Un attore… bestiale (Milano 1875)


leone

Tratto da I teatri di Milano di F. Fontana, 1881

Correva, credo, il giugno 1875. Il celebre domatore di belve Bidel trovavasi di passaggio a Milano col suo serraglio; e a Milano c’era anche – di passaggio, va sans dire, poiché quest’uomo bolide non si stabilirà giammai – Ulisse Barbieri.

Bidel aveva un magnifico leone; quando Ulisse vide quel leone si sentì il cervello colpito da una grande idea; affidargli una parte in uno dei suoi centomila drammi! Ne parlò col capocomico della Commenda e, siccome gli affari laggiù non andavano a gonfie vele in quel momento, l’idea fu trovata sublime e accettata a braccia aperte.

Ventiquattr’ore dopo (com’è suo costume) Ulisse Barbieri presentava al capocomico un dramma in sei atti nel quale era fatta una parte di leone… a un leone.

L’azione del dramma si svolgeva in India; c’era una scena in cui un giovane indiano (il protagonista umano della produzione) doveva affrontare un leone in una foresta vergine. Il leone chiuso in una gabbia, le barre della quale erano nascoste da liane, doveva apparire sul fondo e mentre il giovane indiano si lanciava eroicamente sulla belva ruggente doveva cadere il sipario!

Bidel accondiscese a prestare la belva a patto che il capocomico facesse costruire a sue spese la gabbia e si pagassero all’attore bestiale o a chi per esso 100 lire per rappresentazione. Il patto fu accettato e mille cartelloni mirobolani annunziarono ai milanesi la prossima novità. Intanto che gli animi dei buoni meneghini ribollivano d’impaziente attesa, alla Commenda ferveva il lavoro.

Il falegname del teatro, geloso della propria fama, aveva promesso di saper benissimo costruire la gabbia indicata, e gli si era creduto sulla parola; gli attori, col cuor leggero e ridendo, andarono alla prova generale; la gabbia del buon falegname era là in attesa della belva nel prato attiguo al palcoscenico; Barbieri giunge annunciando che precede Bidel e il suo pensionario di pochi minuti. Eccoli!… Eccoli!… La belva si guarda intorno come maravigliata di non trovarsi nel solito serraglio in compagnia dei sozii; Bidel visita la gabbia nuova e contrae un pocolino le labbra dicendo: «Basta !… Vedremo !» e avvicinatala a quella in cui stava il leone ve lo fa passar dentro.

I comici intorno si affollano curiosamente; Barbieri è radiante; la belva rimane un momento perplessa nel nuovo domicilio, poi come per mettercisi a suo agio e prenderne possesso formale, dà una scrollatina di giubba…

Misericordia!… La gabbia a quella semplice scrollatina sembra sfasciarsi, alcune barre di ferro si torcono come fidibus; i comici alzano i tacchi alzando al cielo grida di spavento; Bidel coraggiosamente penetra nella nuova gabbia e in men che si dica fa ripassare la belva nell’antica colla logica delle scuriate.

Ebbene, il solo Barbieri non era fuggito! Egli era rimasto là senza dir parola, piantato al suo posto come un piuolo. Quando Bidel lo scosse chiedendogli: «Ebbene a che pensi?» egli rispose:

– Pensavo che se il leone mi avesse mangiato i miei comici io non avrei più potuto far rappresentare il mio dramma!

***

La lezione era stata troppo seria perché il bravo falegname avesse a riproporre di nuovo l’opera sua. Venne quindi fabbricata un’altra gabbia sotto la direzione immediata del Bidel e il giorno della grande rappresentazione arrivò finalmente.

Io non vidi mai spettacolo più strano in teatro di quello che vidi quella sera. Gli spettatori pigiati in quel baraccone come le acciughe in un barile, assistettero tutti in piedi, voltati a tre quarti, in atto assiduo di fuga allo svolgimento del dramma. Sul palcoscenico non incontravi anima viva ad eccezione di Barbieri e di Bidel; gli attori e le attrici, appena finite le scene in cui eglino avevano parte, correvano a rinchiudersi nei rispettivi camerini a doppio giro di chiave (a quali fanciulleschi ripari non fa appigliare la paura!); il buttafuori aveva date le sue dimissioni; tutta quella brava gente, contenta in cuor suo che il Re del deserto avesse servito a popolare così bene il teatro, si ricordava troppo di quella tal scrollatina di giubba che voi sapete, per affrontare ancora a cuor leggiero, come prima, la posizione fattale dall’autore del dramma.

Il colmo del grottesco fu naturalmente la gran scena, la scena maestra di cui vi ho già dato lo spunto.

Il giovane indiano – Giovanni Emanuel – il quale non accarezzava certo l’idea di farsi sbranare da un leone prima di rivelarsi interamente al pubblico italiano, si era tenuto continuamente durante il dramma sul: Chi vive! e, a schivar possibilmente ogni men graziosa sorpresa da parte del nobile animale, si era studiato recitando di non abbandonare mai l’estremo limite del proscenio, sfiorando coi piedi la ribalta o il naso del suggeritore, rincantucciato più che mai e in piedi anch’egli nel suo buco per esser più pronto a qualsiasi evenienza.

Giunta la gran scena il leone doveva ruggire, ma benché tenuto appositamente a digiuno; non ruggì… Capricci d’ attore… bestiale !

Barbieri, fatto eroe dalla sua giusta indignazione d’autore non assecondato; Barbieri che contava sull’effetto irresistibile di quel ruggito e se lo era veduto svanire, Barbieri, dico, si lanciò contro la gabbia della belva imprecando e incitandola tanto dappresso col bastone per farla… parlare, che il Bidel dovette strapparlo indietro a viva forza.

E intanto Emanuel, colle spalle rivolte completamente alla belva, sempre sul limite estremo del proscenio, badava a gridare:

– Sì !… Belva, io ti sfido e ti ucciderò!… Io ti fiso col mio occhio magnetizzante…

Il pubblico scoppiò in una risata così unanime, così fragorosa, così omerica, che la belva ne fu scossa… Forse credette d’essere tornato nel suo deserto e di sentire il rombo del Simoun che si avvicinava, e cacciò fuori un urlo così indiavolato, così formidabile, che gli spettatori terrorizzati ondeggiarono, come massa liquida, verso la porta, Emanuel scomparve dietro una quinta, il suggeritore si inabissò, nei camerini attori e attrici mandarono uno strillo, il sipario cadde come abbandonato da una mano aperta dalla paralisi e dall’incoscienza dello spavento.

