402 lettura finita (65/IV anno) – Marianna Sirca di Grazia Deledda


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Marianna Sirca di Grazia Deledda

Lettura di Agosto 2010

Non è “Canne al vento” (letto agli albori del blog), ma è comunque un romanzo denso e drammatico. L’atmosfera è sempre cupa, non lascia intravvedere mai un barlume di luce. L’ho letto rapidamente; del resto lo stile della Deledda è piacevole, le parole scivolano innanzi agli occhi senza intoppi. Dalla scrittrice sarda c’è solo da imparare.

Voto: 9/10

PLUS

Libro scritto magistralmente, coivolgente, un vero dramma.

MINUS

Nessuno

Quale lettore?

Lettore che sa apprezzare i “veri” narratori.

Incipit

Marianna Sirca, dopo la morte di un suo ricco zio prete, del quale aveva ereditato il patrimonio, era andata a passare alcuni giorni in campagna, in una piccola casa colonica che possedeva nella Serra di Nuoro, in mezzo ai boschi di soveri.

L’ite Missa est

E disse di sì, perché gli occhi del pretendente rassomigliavano a quelli di Simone.

Trama

Crudele come possono essere solo le passioni degli innocenti, febbrile eppure ritmato da larghe pause che introducono i profondi motivi del paesaggio, delle stagione, del trascorrere del tempo è l’amore di Marianna Sirca, possidente e di Simone Sole, servo e bandito. Di colpo presi l’uno dell’altro, tessono la rete della loro perdizione: troppo è l’orgoglio, troppa la solitudine che entrano in gioco nel loro rapporto. A soccombere sarà Simone, l’uomo, che dei due è il carettere più debole, più femmineo…

Scheda del libro

Autore: Deledda, Grazia
Titolo: Marianna Sirca / Grazia Deledda
Pubblicazione: Cagliari : L’Unione Sarda, stampa 2003
Descrizione fisica: XIII, 199 p. ; 22 cm
Collezione: La biblioteca dell’identita. Grazia Deledda ; 13
Note Generali: Suppl. a: L’Unione Sarda
Nomi: Deledda, Grazia
Classificazione: 853.91 – NARRATIVA ITALIANA, 1900-1999

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Grazia Deledda

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381 lettura finita (44/IV anno) – Sant’Ambrogio e l’invenzione di Milano di Dario Fo


Sant'Ambrogio e l'invenzione di Milano di Dario Fo

Lettura di luglio 2010

Biografia politically INcorrect di sant’Ambrogio. Gustosa, leggera, pop, ma allo stesso tempo meditata e ben documentata. Unico difetto qualche digressione di troppo, utile se vogliamo, ma che ne spezza il ritmo. Questa lettura porta come conseguenza la lettura della biografia ufficiale del santo milanese: quella di Paolino, nei prossimi giorni.

Voto: 8/9

Incipit

Sembrerà assurdo che Ambrogio, primate della città di Milano a cui diede massimo lustro, davanti al quale s’inchinarono imperatori, papi e vescovi, si trovi ad essere quasi uno sconosciuto nella sua città e nell’Italia intera.

Descrizione

Ambrogio, vescovo della città di Milano, viene festeggiato il 7 dicembre; in memoria della sua nascita viene dedicata la première musicale al Teatro alla Scala; in quei giorni si inaugura in suo onore la fiera degli 0 béj o béj, le persone meritevoli vengono premiate con l’Ambrogino d’oro, una moneta su cui è riprodotto il ritratto del santo, e a lui è persino dedicato un piatto. Nonostante questo non si sa molto di sant’Ambrogio. Da dove viene? Dove nasce? Come si è fatto vescovo? Per quale motivo era rispettato e temuto sia dai barbari germanici che dai sapienti greci? Dario Fo, in modo del tutto originale, ci racconta di quest’uomo che all’età di trentacinque anni circa si ritrova con sua meraviglia acclamato vescovo e implorato dalla popolazione ad accettare, a buttare alle ortiche l’abito di uomo del potere imperiale (amministratore, giudice, governatore, cioè al culmine della carriera), a calzare la stola e a impugnare il bastone del pastore d’anime. Ci racconta di come Ambrogio, che prima del gran volo non professava alcuna fede, completamente estraneo al problema religioso, si sia buttato nel nuovo ruolo con un impegno e una passione stupefacenti. Di come abbia rischiato di essere ammazzato decine di volte, di come abbia sollevato la gente contro l’imperatore e contro la trivialità dei ricchi.

Scheda del libro

Autore: Fo, Dario
Titolo: Sant’Ambrogio e l’invenzione di Milano / Dario Fo ; a cura di Franca Rame e Giselda Palombi
Pubblicazione: Torino : Einaudi, 2009
Descrizione fisica: 222 p. : ill. ; 24 cm.
Numeri: ISBN – 9788806194864
Nomi: Fo , Dario
Rame, Franca
Palombi, Giselda
Soggetti: Ambrogio <santo> – Biografia
Ambrogio <santo>
Classificazione:     270.2092 – STORIA DELLA CHIESA. 325-787. Persone

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374 lettura finita (37/IV anno) – Lo sguardo estraneo di Herta Muller


Lo sguardo estraneo di Herta Muller

Lettura di giugno 2010

Prosegue la mia lenta scoperta dell’ultimo nobel della letteratura. Testo brevissimo e quasi “filosofico”. O per lo meno, per come è scritto e ragionato, così mi è sembrato. La scrittirice rumena mi spiazza sempre. Non riesco a collocarla, non mi riesce di dire se mi piace o meno. Come lettore mi mette a disagio. Resta il fatto che continuo a cercare i suoi libri.

Voto: 7,5/10

Incipit

La primissima caratteristica che si colse in questo testo fu lo sguardo estraneo. E cio’ sarebbe dovuto al fatto che io in Germania ci sono arrivata da un altro paese. Un occhio estraneo arriva in una terra che gli è estranea – una deduzione che sta bene a molti, ma non a me.

Descrizione

“L’uomo dei servizi segreti lascia cadere la sua sentenza incongrua: “gli incidenti stradali possono capitare”. All’indomani la bicicletta e Herta sono investite. Lei non andrà più in bicicletta, i campi e le strade non le scorreranno più accanto e sotto. È solo il primo episodio di un racconto che intende esemplificare l’insediarsi dell’altro sguardo estraneo, quello della paura e della vigilanza: poi vengono gli episodi ulteriori, l’ustione ai capelli, l’adescamento dei profumi, le perquisizioni domestiche. Ma è anche, non so quanto deliberata, la metafora di un modo perduto d’essere, e dunque di pensare e raccontare e scrivere, in cui le cose scorrono, si succedono l’una all’altra piacevolmente e logicamente, seguono una musica continua. La scrittura di Herta è, al contrario, rotta e slegata (slegato è aggettivo decisivo, in lei), e non solo la scrittura, ma l’esistenza intera, le notti e i giorni. Sul suo spartito, il tempo è spezzato. Lo sguardo estraneo, nella varietà di nomi che l’hanno definito, è una solida categoria della letteratura e delle arti in genere: la battaglia di Waterloo vista con gli occhi di una cavalla ferita a morte, o il genere umano con quelli del vecchio trottatore pezzato Cholstomer, fino all’Effetto di straniamento teorizzato e praticato dal teatro di Brecht.” (dalla Nota di Adriano Sofri). Tratto dal risvolto di copertina.

