti, sulle campagne, perfino sulle spiagge del mare dalle finestre degli alberghi.

L’Ite Missa est

… la Tresa, il Boesio, il Bardello, la Margorabbia, la Rancina.

Contenuto

40 brevi racconti pubblicati sul Corriere della Sera. Gli argomenti sono vari: dal personaggio al paesaggio.

Dalla Nota bibliografica di Federico Ronconi

La collaborazione di Piero Chiara alla terza pagina del Corriere della Sera iniziò nel febbraio 1969… Nello spirito e alla maniera dei grandi elzevisristi del passato, da Panzini a Cecchi a Baldini, ha cominciato così a spaziare, con accorta alternanza di temi e di motivi, dal saggio di costume al breve racconto di vita vissuta, dalla cronaca di viaggio alla recensione, dalla presentazione di un’opera d’arte alla riflessione in margine all’incontro con un grande personaggio del presente e del passato, offrendo con ciò una incontrovertibile prova della ricchezza dei suoi interessi di scrittore e della straordinaria duttilità della sua penna.

Scheda del libro

Autore: Chiara, Piero
Titolo: 40 storie negli elzeviri del corriere / Piero Chiara
Pubblicazione:    Milano : CDE, 1983
Descrizione fisica: 257 p. ; 20 cm.
Nomi: Chiara , Piero
Paese di pubblicazione:    ITALIA
Lingua di pubblicazione:    italiano
Codice del documento:    IT\ICCU\TO0899459

Collegamenti utili per capire meglio il libro

Piero Chiara nel Quaderno

Piero Chiara

Discutiamone insieme sul forum

412 lettura finita (75/IV anno) – L’Italia al dente di Gian Carlo Fusco


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L'Italia al dente di G. Fusco

Lettura di settembre 2010

Altro romanzo dedicato alla pasta. Racconti in salsa fascista (e molto ironica) con filo conduttore un buon piatto di pasta al sugo. Fusco è strepitoso: mi piace molto il suo modo di scrivere. La lettura scorre veloce e il sorriso è, spesso, inevitabile. Un autore che meriterebbe una miglior collocazione e diffusione (nonostante sia edito da Sellerio).

Voto: 9,5/10

Plus

Divertentente, ben scritto, di agevole lettura

Minus

Troppo breve.

Quale lettore?

Un pubblico maturo, ma solo per poter apprezzare la cornice storica.

Incipit

Questo libro, quasi commestibile, è dedicato a due galantuomini, nati e vissuti, nel secolo scorso, in Campania. Quando il 42° parallelo non era ancora il coperchio della Cassa del Mezzogiorno. Si chiamavano Giovanni Voiello e Raffaele Fusco.

L’Ite Missa est

S’è fatto nuvolo! Che dite? Pioverà?

Descrizione

Le memorie, l’ironia, una capacità di raccontare composta di divertimento e desiderio di condividere, una scrittura naturalmente felice, senza mai un inciampo o un artificio, un bacino di aneddoti in cui pescare pressoché sconfinato, la vanità umanissima e affascinante di credere e far credere di averli tutti vissuti in prima persona. Sono alcune qualità narrative di Gian Carlo Fusco, da cui fluiscono racconti brevi e lunghi tanto originali e piacevoli da stupirsi che siano rimasti tanto a lungo in ombra, dopo la morte dello scrittore, fino alla riscoperta recente a partire dalle Rose del ventennio (ripubblicato da questa casa editrice nel 2000). Ma dentro di essi circola anche l’onda elettrica dell’intelligenza da ritrattista: forse pochi come Fusco hanno saputo capire e ritrarre, con pochi tratti di scrittura, in un episodio, in una battuta, nel capriccio di un evento, il carattere degli italiani, quell’eterno italico che in certe situazioni, in certe stagioni circoscritte o in certe strutture ricorrenti della storia sembrano distillarsi nella loro più cristallina purezza: i vizi, ma anche le doti. E quando si dice «vizi degli italiani» si pensa immediatamente a un fustigare moralistico, all’invettiva e al sarcasmo, ma dall’umorismo di Fusco sono del tutto assenti, prevalente è una specie di felicità di esserci comunque. E quando una certa figurina, un carattere o un personaggio offrono, come in ogni racconto accade, l’esemplare micidiale dei tempi, vibra come un moto di contentezza per la possibilità di divertircisi. E si trasmette al lettore, come in questi bozzetti di italiani fino ad oggi inediti, cose viste prevalentemente in età fascista, che raggiungono il culmine e si risolvono in un pranzo, per lo più a base di pasta.
Scheda del libro

Autore: Fusco, Gian Carlo
Titolo: L’ Italia al dente / Gian Carlo Fusco ; con una nota di Beppe Benvenuto
Pubblicazione: Palermo : Sellerio, [2002]
Descrizione fisica: 108 p. ; 17 cm.
Collezione: La memoria ; 554
Numeri: ISBN – 88-389-1806-6
Nomi: Fusco, Gian Carlo
Benvenuto, Beppe
Classificazione: 853.914 – NARRATIVA ITALIANA, 1945-1999

Collegamenti utili per capire meglio il libro