E Bidel dovette una volta ancora trattenere Barbieri il quale faceva atto di lanciarsi verso la gabbia gridando:

– Grazie!… Grazie!

F. Fontana

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Burloni milanesi


Il Duomo di Milano

Il Duomo di Milano

Da I teatri milanesi di F. Fontana, 1881

Questo baritono, un tipo stranissimo, piovuto a Milano dall’America, fornito di larghi mezzi di fortuna, lungo lungo, magro magro, dinoccolato, era notissimo a tutti per un paio di baffi smisurati che gli schizzavano di sotto al naso come due razzi enormi di pelo lanciati dalle narici.

In occasione della sua fausta rivelazione al pubblico milanese alcuni burloni gli avevano consigliato di trar partito anche di quel miracolo di baffi; e glie ne suggerirono il modo. Fu in causa di tali consigli e di tali suggerimenti che gli spettatori lo videro comparire in scena coi baffi enormi arrovesciati in su, via via aguzzantisi in punte irrigidite dal cosmetico, sull’estrema cima dei quali poggiava un uccellino impagliato!

L’effetto fu tale che per più di un quarto d’ora, la rappresentazione dovette essere interrotta: la platea era un pandemonio d’ossessi che si divincolavano in una crisi di risate pazze da schiattare; dei professori d’orchestra alcuni s’erano buttati a terra presi da un orgasmo nervoso per eccessiva ilarità; nei palchi e nel lubbione era un agitarsi così forsennato e pazzo che minacciava di squassare l’edificio e farlo crollare.

Io stesso, benché compreso da un senso di pietà indicibile per il ludibrio gettato su quella creatura fatta a mia immagine e somiglianza, non potei resistere e scoppiai in un ghigno!

Ed egli, l’americano era là, impassibile, dinanzi a simile accoglienza, incerto ancora se lo si prendeva a gabbo o se lo scopo serio della sua strana truccatura era stato invece raggiunto davvero!

La serata finì, naturalmente, con un’apoteosi strana, quale il Dio Cachinno e Momo in persona non avrebbe mai potuto immaginare. Al tenore e al baritono – chiamati, per un numero di volte incalcolabili, agli onori del proscenio – furono offerti mazzi colossali di carote e di rape e d’insalata, mentre dal paradiso e dai palchi piovevano torsi di cavoli, buccie di patate e di fagiuoli, spessi come gragnuola.

Ebbene, i due… artisti non si mostravano punto dolenti o umiliati per tali espressioni d’entusiasmo! Uno di loro, del resto, il tenore, vi era già assuefatto, dappoiché i buontemponi suoi amici che egli frequentava da un pezzo in una nota osteria dei sobborghi di Milano, l’avevano già fatto passare per altre cento prove ben più bizzarre di questa, come sarebbe a dire: farlo cantare chiuso in un sacco o legato a un albero come un salame, persino sulla guglia più alta del Duomo, proprio ai piedi della Madonnina, mentre loro, i machioni, aggruppati sulla piazza, lo applaudivano tra le risate della folla, come se, merce l’organo potentissimo vocale di cui egli si vantava dotato, il grande artista fosse riuscito a far giungere fino a loro, malgrado la distanza e l’altezza formidabile, la vibrazione gagliarda delle sue note di petto!

Uno, nessuno e centomila una parabola dei tempi moderni… essere o non essere?


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  1. Dida, com’era per sé;
  2. Dida, com’era per me;
  3. Dida, com’era per Quantorzo;
  4. Quantorzo, com’era per sé;
  5. Quantorzo, com’era per Dida;
  6. Quantorzo, com’era per me;
  7. il caro Gengé di Dida;
  8. il caro Vitangelo di Quantorzo.

In questo semplice schema (dove Gengè e Vitangelo rappresentano il protagonista) c’è la sintesi perfetta del romanzo pirandelliano. “Chi sono io?” ci chiede lo scrittore siciliano. “Nessuno” si risponde; perché “io come io” dinnanzi agli occhi degli altri non esisto. Eppure sono “uno” ovvero come “io” mi vedo; ma sono anche centomila, perché chiunque mi osservi conosce un mio “io” diverso dall’altro.

Quindi le persone indicate nello schema soprastante quante sono in realtà? Scrive Pirandello: “s’apparecchiava in quel salotto, fra quegli otto che si credevano tre, una bella conversazione”.

Una “parabola”, quella raccontataci dal premio nobel, al passo con i tempi, nonostante i suoi 88 anni suonati…

Scrittori di Lombardia 4 – Domenico Berra (1771-1835)


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In previsione dell’incontro Scrittori di Lombardia (15 novembre), nell’ambito di Bookcity, scriviamo oggi di…

Domenico Berra (1771-1835). Milanese fu avvocato e proprietario terriero. Compì numerosi esperimenti in campo agricolo e le divulgò attraverso libri e articoli.

Fu un imprenditore teorico-pratico e indirizzò le sue opere non ai contadini, bensì ai possessori lombardi dell’età della Restaurazione, confidando di condurli lungo la via del progresso. Nel 1808 fu tra i sostenitori dell’introduzione della pecora spagnola al fine di migliorare la produzione di lana nazionale. Nel 1811 e ancora nel 1822 scrisse uno studio di notevole importanza intorno all’utilità della marcita nell’economia milanese.

Nella sua opera si percepisce il rigore scientifico figlio dello spirito illuminista del XVIII secolo: il Berra mira a sfatare i luoghi comuni che condannavano alcune pratiche agricole (come appunto la marcita), ree di minacciare la salute pubblica.

Scrittori di Lombardia 3 – Alberto Cantoni (1841-1904)


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La copertina dell’edizione curata da Gemini Grafica Editrice

In previsione dell’incontro Scrittori di Lombardia, nell’ambito di Bookcity, scriviamo oggi di…

Alberto Cantoni nacque a Pomponesco (Mn) nel 1841. Di origine ebraica, condusse studi irregolari, assecondando, dopo la scuola elementare, i suoi interessi del momento. La famiglia, di modeste origini, grazie all’abilità del padre nel commercio, s’arricchì nel giro di qualche decennio: i Cantoni furono allora tra i maggiori proprietari terrieri del mandamento. Alberto viaggiò più volte in Europa e nel 1885, alla morte del genitore, si stabilì definitivamente nel mantovano per dirigere il fondo ereditato.