Scheda del libro

Autore: Muller, Herta
Titolo: Lo sguardo estraneo, ovvero La vita e una scorreggia in un lampione / Herta Muller ; traduzione di Mario Rubino ; con una nota di Adriano Sofri
Pubblicazione: Palermo : Sellerio, 2009
Descrizione fisica: 59 p. : ill. ; 17 cm.
Collezione: La memoria ; 803
Titolo uniforme: fremde Blick oder das Leben ist ein Furz in der Laterne.
Numeri:    ISBN – 88-389-2466-X
Nomi: Muller, Herta
Sofri, Adriano
Rubino, Mario
Classificazione:     833.914 – NARRATIVA TEDESCA. 1945-

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Herta Muller nel “Quaderno”

Herta Muller

Il premio nobel

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358 lettura finita (21/IV anno) – Cristina e il suo doppio di Herta Muller


Muller, Herta - Cristina e il suo doppio

Lettura di maggio 2010

Si stenta a credere quanto c’è scritto. Eppure funzionava proprio così. Terribile da leggere, deve essere stato un vero incubo vivere in questa maniera. Mi sono riconciliato, dopo la lettura de Il paese delle prugne verdi, con questa eroica scrittrice rumeno-tedesca. Da leggere per non dimenticare.

Voto: 9/10

Incipit

Per me ogni viaggio in Romania è anche un viaggio in un’altra epoca della mia vita, in cui non seppi mai se ciò che mi accadeva era qualcosa di fortuito oppure di inscenato ad arte.

Trama

“Dovunque arrivassi, mi sono trovata a dover convivere con questo mio doppio. Non si limitavano a mandarmelo al seguito, succedeva anche che mi precorresse. Benché sin dall’inizio io abbia scritto sempre e soltanto contro la dittatura, il mio doppio continua fino ad oggi a battere la sua strada per i fatti propri. Si è reso autonomo”. Solo dopo insistenti richieste e ripetuti tentativi nel 2004 Herta Müller ha potuto visionare il suo doppio, ovvero il fascicolo che la Securitate di Bucarest aveva costruito ai suoi danni. Nome in codice “Cristina”, novecento pagine di un dossier incompleto, sottoposto ad accurata “pulizia” da parte dei nuovi servizi rumeni, quelli non più comunisti. E seguendo il fascicolo l’autrice ha scritto questo, da lei stessa definito “racconto autobiografico”. Lucida testimonianza letteraria sull’arma più micidiale in mano al potere opaco, che domina mediante il possesso esclusivo dell’informazione: l’arma della disinformazione. Più sottile della semplice calunnia che agisce soprattutto tra i nemici, la disinformazione invece punta a distruggere le vittime nel campo degli amici, seminando quei dubbi e sospetti che proprio gli amici debbono temere. Herta Mùller ne fu vittima, perché tedesca in terra rumena e perché scrittrice “ai margini”.

Scheda del libro

Autore: Muller, Herta
Titolo: Cristina e il suo doppio
Editore: Sellerio
Collana: La memoria, 808
Descrizione fisica: cm 15, 63 p.

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Herta Muller

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355 lettura finita (18/IV anno) – Leggende sarde di Grazia Deledda


Leggende sarde di Grazia Deledda

Letture di aprile 2010

Adoro le leggende popolari, le adoro ancor di più quando sono bene scritte. E queste sono nate dalla penna di una grandissima autrice. Una lettura che mi è molto piaciuta. Libro letto in formato elettronico su Iphone.

Voto: 9/10

Scheda del libro

Autore: Deledda, Grazia
Titolo: Leggende sarde / Grazia Deledda ; a cura di Dolores Turchi
Pubblicazione: Roma : Tascabili economici Newton, 1995
Descrizione fisica: 61 p. : ill. ; 22 cm.
Collezione: Italia tascabile ; 8
Numeri: ISBN – 88-8183-002-7
Nomi: Deledda , Grazia
Turchi, Dolores
Soggetti: SARDEGNA – Leggende
Classificazione: 398.209459 – LETTERATURA POPOLARE. Sardegna

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Grazia Deledda

Alcune leggende della Deledda in rete

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340 lettura finita (III/IV anno) – Il paese delle prugne verdi di Herta Muller


Il paese delle prugne verdi di Herta Muller

Il paese delle prugne verdi di Herta Muller

Lettura per niente semplice, lenta, faticosa, ma bella. Uno stile davvero particolare, come se fossero pensieri in libertà oserei dire onirici. A tratti diventa poesia. Sensazione di oppressione, sconfitta, ma con un fondo di riscatto e di ribellione. Da leggere, ma per lettori convinti di voler arrivare in fondo.

Voto: 8/10

Incipit

Quando stiamo in esilio, metiamo in imbarazzo, diceva Edgar, quando parliamo, diventiamo ridicoli. Sedevamo da troppo tempo davanti alle foto sul pavimento. A forza di sedere, le mie gambe si erano addormentate.

Trama

Nella Romania degli anni Ottanta, quasi sospesa nel tempo, quattro giovani si ritrovano uniti dal suicidio di una ragazza di nome Lola. Da quel dolore e dalla consapevolezza di vivere in un Paese sottomesso alla dittatura, scaturisce un comune anelito di libertà che si nutre di letture e pensieri proibiti. Ben presto però i quattro devono fare i conti con l’onnipresenza del terrore. Agli interrogatori sistematici della polizia segreta, ai pedinamenti e agli atteggiamenti intimidatori segue la perdita del lavoro e, quand’anche si riesca a espatriare, ecco che le minacce proseguono e la morte ritorna sotto forma di misteriosi suicidi. In tutta questa oscurità, l’amicizia e l’amore sopravvivono. Grazie a uno stile evocativo e immaginifico, Herta Müller – che come la protagonista del romanzo appartiene a una minoranza di lingua tedesca della Romania – riesce a trovare e far scaturire la poesia persino dal degrado materiale e spirituale di un’intera nazione.

Scheda del libro

Autore: Muller, Herta
Titolo: Il paese delle prugne verdi / Herta Muller ; traduzione di Alessandra Henke
Pubblicazione: Rovereto : Keller, 2008
Descrizione fisica: 254 p. ; 19 cm.
Collezione: Vie ; 6
Numeri: ISBN – 9788889767078
Nomi: Muller, Herta
Henke, Alessandra
Altri titoli collegati: [Titolo originale] Herztier.
Classificazione: 833.914 – NARRATIVA TEDESCA, 1945-1990

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Herta Muller

Il premio nobel

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280 lettura finita (12/III anno) – Il continente invisibile di J.M.G. Le Clézio


Lettura dell’ottobre 2008

Per due giorni mi sono sentito abitante dell’Oceania, naufrago consapevole su una delle mille isole che compongono quello che il premio nobel Le Clézio definisce il continente invisibile. Un viaggio dentro i nuovi stati che tutt’oggi si formano dalle ex colonie europee e che scopriamo ogni 4 anni quando sfilano alle Olimpiadi e ci domandiamo di dove siano quegli atleti dai vestiti sgargianti. Un viaggio in cui l’abilissimo autore ci racconta in poco più di 100 pagine, leggende (quasi una summa della Creazione secondo gli indigeni), personaggi e tragedie che hanno contraddistinto queste terre dalla colonizzazione in poi. Da questo libro ho imparato davvero tante cose: in primis di come siano relativi i valori occidentali e di che danni immensi si possa fare volendoli esportare a tutti i costi. Da leggere.

Voto: 9/10

Incipit
Dicono che l’Africa sia il continente dimenticato. L’oceania è il continente invisibile. Invisibile, perchè i primi viaggiatori che vi si sono avventurati non ne hanno colto la natura, e perché rimane ancora oggi un luogo senza riconoscimento internazionale, un passaggio, quasi un’assenza.

Trama. Attenzione: di seguito viene rivelata, del tutto o in parte, la trama dell’opera
“Se l’Africa è il continente dimenticato, l’Oceania è il continente invisibile”, perché i primi viaggiatori che vi si sono avventurati non l’hanno visto, perché ancora oggi è un luogo senza riconoscimento internazionale, un passaggio, sebbene molti esploratori abbiano rischiato la vita per raggiungerlo e tentare di cartografarne le coste. Quando scopre l’immensità dell’oceano, la miriade di isole, isolotti, atolli di questo continente fatto più di mare che di terra, Le Clézio non immagina fino a che punto il mito possa ricongiungersi con la realtà. In questo racconto invita a scoprire la cultura dell’Oceania, a orientarsi con le stelle, ma anche a non dimenticare la storia dei popoli delle isole, il loro passato di migranti e di schiavi, il loro presente ancora troppo simile al passato. Oltre che viaggio iniziatico dietro le poche immagini note – spiagge, bellezze polinesiane di Gauguin, Naghol – questo libro è una riflessione critica su quella globalizzazione che mette in pericolo l’armonia di una civiltà preziosa ma fragile.

Scheda del libro
Autore: Le Clezio, Jean Marie Gustave
Titolo: Il continente invisibile / J.M.G. Le Clezio
Pubblicazione: Torino : Instar libri, 2008
Descrizione fisica: 126 p. ; 21 cm
Collezione: Le antenne ; 10
Note Generali: Trad. dal francese di Luciana Fasano … [et al.]
Numeri: ISBN – 9788846100900
Nomi: Le Clezio, Jean Marie Gustave
Fasano, Luciana
Altri titoli collegati: [Titolo originale] Raga. Approche du continent invisible
Soggetti: Oceania – Descrizioni e viaggi
Classificazione: 919.504 – Geografia. Melanesia Nuova Guinea. Viaggi

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Le Clézio

I nobel per la letteratura

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273 lettura finita (5/III anno) – L’amore e lo sghignazzo di Dario Fo


Termine lettura 23 settembre 2008

Il premio Nobel Dario Fo non l’avevo mai letto. Forse il suo personaggio un pò esuberante e caciaresco che appare il televisione (soprattutto nei filmati d’epoca) mi frenava. E invece… che bella sorpresa. Un narratore affabulante, una prosa elegante e scorrevole. Mi piace paragonarlo a qual vinello dei monti Albani che si beve a garganella come fosse acqua fresca. Cinque racconti di cui l’ultimo, “I greci non erano antichi”, è stato una vera rivelazione. Ora vedrò di recuperare il tempo perduto con una autore dalla penna e dalle idee davvero felici. Un unico rammarico. Anche stavolta mi sono fatto fregare dalla Tv. Libro da provare.

Voto: 9/10

Incipit

Mi trovo ad Argenteuil nella mia stanza, che s’affaccia nel quadriportico del monastero e scrivo. Sto mettendo giù all’ingrosso la sinopia per la mia storia. Sinopia è il termine che usano i pittori quando, direttamente sul muro a secco, prima di stendere l’intonaco, disegnano il progetto dell’affresco.

Trama. Attenzione: di seguito viene rivelata, del tutto o in parte, la trama dell’opera
Eretici, giullari, provocatori e trasgressori, ma anche sante e angeli: sono i personaggi che popolano i racconti di Dario Fo, voci fuori del coro che compongono le vicende di una storia “alternativa”. Eretica sarà dichiarata Mainfreda, della famiglia dei Visconti di Milano, colei che nel tredicesimo secolo raccolse l’eredità di una donna e di un angelo gigantesco, capaci da soli di difendere l’abbazia di Chiaravalle dal saccheggio furioso dei mercenari lanzichenecchi. Non eretica, ma pur sempre trasgressiva nel nome dell’amore, è Eloisa, quando ormai invecchiata racconta il suo incontro con il famoso Abelardo, la loro folle e irresponsabile passione, la terribile punizione che a lui toccherà in sorte. Trasgressori e provocatori furono senz’altro gli autori comici dell’antica Grecia, da Aristofane a Luciano di Samotracia. Ed è dunque sui loro testi, non su quelli della storia ufficiale che Fo cerca la verità della civiltà classica a cui altrimenti non si potrebbe accedere: parole di un teatro lontano, ma che parla di tirannia e di falsa democrazia, della loro mistificazione.

Scheda del libro
Autore: Fo, Dario
Titolo: L’ amore e lo sghignazzo / Dario Fo ; a cura di Franca Rame
Pubblicazione: Parma : Guanda, [2007]
Descrizione fisica: 145 p. : ill. ; 22 cm
Collezione: Narratori della Fenice
Note Generali: I disegni sono di Dario Fo
Numeri:ISBN – 9788860880932
Nomi: Fo, Dario
Rame, Franca
Classificazione: 853.914 – NARRATIVA ITALIANA, 1945-1999

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269 lettura finita (1/III anno) – Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway


Termine lettura 17 settembre 2008

Non mi è parso un romanzo trascinante. Tuttavia è ottimamente scritto, un vero classico della letteratura. Non per niente Hemingway ha vinto un nobel. Ben costruito l’ambiente e i personaggi, perfetta la resa visiva della solitudine del vecchio Santiago in mezzo al mare che lotta con le forze della natura. Un libro per lettori maturi… da decantare e centellinare come un buon vino. Letto perchè “costretti” (come a scuola) deve essere davvero “dura”. Non si apprezzerebbe per nulla.