All’aspetto misantropo – aveva un fisico imponente, barba folta, il collo taurino e l’aspetto severo –  era invece socievole. Mal sopportava la fretta e fu allergico alle mode e alle tendenze spirituali del momento: era insomma un uomo d’altri tempi.

Pubblicò le sue opere in pochi esemplari, in complicità con l’editore, speranzoso di buoni riscontri, ma indifferente al tempo necessario per ottenerli. Ricercava una fama spontanea, lontana da maneggi e strombazzature; timoroso della critica e della “vivisezione” dell’autore.

Fu convinto che la conoscenza dello scrittore impedisse la piena comprensione del testo; sognava lettori ignari e lontani dalla sua esistenza.

Morì a Mantova nel 1904.

Riccardo Bacchelli divise la produzione del Nostro in due parti: ante 1885 (con il romanzo L’Illustrissimo pubblicato postumo) con il Cantoni “verista paesano e cittadino”; e post 1885, caratterizzata invece da una “maniera propriamente umoristica, tormentata e talora cincischiata”.

Particolare attenzione è quella per “gli umili” seppur questa si ferma alla superficie, alla descrizione affettuosa decisamente spoglia di impegno morale e sociale.

Pirandello ne apprezzò “l’umorismo riflessivo” (il distacco critico al contempo compensato da un’adesione al mondo lacerato e contraddittorio), segnalandolo come espressione esemplare dei drammi e dei paradossi della modernità (Alberto Jori).

Scrittori di Lombardia 2 – Emilio De Marchi (1851-1901)


La copertina della nuova edizione curata da Gemini Grafica Editrice

La copertina della nuova edizione curata da Gemini Grafica Editrice

In previsione dell’incontro Scrittori di Lombardia, nell’ambito di Bookcity, scriviamo oggi di…

“Una bella mente e un bel cuore… temperamento modesto e schivo… ricordo affettuoso e tenace… una riputazione che col tempo cresce…”; questo è ciò che Benedetto Croce scrisse di Emilio De Marchi.

Nato nel 1851 a Milano, laureato in lettere si dedicò dapprincipio all’insegnamento. Nel 1875 fondò un settimanale di letteratura e d’arte e fu anche segretario dell’accademia scientifico-letteraria di Milano. Sul finire de secolo diresse, per Vallardi, una collana di pubblicazioni popolari chiamata “La parola buona”, una sorta di periodico per gli operai; talvolta usò il dialetto per parlare al direttamente al cuore del popolo, ma fu politicamente moderato.

Lo scrittore milanese, fu considerato un continuatore del manzonismo: egli stesso dichiarò di essere parte di quella “scuola lombarda, che riconosce nel Manzoni il suo maestro, e che per la via del Manzoni risale a Giuseppe Parini, il sommo tra i nostri che intese la letteratura per quel che dovrebbe essere, non un trastullo di oziosi, ma un aiuto al viver bene”.

De Marchi, però, non ebbe mai quella calma tipica del Manzoni; non ebbe una visione consolatrice della vita; anzi ne ebbe un’intuizione dolorosa; fu saggio consigliere quando parlò come educatore; come scrittore, invece, terminò i suoi libri con strazio e angoscia.

Scrisse ancora il Croce: “Alieno com’egli era dalla leggerezza e dalla ciarlataneria di ogni sorta, i suoi libri sono scritti con semplicità, e insieme senza sciatteria… con un certo sapore dialettale ambrosiano, che si avverte qua e là”. Tuttavia, lo stesso critico aggiunse che a De Marchi mancò la forza ritmica e che la sua espressione fu povera, disuguale e ondeggiante.

Nei suoi romanzi si trovano riminiscenze evidenti di Fogazzaro, di Manzoni, di Zola e dei veristi francesi

Il male è la passione: l’amore, al quale nessuno dei suoi personaggi sa sottrarsi (Demetrio Pianelli, Arabella). Fu quindi verista per alcuni aspetti e manzoniano per altri: non rinunciò, difatti, al suo giudizio sugli avvenimenti che raccontava.

Secondo Giulio Cattaneo la vera vocazione del De Marchi fu quella di essere educatore e giudice, sacrificando così la qualità narrativa. Pur raccontando le miserie umane, la sua presenza continua nel racconto, lo allontanò dal verismo.

OPERE

  • Milano e i suoi dintorni, del 1881
  • Storie d’ogni colore, 1885
  • Nuove storie d’ogni colore, 1895
  • Il cappello del prete, 1888
  • La bella pigotta, 1888
  • Demetrio Pianelli, 1890
  • Arabella, 1892
  • Giacomo l’idealista, 1897
  • Vecchie cadenze e nuove 1899
  • Col fuoco non si scherza, post., 1901
  • Milanin Milanon, post., 1902.
  • L’età preziosa (1887),

Scrittori di Lombardia 1 – Gerolamo Rovetta


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Gerolamo Rovetta nacque in Brescia il 30 settembre 1851. Dall’età di 24 anni (1875), fino al 1909, scrisse commedie, romanzi e novelle, evitando di suscitare un dibattito letterario intorno alla sua opera.

Al favore che il pubblico gli tributò in vita, non corrispose il giudizio della critica: fu accusato, infatti, di mancare di vigoria e di accento personale. Pur rifacendosi alla corrente verista, la sua indole delicata e sentimentale lo portò a distaccarsene disgustato. Ritornò, allora, al romanticismo per dimostrare ai suoi contemporanei l’animo dei tempi rivoluzionari.

Il suo stile di narratore controbilanciava riso e pianto ed era molto abile nell’uso dei colpi di scena. I suoi personaggi erano molto ben definiti, ma i suoi detrattori sostennero che di essi, il Rovetta, non rappresentasse l’anima.

Nel suo mondo librario, i protagonisti sono stati gli imbroglioni, i millantatori, gli avventurieri della finanza e della politica; non gli riuscirono invece i personaggi nobili e sentimentali e le donne timide e votate al sacrificio.

I critici più feroci (ad esempio Giulio Cattaneo) definirono la sua scrittura dozzinale; eppure il suo Tenente dei lancieri venne ripetutamente ripubblicato per quasi trentanni (dal 1896 al 1922). Più prudente fu il giudizio di Guido Mazzoni (1936) che gli riconobbe una buona qualità seppur a metà strada tra un’idealità convenzionale e un realismo senza troppa convinzione. Durante la sua vita, dimorò a lungo nel Veneto, e morì a Milano l’8 maggio 1910.