Voto: 8,5/10

Incipit

Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni lo aveva accompagnato un ragazzo, ma dopo quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio ormai era decisamente e definitivamente salao, che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo li aveva ubbiditi andando in un’altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana.

Trama. Attenzione: di seguito viene rivelata, del tutto o in parte, la trama dell’opera
Santiago è un vecchio pescatore cubano ormai abbandonato dalla buona sorte. Sono diventati ottantaquattro i giorni in cui non è riuscito a prendere alcun pesce. Manolo, il ragazzo che fin da bambino lo ha accompagnato in barca, a cui ha insegnato ogni cosa del mestiere di pescatore e nei confronti del quale nutre un profondo affetto, è stato costretto dai genitori a pescare su un’altra barca. Ormai tutti ritengono Santiago un vecchio privo di risorse colpito dalla sfortuna. Vive solo nella capanna del suo piccolo villaggio abbandonato da tutti, deluso e sfiduciato, come colpito da una maledizione. Manolo ricambia però il suo affetto e non manca di far capire a Santiago che preferirebbe pescare con lui. Manolo lo va a trovare tutte le volte che può; cerca di aiutarlo trasportando le lenze o la fiocina o la vela; gli procura le esche. E vederlo arrivare a mani vuote lo rende infinitamente triste e impotente.
Santiago prende nuovamente il mare da solo e questa volta un enorme pesce abbocca all’amo trascinando al largo la sua piccola barca. E’ una lotta molto dura quella tra Santiago e quel pesce spada lungo più di cinque metri; dura tre giorni e tre notti durante le quali il vecchio avrebbe tanto desiderato l’aiuto e il conforto di Manolo. Il pensiero del ragazzo lo accompagna sempre e gli da forza quando sta per cedere; ma c’è anche un altro uomo che lo aiuta in questo suo estenuante percorso e che ritiene un impareggiabile esempio. E’ l’italo-americano Joe Di Maggio, imbattibile capitano della squadra di baseball di New York. Grazie a loro e alla sua perseveranza, Santiago vince la lotta contro il “nobile” pesce. Ma la sua piccola odissea non è conclusa. Durante il viaggio di ritorno Santiago è costretto a fare i conti con gli squali che non vogliono mollare quella preda e che man mano gli strappano. Il vecchio riesce ad avere la meglio su quei pescecani, ma al suo rientro nel porto, del suo enorme pesce è ormai rimasta solo la testa e la lisca, quasi un simbolo di ciò che ha dovuto affrontare. Una vanificazione delle grandi speranze e di tutti gli sforzi? No, piuttosto un elogio della forza e della perseveranza, ma anche del rispetto per la natura e del risentimento per l’uccisione di un animale in fondo simile a lui, forte e solo. Da: http://www.my-libraryblog.com/2008/02/14/il-vecchio-e-il-mare-ernest-hemingway/

Scheda del libro
Autore: Hemingway, Ernest
Titolo: Il vecchio e il mare / Ernest Hemingway ; a cura di Fernanda Pivano
Pubblicazione: Milano : Mondolibri, 1999
Descrizione fisica: XI, 114 p. ; 21 cm
Note Generali: Trad. di Fernanda Pivano
Nomi: Hemingway, Ernest
Pivano, Fernanda
Altri titoli collegati: [Titolo originale] The old man and the sea.
Classificazione: 813.52 – NARRATIVA AMERICANA IN LINGUA INGLESE, 1900-1945

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Hernest Hemingway

Il vecchio e il mare

Il film

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138 lettura finita (8/II anno) – Pian della Tortilla di John Steinbeck


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Inizio lettura 28 settembre 2007 – Termine 1 ottobre 2007

Un inno all’amicizia, amicizia che trascende ogni cosa. Per i protagonisti c’è una sola cosa nella vita: l’amicizia e per gli amici si può fare tutto. E’ scritto con uno stile secco fatto di pensieri brevissimi e netti. Mi ricorda un poco lo stile con cui sono scritti i primi libri della Bibbia per intenderci. In alcuni tratti il racconto si svolge in maniera tale che pare una immensa filastrocca. Romanzo ricco di malinconia, una sensazione che ritrovo solo nei romanzi sudamericani.

Voto: 7,75/10

Incipit
Questa è la storia di Danny , degli amici di Danny e della casa di Danny. E’ la storia di come queste tre cose diventarono una sola.

Trama Attenzione: di seguito viene rivelata, del tutto o in parte, la trama dell’opera.
A quasi settant’anni dalla sua pubblicazione questo romanzo, che decretò il successo letterario di John Steinbeck, conserva ancora intatto il fascino dell’epopea americana. Pian della Tortilla è il quartiere di Monterey in cui vivono i paisanos, un luogo dove sopravvivere è il fine primario. Discendenti dei primi californiani, formano una colonia di gente povera ma felice, di perdigiorno amorali ma intimamente incoscienti nelle cui vene si intreccia sangue messicano, indio e spagnolo. Tra questi vive Danny, che ha ereditato due case e vive con sette paisanos cui ha concesso il diritto di vivere nelle sue proprietà. Le giornate passano tra bevute e corteggiamenti, truffe ed espedienti, mentre il lavoro viene considerato l’ultima risorsa per procurarsi i mezzi di sussistenza. Dotati di spirito cavalieresco, i personaggi-che popolano le pagine di questo capolavoro della narrativa americana vivono con umanità e grande dignità la propria decadenza morale e materiale nell’illusione di un domani migliore. Con uno stile narrativo lucidissimo e vibrante e un gusto per la descrizione quasi cronachistico, Steinbeck rende omaggio a tutti coloro che hanno attraversato la frontiera.

Scheda del libro
Autore: Steinbeck, John
Titolo: Pian della Tortilla / John Steinbeck ; traduzione di Elio Vittorini
Edizione: 4. ed
Pubblicazione: [Milano! : Bompiani, 2000
Descrizione fisica: 223 p. ; 20 cm.
Collezione : Tascabili Bompiani ; 559
Numeri: ISBN – 88-452-4591-8

Collegamenti utili

John Steinbeck

Pian della Tortilla

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LXXIII lettura finita


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Inizio lettura 11 maggio 2007 – Termine lettura 17 maggio 2007

Molto Salgari, un poco Pascoli, un pò Fogazzaro… ecco cosa ho trovato in questo romanzo del debuttante Steinbeck. Il bucaniere Henry Morgan dalle sue origini alla sua definitiva dipartita. Un libro tormentato come il suo personaggio che insegue sogni che subito gli sfuggono. Libro che non mi ha appassionato più di tanto.

Voto:7/10

Scheda del libro

Autore: Steinbeck, John
Titolo: La Santa Rossa / John Steinbeck ; traduzione di Giorgio Monicelli
Pubblicazione: Milano : A. Mondadori, 1998
Descrizione fisica: 240 p. ; 19 cm.
Collezione : Oscar. Narrativa
Numeri: ISBN – 88-04-45437-7

LXIX lettura finita – Istanbul di O. Pamuk


Istanbul di O. Pamuk

Inizio lettura 01.05.2007 – Termine lettura 07.05.2007

E’ la storia del giovane Orhan e della sconfitta Istanbul oppure è la storia della giovane Istanbul (quella del post impero Ottomano) e della sconfitta di Orhan che che vede i suoi sogni di giovane infrangersi e dalle cui ceneri sorgerà quello che sarà il futuro nobel della letteratura? Un libro in bianco e nero dove la tristezza di Istanbul, rovinosa maceria, di quello che fu un grande impero, è la tristezza del bambino, adolescente e poi giovane Pamuk, ricostruita attraverso la storia della famiglia, delle letture, degli studi, degli sguardi di un ragazzo che conosce se stesso attraverso la sua città. Suggestive le immagini letterarie della decaduta Istanbul, suggestive le foto (in rigoroso bianco e nero) della Istanbul anni 50-70. Originale. Da leggere.

Voto 10/10

Trama (da Ibs.it)

“Istanbul come malinconia condivisa, Istanbul come doppio, Istanbul come immagini in bianco e nero di edifici sbriciolati e di minareti fantasma, Istanbul come labirinto di strade osservate da alte finestre e balconi, Istanbul come invenzione degli stranieri, Istanbul come luogo di primi amori e ultimi riti: alla fine tutti questi tentativi di una definizione diventano Istanbul come autoritratto, Istanbul come Pamuk”.(Alberto Manguel, “The Washington Post”) Una delle più affascinanti città del mondo raccontata con la passione enciclopedica del collezionista, l’amore del figlio, il lirismo intenso del poeta.

Scheda del libro

Autore: Pamuk, Orhan Titolo: Istanbul : i ricordi e la citta / Orhan Pamuk ;
traduzione di Semsa Gezgin ; cura editoriale di Walter Bergero
Pubblicazione: Torino : Einaudi, [2006]
Descrizione fisica: 388 p. : ill. ; 23 cm
Numeri: ISBN – 88-06-17899-7

Ex libro

La neve era una parte essenziale dell’Istanbul della mia infanzia. Come alcuni bambini che non vedono l’ora che arrivi l’estate per poter viaggiare, anch’io non vedevo l’ora che nevicasse. Non per andare in strada a giocare con la neve, ma perchè la città mi pareva più “bella” ammantata di bianco; e non per la novità o la sorpresa che portava coprendo il fango, la sporcizia, le crepe e gli angoli dimenticati della città, ma per l’atmosfera di emergenza, anzi di calamità che creava. Nonostante nevicasse tre o quattro giorni ogni anno e la città rimanesse imbiancata una settimana o poco più, la neve coglieva sempre di sorpresa gli abitanti di Istanbul, che si trovavano impreparati quasi fosse la prima volta; come avveniva in tempi di guerra o di catastrofi, si formavano subito code davanti al panettiere e, fatto ancor più importante, tutta la città si trovava riunita intorno allo stesso argomento, la neve, in uno sforzo di condivisione. E siccome la città e i suoi abitanti, staccandosi completamente dal resto del mondo, si chiudevano in se stessi, Istanbul, nei giorni invernali di neve, mi pareva più deserta, più vicina ai suoi vecchi giorni di favola. Un’altra delle meraviglie meteorologiche di questo tipo, che io ricordo dalla mia infanzia e che unì la comunità, fu l’arrivo di blocchi di ghiaccio dal Danubio al Mar Nero, blocchi che scendendo da nord erano entrati nel Bosforo. C’era gente che raccontava ancora, a distanza di anni, questo fenomeno, che aveva spaventato e meravigliato l’intera Istanbul (una città, tutto sommato, mediterranea) e allo stesso tempo, essendo un ricordo indimenticabile, l’aveva rallegrata. Bianco e nero.

I ginevrini si inorgogliscono della storia della città in cui vivevano, anche quando indicavano un semplice indirizzo e dicevano: “Dopo ever superato quella fontana di bronzo meravigliosa e molto elegante”. Invece un cittadino di Istanbul, in una situazione del genere, direbbe, inquietandosi per ciò che appare allo straniero: “Gira da quella fontana senz’acqua, cammina lungo le macerie”. Tristezza.

[La nonna paterna] Si era fidanzata con mio nonno e aveva compiuto un’azione molto coraggiosa nell’Istanbul di inizio secolo, andando con lui al ristorante prima del matrimonio. La nonna paterna.

XLVII lettura finita


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Inizio lettura 14.02.2007 – Fine lettura 14.02.2007

Il nostro orizzonte culturale è davvero lontano da quello descritto dal romanzo di Kawabata. I rituali delle geishe, i comportamenti tra i personaggi della storia, alcune allegorie per noi occidentali non sono comprenibili. Del resto, leggevo, che vi fu stupore in Giappone per il nobel assegnato a questo scrittore: loro stessi si domandavano se davvero riuscissimo a comprendere gli scritti di questo autore nipponico. E’ una lettura da affrontare con una certa preparazione culturale al paese nipponico; senza si perde il senso di molte cose. Io rientro nella categoria dei lettori senza preparazione e così mi sono fermato ad apprezzare lo stile letterario che rende la lettura piacevole, e la descrizione della natura, con il susseguirsi delle stagioni, incantevole. Mi rimane il rammarico di non aver apprezzato il senso più profondo di questo romanzo. Non do voto: non si può giudicare senza conoscere.

Il paesaggio era scuro, severo. Il crepitio della neve che gelava sulla terra pareva rimbombare nelle sue profondità. Non c’era luna. Le stelle, troppe per sembrare vere, si affacciavano in cielo con scintillio così vivo che parevano pricipitare nel vuoto. E più le stelle si avvicinavano, più il cielo pareva sprofondare nel colore della notte. Le vette della catena montuosa, confondendosi l’una con l’altra, si levavano massicce sull’orlo del cielo stellato in un’oscurità così greve e fosca che pareva partecipare del loro peso. L’insieme della scena notturna si fondeva in una, serena armonia. Parte prima.