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Durante l’incontro, presenteremo e leggeremo alcune pagine de Il tenente dei lancieri una graziosa storia, dimenticata dal tempo, dagli uomini, ma per fortuna non dalle biblioteche (che serbano nel loro ventre opere altrimenti perdute). Un figlio scapestrato – la classica pecora nera – è tanto amato dal padre quanto è inviso alla madre imprenditrice, che lo vorrebbe lontano, marinaio, imbarcato su di un mercantile in rotta verso le Americhe. Si aggiunga che questo figliolo è scapato e zeppo di debiti, per di più innamorato di una ragazza dalla dubbia moralità. Poniamo che questo erede incosciente, non sia figlio di colui che lo protegge, ma frutto di un insospettabile incidente di gioventù… Ne viene fuori una drammatica commedia o, se volete, una tragedia comica… di piacevole lettura.

Opere di Gerolamo Rovetta

Narrativa

  • Il primo amante (1892) romanzo
  • La Baraonda (1894) romanzo
  • Il tenente dei Lancieri (1896) romanzo
  • La Signorina (1900)
  • La moglie di Sua Eccellenza
  • Mater dolorosa (1882) romanzo
  • L’idolo (1898) romanzo
  • Le lacrime del prossimo (1888) romanzo
  • Cinque minuti di riposo!
  • Casta Diva novelle
  • Baby romanzo
  • Ninnoli racconti
  • Il processo Montegù romanzo
  • Sott’acqua romanzo
  • Tiranni minimi racconti
  • Cavalleria assassina racconti

Teatro

  • La Trilogia di Dorina (1889) – Commedia in tre atti
  • Romanticismo (1901), dramma in quattro atti
  • Un volo dal nido commedia in tre atti
  • La Moglie di Don Giovanni dramma in quattro atti
  • In Sogno commedia in quattro atti
  • Gli Uomini pratici commedia in tre atti
  • Scellerata!… commedia in un atto
  • Collera cieca! commedia in due atti
  • La Contessa Maria dramma in quattro atti
  • I Barbarò dramma in un prologo e quattro atti
  • Madame Fanny commedia in tre atti
  • Marco Spada commedia in quattro atti
  • La Cameriera nova commedia in due atti, in dialetto veneziano
  • Alla Città di Roma commedia in due atti
  • La Realtà dramma in tre atti
  • Principio di Secolo dramma in quattro atti
  • I Disonesti dramma in tre atti
  • Il ramo d’Ulivo commedia in tre atti
  • Il Poeta commedia in tre atti
  • Le due coscienze commedia in tre atti
  • La Moglie giovine commedia in quattro atti
  • A rovescio! commedia in un atto
  • La Baraonda dramma in cinque atti
  • Il Re Burlone dramma in quattro atti
  • Il Giorno della Cresima commedia in tre atti
  • Papà Eccellenza dramma in tre atti
  • Molière e sua Moglie commedia in tre atti

Letto in anteprima: Il Curato d’Orobio di Giovanni Visconti Venosta


Il Curato d'Orobio - copertina della nuova edizione

Il Curato d’Orobio – copertina della nuova edizione

Il QUADERNO DI UN BIBLIOTECARIO ha letto per voi, in anteprima, la nuova edizione de “Il curato d’Orobio” di Giovanni Visconti Venosta, curata da Gemini Grafica Editrice e in uscita nel prossimo mese di ottobre. L’opera, non più ripubblicata dal 1901, è di piacevole lettura, graziosa e… consolatoria. Consigliatissimo per gli amanti delle storie a lieto fine, per il lettore alla ricerca di un libro rilassante e decisamente fuori dai canoni contemporanei.

Trama

L’avvento di donna Fulvia scompagina la vita tranquilla di Orobio. Conservatrice, bigotta e ancorata a un mondo oramai passato, ella ha un carattere ben diverso da quello del fratello Maurizio che fino ad allora, rinunciando alle sue ricchezze e morendo in miseria, aveva beneficato, con il curato don Cornelio, il piccolo borgo montano. La missione della nobildonna è quella di risollevare le sorti della propria famiglia e, a suo modo di vedere, dirozzare i montanari. A farne le spese saranno la nipote Cristina, che si vorrebbe costringere a un matrimonio combinato, il suo amato Enrico, respinto dall’irascibile zia e pure don Cornelio, prete povero di mezzi e lontano dalla pompa cittadina. Tragedia e commedia si mescolano in questa bella storia in stile manzoniano scritta da Giovanni Visconti Venosta.

L’autore

Giovanni Visconti Venosta (1831-1906) fu uno scrittore di origine valtellinese che visse lungamente a Milano.
Allievo di Cesare Correnti, fu patriota e sostenitore del Mazzini prima e del Cavour poi. Esule in Piemonte, si dimostrò abile diplomatico. Dopo l’unità d’Italia, tornò a vivere nel capoluogo lombardo. Ricoprì svariati incarichi pubblici, dopo una breve parentesi parlamentare. Scrisse numerose novelle e il romanzo “Il curato d’Orobio” (1886).

Il libro

Uscita: Ottobre 2014

Distribuzione (Dem, Li.Bro.Co.)

Collana: Classici di Lombardia
pp. 288 – brossura
ISBN: 978-88-97742-30-2
prezzo di copertina: 13,90 €

Letture: Giacomo Locampo di Parmenio Bettoli


Giacomo Locampo di Parmenio Bèttoli

Giacomo Locampo di Parmenio Bèttoli

Dramma partenopeo di fine ottocento caratterizzato da un lungo flashback centrale e dal gusto per l’avventura esotica. La lingua del Bèttoli mostra la sua età (1874), tuttavia il romanzo è di facile lettura. Un incrocio tra Dumas e Salgàri. Finale davvero tragico.