Il colore della sera era già caduto sulla vallata montana, ormai sepolta tra le ombre. Stagliati contro il crepuscolo i monti lontani, che ancora riflettevano la luce del sole morente, parevano ravvicinati. E in breve, mentre i burroni si allontanavano e avvicinavano, s’innalzavano e si abbassavano, le ombre incominciarono a incupirsi tra essi, e il cielo si fece rosso sui monti nevosi, bagnati ormai appena da una debole luce. I boschi di cedro spiccavano foschi lungo la riva del fiume, nel campo da sci, attorno al santuario. Parte Prima.

Autore: Kawabata, Yasunari
Titolo: Il paese delle nevi / Yasunari Kawabata
Pubblicazione: Torino : Einaudi, \2002!
Descrizione fisica: 149 p. ; 20 cm
Collezione : Einaudi tascabili ; 935
Note Generali: Trad. dall’inglese di Luca Lamberti
Titolo uniforme: Yukiguni. –
Numeri: ISBN – 88-06-14633-5

12 lettura terminata – Canne al Vento di Grazia Deledda


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Inizio lettura 23.10.2006 – Fine lettura 26.10.2006

E’ un libro che si “vede” tanto sono vive le pagine della Deledda. Un libro pieno di colori accesi. Paesaggi incredibili, una terra ostile e unica. Una sardegna di inizio ‘900 incredibilmente bella. Imperdibile.

Voto: 10/10

Ex libro

La nebbia si diradava, apparivano profili di boschi neri sull’azzurro pallido dell’orizzonte; poi tutto fu sereno, come se mani invisibili tirassero di qua e di là i veli del mal tempo, e un grande arcobaleno di sette vivi colori e un altro più piccolo e più scialbo s’incurvarono sul paesaggio. La primavera nuorese sorrise allora al povero Efix seduto sulla porta della chiesetta. Grandi ranuncoli gialli, umidi come di rugiada, brillarono nei prati argentei, e le prime stelle apparse al cadere della sera sorrisero ai fiori: il cielo e la terra parevano due specchi che si riflettessero.

Un usignuolo cantò sull’albero solitario ancora soffuso di fumo. Tutta la frescura della sera, tutta l’armonia delle lontananze serene, e il sorriso delle stelle ai fiori e il sorriso dei fiori alle stelle, e la letizia fiera dei bei giovani pastori e la passione chiusa delle donne dai corsetti rossi, e tutta la malinconia dei poveri che vivono aspettando l’avanzo della mensa dei ricchi, e i dolori lontani e le speranze di là, e il passato, la patria perduta, l’amore, il delitto, il rimorso, la preghiera, il cantico del pellegrino che va e va e non sa dove passerà la notte ma si sente guidato da Dio, e la solitudine verde del poderetto laggiù, la voce del fiume e degli ontani laggiù, l’odore delle euforbie, il riso e il pianto di Grixenda, il riso e il pianto di Noemi, il riso e il pianto di lui, Efix, il riso e il pianto di tutto il mondo, tremavano e vibravano nelle note dell’usignuolo sopra l’albero solitario che pareva più alto dei monti, con la cima rasente al cielo e la punta dell’ultima foglia ficcata dentro una stella. Capitolo XIV.

Tutto era mutato; il mondo si allargava come la valle dopo l’uragano quando la nebbia sale su e scompare: il Castello sul cielo azzurro, le rovine su cui l’erba tremava piena di perle, la pianura laggiù con le macchie rugginose dei giuncheti, tutto aveva una dolcezza di ricordi infantili, di cose perdute da lungo tempo, da lungo tempo piante e desiderate e poi dimenticate e poi finalmente ritrovate quando non si ricordano e non si rimpiangono più.

Tutto è dolce, buono, caro: ecco i rovi della Basilica, circondati dai fili dei ragni verdi e violetti di rugiada, ecco la muraglia grigia, il portone corroso, l’antico cimitero coi fiori bianchi delle ossa in mezzo all’avena e alle ortiche, ecco il viottolo e la siepe con le farfalline lilla e le coccinelle rosse che sembrano fiorellini e bacche: tutto è fresco, innocente e bello come quando siamo bambini e siamo scappati di casa a correre per il mondo meraviglioso. Capitolo XII.

Aprile rallegrava anche il triste cortile, le rondini sporgevano la testina nera dai nidi della loggia guardando le compagne che volavano basse come inseguendo la loro ombra sull’erba fitta dell’antico cimitero. Capitolo XII.

Il villaggio bianco sotto i monti azzurri e chiari come fatti di marmo e d’aria, ardeva come una cava di calce: ma ogni tanto una marea di vento lo rinfrescava e i noci e i peschi negli orti mormoravano tra il fruscìo dell’acqua e degli uccelli. Capitolo X.

Prima dell’alba s’avviò in cerca di Giacinto. E su e su, per lo stradone dapprima grigio, poi bianco, poi roseo: l’aurora pareva sorgere dalla valle come un fumo rosso inondando le cime fantastiche dell’orizzonte. Monte Corrasi, Monte Uddè, Bella Vista, Sa Bardia, Santu Juanne Monte Nou sorgevano dalla conca luminosa come i petali di un immenso fiore aperto al mattino; e il cielo stesso pareva curvarsi pallido e commosso su tanta bellezza. Capitolo X.

Una sera, in luglio, Noemi stava seduta al solito posto nel cortile, cucendo. La giornata era stata caldissima e il cielo d’un azzurro grigiastro pareva soffuso ancora della cenere d’un incendio di cui all’occidente si smorzavano le ultime fiamme; i fichi d’India già fioriti mettevano una nota d’oro sul grigio degli orti e laggiù dietro la torre della chiesa in rovina i melograni di don Predu parevano chiazzati di sangue. Capitolo IX.

L’euforbia odorava intorno, la luna azzurrognola splendeva sul rudero della torre come una fiamma su un candelabro nero, e pareva che in quell’angolo di mondo morto non dovesse più spuntare il giorno. Capitolo VIII.

E Dio prometteva una buona annata, o per lo meno faceva ricoprir di fiori tutti i mandorli e i peschi della valle; e questa, fra due file di colline bianche, con lontananze cerule di monti ad occidente e di mare ad oriente, coperta di vegetazione primaverile, d’acque, di macchie, di fiori, dava l’idea di una culla gonfia di veli verdi, di nastri azzurri, col mormorìo del fiume monotono come quello di un bambino che s’addormentava. Capitolo I.