TRAMA

Il marchese di Villabruna, sedotta la giovane popolana Luisa, è costretto ad abbandonarla per sfuggire alla giustizia del regno di Napoli (siamo nel 1848), che lo vorrebbe perseguire per l’uccisione di un soldato svizzero. Per un incidente di navigazione, durante la fuga, è dichiarato morto. Luisa è incinta e il padre, per salvare l’onore della famiglia, chiede soccorso a Giacomo Locampo che accetta di sposarla. Ella acconsente purché a Giacomo si taccia la sua disavventura. Egli però ne conosce il segreto, ma per riconoscenza nei confronti dell’amico, nasconde la verità. Diciotto anni dopo, Locampo, prossimo alla bancarotta, ricorre all’aiuto del conte brasiliano Las Navas. Questi in realtà è il redivivo marchese di Villabruna che, introdotto in casa Locampo, ha modo di rivedere l’amata mai dimenticata e l’ignara figlia Valentina. Locampo, all’oscuro della vera identità di Las Navas, messo in allarme dal suo fido servitore Lasca, che ha sorpreso Luisa in atteggiamenti di confidenza con l’ospite, accecato dall’ira propone al nobile di sposare la figlia. Si svela quindi l’intreccio. Locampo colto da rimorso, decide di uccidersi, per donare la libertà alla moglie, alla figlia e al Villabruna.

Scheda del libro

Autore principale: Bettoli, Parmenio <1835-1907>
Titolo: Giacomo Locampo : racconto / Parmenio Bettoli
Pubblicazione: Milano : Fratelli Treves, 1874
Descrizione fisica 182 p. ; 20 cm.

BERECCHE, LA GUERRA E… (Erba del nostro orto) di Luigi Pirandello


Pirandello

Il QUADERNO DI UN BIBLIOTECARIO ha letto per voi, in anteprima, la nuova edizione de “L’erba del nostro orto” di Luigi Pirandello, curata da Gemini Grafica Editrice. L’opera non più ripubblicata come volume a sé stante, ma sempre riproposta all’interno della più vasta raccolta de “Le novelle per un anno”, torna in libreria nel centenario della sua prima uscita e in occasione dei cento anni della Grande Guerra. Commedia e tragedia si mescolano, giocano e combattono nella brillante narrazione del premio nobel: il dramma è accompagnato dal sorriso e la comicità ha come sfondo la miseria umana. Una piacevole lettura in compagnia di uno dei più grandi narratori italiani.

Contenuto della raccolta.

Sono trascorsi 100 anni da quel 1915, anno di guerra, in cui Luigi Pirandello pubblicò questa raccolta di novelle. I protagonisti dei racconti sono: l’ingegnoso Bonaventura Camposoldani, sagace sfruttatore dello stato, il cavaliere Decenzio Cappadona amato sindaco-padrone e sosia del re, il liberale Marco Meola immolatosi a modo suo per i propri concittadini, il monsignore Landolina pronto all’usura purché sia per carità e l’esterofilo Berecche estimatore incompreso della cultura tedesca. In essi, il lettore riconoscerà, benché sia trascorso un secolo, lo schietto spirito italiano e non potrà che esclamare: essi sono l’erba del nostro orto.

Il libro

Collana: 1914-1918
pp. 186 – brossura
ISBN: 978-88-97742-29-6
prezzo di copertina: 13,90 €

Uscita: Ottobre 2014

Distribuzione (Dem, Li.Bro.Co.)

Ritorna il “QUADERNO DI UN BIBLIOTECARIO”

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Giacomo Locampo di Parmenio Bèttoli

Giacomo Locampo di Parmenio Bèttoli

Vacanze lunghe, quest’anno, per il “Quaderno di un bibliotecario”. Ci voleva, però! Un periodo di riposo dalla “bloggite” è, di tanto in tanto, necessario. Eccomi, comunque, di ritorno. Si riparte segnalando un audace romanzo di Parmenio Bèttoli (1835-1907): il Giacomo Locampo (1874).

Collaboratore del Corriere della sera (si occupò di cultura), giornalista e direttore della Gazzetta di Parma, Parmenio Bèttoli, fu, all’epoca, noto autore teatrale.

Dalla Treccani, traggo questo curioso episodio biografico in quanto di interesse “bibliotecario”.

Nel 1874 giocò un’ardita burla ai danni di un capocomico e di un bibliotecario. L’episodio è raccontato parzialmente mi un opuscolo del B. stesso, Storia della commedia “L’egoista per progetto” e di P. T. Barti, Milano 1875: irritato con il Bellotti-Bon che non gli rappresentava più le commedie, il B.,  preso il manoscritto di una sua commedia in tre atti,  Il signor Prosdocimo, lo tradusse in linguaggio goldoniano: sotto il falso nome di Pier Taddeo Barti, lo fece esaminare da un bibliotecario della Marciana di Venezia il quale non escluse che il manoscritto fosse di epoca goldoniana; il B. quindi lo vendette al Bellotti-Bon. Nel 1874 “L’egoista per progetto” fu rappresentato dalle sue tre compagnie, al Teatro Valle di Roma, al Gerbino di Torino e al Niccolini di Firenze: nei primi due piacque e fu replicato, nel terzo gli spettatori fiorentini, subodorando l’inganno, ne accusarono il capocomico come autore. Critici e letterati si divisero: per la mistificazione si schierò, insieme con Yorick  [L. Sterne], F. Martini, per l’autenticità si pronunciò, con V. Bersezio e G. Giacosa, P. Ferrari, il quale sospettò, peraltro, che poteva anche trattarsi di un’opera dei comici goldoniani. “L’egoista per progetto”, nonostante gli editori Treves ne avessero acquistati i diritti, non fu mai pubblicato.

 

Del Giacomo Locampo, di cui parleremo nei prossimi giorni, a lettura terminata, nel web non si trova traccia (esclusi i rimandi a quelle librerie che dispongono ancora di sparute copie). Anticipo comunque che, a mio giudizio, il romanzo/racconto, da cui emerge uno spiccato interesse per l'”esotico”, è precursore delle avventure di Emilio Salgàri, che, nel 1874, anno di pubblicazione del Locampo, aveva appena 12 anni.

Lettura in corso…


Il libro è del 1842

Il libro è del 1842

Le biblioteche digitali nascondono piccoli gioielli…

Segnalo questo triplice volume agli amici di Milano e Lodi (ma anche per coloro che apprezzano le anticaglie)…

LE ROVINE DI MILANO E LODI episodii storici del XII secolo di Bassano Finoli

Titolo e sottotitolo sono già perfetti come trama.

Collegamento al primo volume: http://books.google.it/books?id=tu9JAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:J2mbeD8Sh2oC&hl=it&sa=X&ei=VnW1U_z3KabI0QXhoIGwDQ&ved=0CCIQuwUwAA#v=onepage&q&f=false

Chi s’accontenta… gode!


Bartolomeo Arese

Bartolomeo Arese

Potrei scrivere, altrimenti, chi troppo vuole nulla stringe… gesuiti incontentabili.

Una storiella leggera tratta da Il duca d’Ossuna di Matteo Benvenuti.

I Gesuiti presentarono un giorno al presidente del Senato Arese una supplica, l’oggetto della quale non era difficile da assecondarsi. Il Presidente lieto di poter dimostrare ai padri il suo affetto, segnò il memoriale col solito suo modo adesivo che consisteva nella parola fiatur. I gesuiti avuta di rimando sollecitamente la petizione, si fecero a sindacare il modo col quale spedivasi, dicendo non istar bene la parola fiatur, doversi invece sostituire, fiat. Un barbellato padre, si recò per l’importante negozio all’eccellentissimo Presidente appoggiando con sottile dialettica i rilievi dei suoi reverendissimo confratelli. Il conte lo lasciò sbraitare a suo piacere, poi umanamente gli disse pregare i molto reverendi di rimandargli ricopiata la supplica, e si farebbe premura segnarla altrimenti. Lo stesso giorno il memoriale ricopiato, ricomparve sullo scrittojo del Presidente il quale per rescritto: nec fiat, nec fiatur.

Tre gustose novità librarie in arrivo…


Cari colleghe/i bibliotecarie/i e cari amici librai, vi segnalo queste tre gustose novità librarie in arrivo nel mese di giugno. A proporle è la Gemini Grafica Editrice che riporta in libreria queste opere dimenticate dal tempo.

Prendete nota per i vostri prossimi acquisti.

NARRATIVA

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Le protagoniste dei racconti di Alberto Cantoni sono cinque donne. Margherita, povera contadina, resiste alla proposta di matrimonio di Lorenzo, un ricco fittavolo, per difendere il suo amore giovanile per Bastianino.
Le tre madamine (Carolina, Beatrice e Filomena) sono umili sartine attratte dal bel mondo milanese e vittime delle sue insidie. Margherita, del ceto borghese, vorrebbe liberarsi dal giogo prepotente dello sposo ma le convenzioni del tempo le impediscono di realizzare il suo progetto.

L’autore
Alberto Cantoni (1841-1904) visse a contatto con il mondo dei contadini, modellando su di esso i suoi scritti. Influenzato dalla Scapigliatura si occupò di argomenti presi dal mondo della vita semplice e comune.
Tra sue opere si ricordano Foglie al vento (1875), Un re umorista (1891), Pietro e Paola (1897) e il suo
romanzo più noto L’illustrissimo, pubblicato postumo nel 1905 con una prefazione di Pirandello.

Collana: Ad Aemilum Noum
pp. 238 – brossura
ISBN: 978-88-97742-26-5
prezzo di copertina: 14,90 €

SAGGISTICA

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La battaglia che si svolse nelle campagne tra il fiume Lambro e il canale Vettabbia, alle porte di Melegnano, il 13 e 14 settembre 1515 fu detta, dal capitano Trivulzio, dei giganti, per la ferocia del combattimento, per la strage di soldati e per la nobiltà che vi partecipò. Raffaele Inganni, sacerdote di Zivido, luogo ove trovarono sepoltura le migliaia di vittime della cruenta disfida, ripercorre, in questo scritto del 1889, le tappe salienti che condussero Francesco I ad attaccare le truppe svizzere che controllavano la città di Milano e descrive, nei particolari, lo svolgersi delle giornate campali. Nel luogo della vittoria francese, sorse, per volontà del re di Francia, una cappella commemorativa che lo stesso autore, riportò alla luce con degli scavi archeologici. In occasione del cinquecentenario della storica battaglia, Gemini Grafica ripropone questo testo non più ripubblicato dal 1889.

L’autore
Raffaele Inganni, fu ordinato sacerdote nel 1865. Nominato cappellano di Zivido nel 1879 vi rimase
sino al 1893. Uomo di cultura e animato da passione per la storia riportò alla luce la perduta cappella “Dei Giganti”
memoriale dell’importante battaglia.

pp. 128 – brossura
ISBN: 978-88-97742-25-8
prezzo di copertina: 14,90 €

***

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Domenico Berra ripercorre la storia della marcita, risaltandone l’utilità, il vantaggio e lo sviluppo economico che essa ha portato al milanese. Il saggio (1822) è ricco di curiosità circa le origini del prato marcitorio e di dati demografici ed economici con cui l’autore confuta il pensiero di Pietro Verri, assai ostile a questa pratica colturale. Tavole illustrate, completano le descrizioni contenute nello scritto. Nella seconda parte del libro il Berra spiega la gestione degli orti della città di Milano (1810), dissertando di concimazione, fasi lunari, irrigazione e principali colture.

L’autore
Domenico Berra (1771-1835) fu avvocato e proprietario fondiario milanese. Collaboratore degli Annali dell’agricoltura del Regno d’Italia, compì numerosi e utili esperienze agricole che divulgò nella sua opera.

Collana: Ad Aemilum Noum
pp. 206– brossura
ISBN: 978-88-97742-24-1
prezzo di copertina: 14,90 €

549 lettura – “La contessa di Melzo”: capolavoro o insopportabile polpettone? Opinioni a confronto


Lucia Marliani

Lucia Marliani

La Contessa di Melzo è un romanzo Storico, con la S maiuscola. Seppur lontano dalla sensibilità del lettore moderno, è un’opera che non dovrebbe mancare nella biblioteca degli appassionati del genere. Eroina della vicenda è la contessa di Melzo, Lucia Marliani amante del terribile Galeazzo Maria Sforza. Il romanzo è di carattere romantico per innumerevoli aspetti (l’ambientazione storica,  i richiami all’amore ideale, la struggente purezza dei sentimenti oltre le convenzioni del tempo, gli intemerati rivali, etc.), che richiamano alla memoria le vicende dell’Amor cavalleresco di gusto medievale.

La vicenda ruota intorno alle imprese dello Sforza, dalla sua ascesa fino alla tragedia finale, e del suo scandaloso rapporto con la sua amante Lucia. Fantasia e intreccio storico sono ottimamente amalgamati tanto da non trovare stacco tra gli accadimenti reali e gli episodi creati dall’autore.