La luna saliva davanti a lui, e le voci della sera avvertivano l’uomo che la sua giornata era finita. Era il grido cadenzato del cuculo, il zirlio dei grilli precoci, qualche gemito d’uccello; era il sospiro delle canne e la voce sempre più chiara del fiume: ma era soprattutto un soffio, un ansito misterioso che pareva uscire dalla terra stessa; sì, la giornata dell’uomo lavoratore era finita, ma cominciava la vita fantastica dei folletti, delle fate, degli spiriti erranti. I fantasmi degli antichi Baroni scendevano dalle rovine del castello sopra il paese di Galte, su, all’orizzonte a sinistra di Efix, e percorrevano le sponde del fiume alla caccia dei cinghiali e delle volpi: le loro armi scintillavano in mezzo ai bassi ontani della riva, e l’abbaiar fioco dei cani in lontananza indicava il loro passaggio. Efix sentiva il rumore che le panas facevano nel lavar i loro panni giù al fiume, battendoli con uno stinco di morto e credeva di intraveder l’ammattadore, folletto con sette berretti entro i quali conserva un tesoro, balzar di qua e di là sotto il bosco di mandorli, inseguito dai vampiri con la coda di acciaio. Era il suo passaggio che destava lo scintillio dei rami e delle pietre sotto la luna: e agli spiriti maligni si univano quelli dei bambini non battezzati, spiriti bianchi che volavano per aria tramutandosi nelle nuvolette argentee dietro la luna: e i nani e le janas, piccole fate che durante la giornata stanno nelle loro case di roccia a tesser stoffe d’oro in telai d’oro, ballavano all’ombra delle grandi macchie di filirèa, mentre i giganti s’affacciavano fra le rocce dei monti battuti dalla luna, tenendo per la briglia gli enormi cavalli verdi che essi soltanto sanno montare, spiando se laggiù fra le distese d’euforbia malefica si nascondeva qualche drago o se il leggendario serpente cananèa, vivente fin dai tempi di Cristo, strisciava sulle sabbie intorno alla palude. Specialmente nelle notti di luna tutto questo popolo misterioso anima le colline e le valli: l’uomo non ha diritto a turbarlo con la sua presenza, come gli spiriti han rispettato lui durante il corso del sole; è dunque tempo di ritirarsi e chiuder gli occhi sotto la protezione degli angeli custodi. Capitolo I.

Il servo era abituato a obbedire alle sue padrone e non fece altre richieste: tirò una cipolla dal grappolo, un pezzo di pane dalla bisaccia e mentre il ragazzo mangiava ridendo e piangendo per l’odore dell’aspro companatico, ripresero a chiacchierare. I personaggi più importanti del paese attraversavano il loro discorso: prima veniva il Rettore, poi la sorella del Rettore, il sindaco, cugino delle padrone di Efix. Anche don Predu era ricco, ma non come il Milese. Poi veniva Kallina l’usuraia, ricca anche lei ma in modo misterioso. Capitolo I.

All’alba partì, lasciando il ragazzo a guardare il podere. Lo stradone, fino al paese era in salita ed egli camminava piano perché l’anno passato aveva avuto le febbri di malaria e conservava una gran debolezza alle gambe: ogni tanto si fermava volgendosi a guardare il poderetto tutto verde fra le due muraglie di fichi d’India; e la capanna lassù nera fra il glauco delle canne e il bianco della roccia gli pareva un nido, un vero nido. Ogni volta che se ne allontanava lo guardava così, tenero e melanconico, appunto come un uccello che emigra: sentiva di lasciar lassù la parte migliore di se stesso, la forza che dà la solitudine, il distacco dal mondo; e andando su per lo stradone attraverso la brughiera, i giuncheti, i bassi ontani lungo il fiume, gli sembrava di essere un pellegrino, con la piccola bisaccia di lana sulle spalle e un bastone di sambuco in mano, diretto verso un luogo di penitenza: il mondo. Ma sia fatta la volontà di Dio e andiamo avanti. Ecco a un tratto la valle aprirsi e sulla cima a picco d’una collina simile a un enorme cumulo di ruderi, apparire le rovine del Castello: da una muraglia nera una finestra azzurra vuota come l’occhio stesso del passato guarda il panorama melanconico roseo di sole nascente, la pianura ondulata con le macchie grigie delle sabbie e le macchie giallognole dei giuncheti, la vena verdastra del fiume, i paesetti bianchi col campanile in mezzo come il pistillo nel fiore, i monticoli sopra i paesetti e in fondo la nuvola color malva e oro delle montagne Nuoresi. Efix cammina, piccolo e nero fra tanta grandiosità luminosa. Il sole obliquo fa scintillare tutta la pianura; ogni giunco ha un filo d’argento, da ogni cespuglio di euforbia sale un grido d’uccello; ed ecco il cono verde e bianco del monte di Galte solcato da ombre e da strisce di sole, e ai suoi piedi il paese che pare composto dei soli ruderi dell’antica città romana. Lunghe muriccie in rovina, casupole senza tetto, muri sgretolati, avanzi di cortili e di recinti, catapecchie intatte più melanconiche degli stessi ruderi fiancheggiano le strade in pendìo selciate al centro di grossi macigni; pietre vulcaniche sparse qua e là dappertutto danno l’idea che un cataclisma abbia distrutto l’antica città e disperso gli abitanti; qualche casa nuova sorge timida fra tanta desolazione, e pinte di melograni e di carrubi, gruppi di fichi d’India e palmizi danno una nota di poesia alla tristezza del luogo. Ma a misura che Efix saliva questa tristezza aumentava, e a incoronarla si stendevano sul ciglione, all’ombra del Monte, fra siepi di rovi e di euforbie, gli avanzi di un antico cimitero e la Basilica pisana in rovina. Le strade erano deserte e le rocce a picco del Monte apparivano adesso come torri di marmo.
Efix si fermò davanti a un portone attiguo a quello dell’antico cimitero. Erano quasi eguali, i due portoni, preceduti da tre gradini rotti invasi d’erba; ma mentre il portone dell’antico cimitero era sormontato appena da un’asse corrosa, quello delle tre dame aveva un arco in muratura e sull’architrave si notava l’avanzo di uno stemma: una testa di guerriero con l’elmo e un braccio armato di spada; il motto era: quis resistit hujas? Capitolo II.

La Basilica cadeva in rovina; tutto vi era grigio, umido e polveroso: dai buchi del tetto di legno piovevan raggi obliqui di polviscolo argenteo che finivano sulla testa delle donne inginocchiate per terra, e le figure giallognole che balzavano dagli sfondi neri screpolati dei dipinti che ancora decoravano le pareti somigliavano a queste donne vestite di nero e viola, tutte pallide come l’avorio e anche le più belle, le più fini, col petto scarno e lo stomaco gonfio dalle febbri di malaria. Anche la preghiera aveva una risonanza lenta e monotona che pareva vibrasse lontano, al di là del tempo: la messa era per un trigesimo e un panno nero a frange d’oro copriva la balaustrata dell’altare; il prete bianco e nero si volgeva lentamente con le mani sollevate, con due raggi di luce che gli danzavano attorno e parevano emanati dalla sua testa di profeta. Senza lo squillo del campanello agitato dal piccolo sacrista che pareva scacciasse gli spiriti d’intorno. Efix, nonostante la luce, il canto degli uccelli, avrebbe creduto di assistere ad una messa di fantasmi. Eccoli, son tutti lì; c’è don Zame inginocchiato sul banco di famiglia e più in là donna Lia pallida nel suo scialle nero come la figura su nel quadro antico che tutte le donne guardano ogni tanto e che pare affacciata davvero a un balcone nero cadente. E la figura della Maddalena, che dicono dipinta dal vero: l’amore, la tristezza, il rimorso e la speranza le ridono e le piangon negli occhi profondi e nella bocca amara… Capitolo II.

Galline sonnolente che si beccavano sotto le ali, gattini allegri che correvano appresso ad alcuni porcellini rosei, colombi bianchi e azzurrognoli, un asino legato a un piuolo e le rondini per aria davano al recinto l’aspetto dell’arca di Noè: la casetta sorgeva sullo sfondo della vecchia casa riattata del Milese, alta, quest’ultima, col tetto nuovo, ma qua e là scrostata e come graffiata dal tempo indispettito contro chi voleva togliergli la sua preda. Capitolo II.

Le par d’essere ancora fanciulla, arrampicata sul belvedere del prete, in una sera di maggio. Una grande luna di rame sorge dal mare, e tutto il mondo pare d’oro e di perla. La fisarmonica riempie coi suoi gridi lamentosi il cortile illuminato da un fuoco d’alaterni il cui chiarore rossastro fa spiccare sul grigio del muro la figura svelta e bruna del suonatore, i visi violacei delle donne e dei ragazzi che ballano il ballo sardo. Le ombre si muovono fantastiche sull’erba calpestata e sui muri della chiesa; brillano i bottoni d’oro, i galloni argentei dei costumi, i tasti della fisarmonica: il resto si perde nella penombra perlacea della notte lunare. Noemi ricordava di non aver mai preso parte diretta alla festa, mentre le sorelle maggiori ridevano e si divertivano, e Lia accovacciata come una lepre in un angolo erboso del cortile forse fin da quel tempo meditava la fuga. La festa durava nove giorni di cui gli ultimi tre diventavano un ballo tondo continuo accompagnato da suoni e canti: Noemi stava sempre sul belvedere, tra gli avanzi del banchetto; intorno a lei scintillavano le bottiglie vuote, i piatti rotti, qualche mela d’un verde ghiacciato, un vassoio e un cucchiaino dimenticati; anche le stelle oscillavano sopra il cortile come scosse dal ritmo della danza. No, ella non ballava, non rideva, ma le bastava veder la gente a divertirsi perché sperava di poter anche lei prender parte alla festa della vita. Capitolo III.

Era presto ancora: sul cielo lucido del crepuscolo spuntavano le prime stelle, e dietro la torretta del belvedere l’occidente rosseggiava spegnendosi a poco a poco. Una gran pace regnava su quel villaggio improvvisato, e le note della fisarmonica e le voci e le risate entro le capanne parevano lontane. Qua e là davanti ai piccoli fuochi accesi lungo i muri si curvava la figura nera di qualche donna intenta a cucinare. Capitolo IV.

Ma al grido Efix era apparso e si avanzava battendo i piedi in cadenza e agitando le braccia come un vero ballerino. Cantava accompagnandosi: A sa festa… a sa festa so andatu… Arrivato accanto a Grixenda le prese il braccio, si unì alla fila delle danzatrici e parve davvero animare con la sua presenza il ballo: i piedi delle donne si mossero più agili, riunendosi, strisciando, sollevandosi, i corpi si fecero più molli, i visi brillarono di gioia. «Ecco il puntello. Forza, coraggio!» «E su! E su!» Un filo magico parve allacciare le donne dando loro un’eccitazione composta e ardente. La fila si cominciò a piegare, formando lentamente un circolo: di tanto in tanto una donna s’avanzava, staccava due mani unite, le intrecciava alle sue, accresceva la ghirlanda nera e rossa dietro cui si muoveva la frangia delle ombre. E i piedi si sollevavano sempre più svelti, battendo gli uni sugli altri, percuotendo la terra come per svegliarla dalla sua immobilità. «E su! E su!» Anche la fisarmonica suonava più lieta ed agile. Grida di gioia echeggiarono, quasi selvagge, come per domandare al motivo del ballo una intonazione più animata e più voluttuosa. Capitolo IV.

Ecco la striscia coltivata a ceci, pallidi già entro le loro bucce puntute: ecco le siepi di gravi pomidoro lungo il solco umido, ecco un campicello che sembra di narcisi ed è di patate, ecco le cipolline tremule alla brezza come asfodeli, ecco i cavoli solcati dai bruchi verdi luminosi. Nugoli di farfalle bianche e giallognole volavano di qua e di là, posandosi, confondendosi coi fiori dei piselli: le cavallette si staccavano e ricadevano come sbattute dal vento, le api ronzavano lungo le muricce come dorate dal polline dei fiori su cui posavano. Una fila di papaveri s’accendeva tra il verde monotono del campo di fave. E un silenzio grave odoroso scendeva con le ombre dei muricciuoli, e tutto era caldo e pieno d’oblio in quell’angolo di mondo recinto dai fichi d’India come da una muraglia vegetale, tanto che lo straniero, arrivato davanti alla capanna, si buttò, steso sull’erba ed ebbe desiderio di non proseguire il viaggio. Fra una canna e l’altra sopra la collina le nuvole di maggio passavano bianche e tenere come veli di donna; egli guardava il cielo d’un azzurro struggente e gli pareva d’esser coricato su un bel letto dalle coltri di seta. Capitolo IV.

X lettura finita


castello_bianco_orhan_pamuk.jpgIl castello bianco Orhan PamukInizio lettura 13.10.2006 – Terminato il 16.10.2006

Dare un voto a questo libro mi è impossibile. A tratti l’ho trovato “pesante” in altri geniale. Se dovessi usare termini musicali direi che non è un brano di Handel ma piuttosto di Bach dove il contrappunto supera di gran lunga la ricerca di una melodia cantabile.

Sopra un tavolo, nel vassoio intarsiato di madreperla , stavano pesche e ciliege; dietro il tavolo, un sofà di vimini intrecciati dove erano disposti cuscini di piume dello stesso colore verde della cornice delle finestre; lì ero seduto io, a ormai settant’anni; più in la, vedeva un pozzo sul quale si posava un passerotto, ulivi e ciliegi; più oltre, assicurata con lunghe funi a un ramo alto del noce, un’altalena vibrava leggera, sospinta da un vaghissimo alito di vento.

Leggiamoci il neo premio nobel