Voto: 8,5/10

CHI NON LA PENSA COME ME

Sergio Villa in “LA FANCIULLA PIÙ BELLA DI MILANO” – LUCIA MARLIANI, LA REALTÀ STORIOGRAFICA E L’IMMAGINE ROMANZESCA non è del mio stesso parere: ecco cosa scrive in “Storia in Martesana” (http://www.bibliomilanoest.it/storiainmartesana/pdf/numero02/villa_sergio_la_fanciulla_piu_bella_di_milano.pdf)

Se proviamo a rileggerlo oggi, il romanzo più noto su Lucia – La Contessa di Melzo di Luigi  Capranica – è, diciamolo pure, un polpettone insopportabile di oltre 500 pagine, che davvero non  finisce mai, e che secondo le regole del suo genere spinge sempre fin troppo sui tasti del romanzesco e dell’improbabile. Lucia ne emerge come un’eroina bella e appassionata, ma gran parte della trama è basata su fatti inventati e l’ambientazione storica è generica e approssimativa.
Basti dire che al principio della storia la straordinaria bellezza di una giovanissima Lucia è notata nientemeno che da Leonardo da Vinci, che secondo il Capranica abitava già a Milano ma non è così, perché in quegli anni l’artista era ancora a Firenze. E basti, infine, osservare, che in un romanzo di 500 pagine dedicato alla Contessa di Melzo, proprio Melzo non compare mai, se non nella scena finale, strappalacrime, nella quale una solitaria Lucia cammina per l’ultima volta nelle sale deserte di quel castello che non sarà più suo, un castello che non viene mai descritto, e che in quelle pagine sembra molto più grande e solenne del palazzotto che era prima del suo ampliamento, avvenuto quasi un secolo più tardi, ma l’autore non lo sapeva, e forse non avrebbe mai rinunciato per un motivo tanto banale al finale romantico che intendeva scrivere.

SCHEDA DEL LIBRO

Autore principale: Capranica, Luigi
Titolo: La contessa di Melzo : storia del secolo 15. / narrata da Luigi Capranica
Edizione: 2. ed
Pubblicazione: Milano : F.lli Treves, 1879
Descrizione fisica: VII, 571 p.

L’AUTORE

Appartenente alla famiglia romana Capranica, ramo dei marchesi del Grillo, fu guardia nobile del papa. Il suo esordio nell’attività letteraria avvenne nel 1848 come drammaturgo con le opere La Congiura dei Fieschi e Francesco Ferruccio.
Nel 1849 appoggiò la Repubblica Romana e combatté in sua difesa. Ritornato Pio IX da Gaeta, Luigi Capranica, dopo un breve periodo detentivo, lasciò Roma esule per recarsi dapprima a Venezia, dove partecipò alle ultime fasi dell’insurrezione, e poi a Milano. Continua su wikipedia

Consigli di lettura: il Verga che non ti aspetti


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Ai miei lettori insegnanti di scuola secondaria di secondo grado, mi sento di consigliare questo agile volume in cui sono raccolte le novelle milanesi di Giovanni Verga. Perché non proporre ai propri studenti queste novelle meno conosciute, ma ugualmente belle ed efficaci come le più celebri Rusticane?

I protagonisti di Per le vie di Giovanni Verga sono gli emarginati della grande città di Milano, negli ultimi decenni dell’Ottocento. Lo scrittore siciliano, a partire dal 1872, frequentando i ritrovi eleganti del capoluogo lombardo, entra in contatto con gli scapigliati Arrigo Boito, Giuseppe Giacosa e Salvatore Farina. Pubblicata per la prima volta dall’editore Treves nel 1883, la raccolta Per le vie comprende dodici racconti di vita cittadina.

Giovanni Verga (1840-1922) fu il massimo esponente del Verismo. Nato a Catania, per seguire la sua vocazione letteraria si trasferì prima a Firenze e poi a Milano. Negli ultimi anni tornò in Sicilia, smettendo di scrivere. La sua produzione si può distinguere in tre fasi distinte: i romanzi storico-patriottici; i romanzi mondani; i romanzi veristi. Questi ultimi, ambientati in Sicilia, comprendono i suoi maggiori capolavori: I Malavoglia e Mastro-don Gesualdo.

In copertina: Antonio Cazzamali, piazza Fontana, Milano.

Informazioni bibliografiche

  • Titolo del Libro: Per le vie
  • Autore: Giovanni Verga
  • Editore: Gemini Grafica Editrice
  • Collana: Ad Aemilum nonum
  • Data di Pubblicazione: novembre 2013
  • ISBN-13: 978-88-97742-17-3
  • € 10,00

Come nasce una scumegna (soprannome) secondo Alberto Cantoni


Alberto Cantoni

Alberto Cantoni

… in campagna si profitta volontieri di qualche difetto per distinguere meglio una persona dall’altra. Né questo uso può dirsi affatto mancante di qualche ragione. Mettiamo che ci sieno sei Antonii in un villaggio; come si fa a identificarli alla spiccia tutti sei, dove i pochissimi cognomi abbracciano per solito parecchie famiglie per ognuno, e dove tutti si conoscono davvicino e si nominano continuamente? Il più tarchiato si chiamerà Tognone, il più esile Tonino, e il mezzano Tognetto. Restano tre. Uno o due di costoro, in mancanza di soprannomi, dovranno rinunziare alla loro dignità di padri di famiglia per mutarsi, dal nome e delle apparenze della moglie, in «quel della rossa» o in «quel della Cecchina», e l’ultimo, per piccolo difetto che abbia, lo vedrà tosto mutato in nome. E pazienza ancora se si contentassero di chiamarlo così quando è lontano, ma no, ci si abituano tanto da avviare il discorso con un «senti, monco» ovvero con un «ascolta, guercio», come se fosse la cosa più liscia e naturale del mondo. Eppure questa, come tutte le usanze di quaggiù, ha il suo lato buono anch’essa, ed è che l’uomo, il quale si senta chiamare a quel modo dalla mattina alla sera, termina spesso col non badarvi più, ed incurante della espressione ricorda assai meno anche il difetto espresso.

Tratto dal racconto Bastianino (1877)

Il ritorno di un capolavoro: ARABELLA di Emilio De Marchi


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Sono molto felice di segnalarvi questa nuova edizione di Arabella di Emilio De Marchi (é il seguito del Demetrio Pianelli) curata dalla Gemini Grafica Editrice.  Di questo romanzo, scrivevo qualche tempo fa qui sul blog: https://letture.wordpress.com/2013/09/07/541-lettura-arabella-di-emilio-de-marchi/

Ai colleghi bibliotecari, suggerisco di non lasciarsi sfuggire questa bella pubblicazione, dal costo oltretutto molto contenuto.

Protagonisti della vicenda sono il ricco borghese e affarista Tognino Maccagno, suo figlio Lorenzo, dissipatore delle sostanze del padre, e la moglie di quest’ultimo, Arabella, di estrazione più umile e pronta a sacrificare se stessa per mero senso del dovere.
Per salvare la sua famiglia, rovinata economicamente da un’infame truffa del Maccagno, la ragazza accetta di sposarne il giovane e scioperato figlio. La storia prende spesso pieghe melodrammatiche, in armonia col gusto proprio del feuilleton. Il romanzo di scuola verista e naturalista presenta notevoli pagine di ricostruzione dell’ambiente milanese piccolo-borghese.

Emilio De Marchi (1851-1901), laureatosi in lettere nel 1874, si dedicò all’insegnamento presso l’Accademia Scientifica e Letteraria di Milano.  Accanto alla docenza, De Marchi si impegnò in numerose iniziative benefiche, volte alla diffusione dell’educazione presso i ceti popolari. Si misurò con la Scapigliatura milanese, che dominava l’ambiente letterario meneghino nella seconda metà dell’Ottocento, distaccandosene però quasi subito per trovare una via personale alla scrittura, di impostazione chiaramente naturalista. Il suo romanzo più conosciuto è Demetrio Pianelli, pubblicato nel 1890; di tre anni più tardi è Arabella; nel poemetto in prosa ritmata Milanin Milanon rievoca in dialetto una Milano perduta. Dal suo romanzo Redivivo (edito postumo nel 1909), Pirandello trasse la vicenda narrata in Il fu Mattia Pascal. Fu autore anche di testi teatrali e di opere di critica letteraria.

In copertina: Adolfo Tommasi; contadina, secolo XIX
collezione privata.

Informazioni bibliografiche

  • Titolo del Libro: Arabella
  • Autore: Emilio De Marchi
  • Editore: Gemini Grafica Editrice
  • Collana: Ad Aemilum nonum
  • Data di Pubblicazione: gennaio 2014
  • ISBN-13: 978-88-97742-19-7
  • € 10,00

Quando l’inquinamento era una risorsa (forse)


La Vettabbia a Viboldone (San Giuliano Milanese)

La Vettabbia a Viboldone (San Giuliano Milanese)

Quanto leggeremo di seguito è a dir poco sorprendente anche se… la chiusa fa intendere che tutto ciò che luccica non è oro.

A scrivere è Domenico Berra, avvocato e proprietario fondiario, nel suo saggio “Dei prati del basso milanese” datato 1822.

Descrive le acque più adatte a bagnare le marcite:

Debbonsi eccettuare quelle che si estraggono dalla fossa che circonda la Città di Milano; giacché esse non solo perdono molto dell’originaria freddezza per tutte quelle materie suscettibili di una forte fermentazione che entro vi cadono derivanti dai cessi e dagli scoli delle lavature delle cucine della città, ma depongono anzi sui prati un feracissimo limo molto più potente di qualunque altro concime.

Il più grande ed il più antico scaricatore di tutte le altre acque riunite nel fossato di Milano è il Canale della Vettabbia, le di cui eccellenti acque infino dal secolo decimoterzo erano di proprietà de’ Monaci di Chiaravalle, non meno che degli Umiliati, i quali per verità non hanno tardato ad approfittarsene per l’adacquamento delle loro praterie, come abbiamo fatto osservare qui sopra.

E tale e tanta è la quantità delle materie feconde che vengono portate da queste acque, che la superficie di que’ prati che sono i primi ad essere innaffiati va gradatamente innalzandosi in modo che dopo qualche tempo non si potrebbero più adacquare, qualora non venisse levata tutta quella posatura statavi dalle acque deposta; la qual posatura è per sé stessa un eccellente ingrasso, e come tale viene comperata dagli agricoltori de’ contorni per concimare altri prati.

I fieni però che si raccolgono da queste praterie sono di una qualità molto inferiore a quelli delle altre, e le erbe delle marcite quantunque siano efficacissime a far sì che le vacche producano molto latte, le snervano in modo tale che in brevissimo tempo non sono buone che da macello.

NOTA: La roggia Vettabbia o Vettabia è un canale agricolo in cui si raccolgono le acque derivanti dal Seveso e dalla Mollia, a sud di Milano.

547 lettura – Nel sogno di Neera


Neera

Neera ovvero Anna Zuccari Radius

Nel sogno è  la drammatica storia di due sorelle gemelle, Maria e Mària, orfane e affidate alle cure di un prete asceta, considerato dai montanari un santo. Lui vorrebbe preservare le fanciulle dal male, crescendole isolate dall’umanità e circondate di pace e di serenità. Se Maria conosce solo il bene, per Mària invece non è così: curiosa indaga la natura umana, allontanandosi spesso da casa, e un giorno fuggirà per amore, distruggendo il mondo ideale dei suoi cari. Il tema dominante della narrativa di Neera è l’analisi della condizione femminile. L’autrice, tuttavia, accetta il ruolo socialmente subordinato della donna e si limita, anche in questa vicenda, a rivendicare le ragioni del cuore e della sensibilità femminile. Il romanzo è ben scritto e scorre veloce sotto gli occhi del lettore; comunque, la parte centrale della storia è decisamente più accattivante dell’incipit e dell’excipit. Lettura per un pubblico femminile e adulto.

Benedetto Croce scrisse di Neera:

Quant’abbondanza di pensieri e di affetti nei libri di Neera: a lei bastava aprire le chiuse dell’anima perché ne prorompesse un’onda copiosa e calda…sentiva e meditava come respirava e scriveva allo stesso modo, senza sforzo.

Voto: 7/10

CURIOSITA’

  • Neera è lo pseudonimo di Anna Zuccari Radius.
  • Dimostrò fin da bambina poca propensione allo studio ed insofferenza alla scuola.

SCHEDA DEL LIBRO

Autore principale: Neera
Titolo: Nel sogno / Neera ; con disegno di G. Segantini
Pubblicazione: Milano : Galli di C. Chiesa e F. Guindani, 1893
Descrizione fisica: 156 p., [2] carte di tav. : ill. ; 20 cm.