Non l’avesse scritto il Boiardo…


dizionario

Treccani (in rete) non lo cita nemmeno: malinconióso (ant. maninconióso, malinconóso, maninconóso) agg. [der. di malinconia]. – Nel linguaggio ant. o letter., lo stesso che malinconico, che soffre di malinconia, che è in uno stato di malinconia, o che mette malinconia: tutto in vista maninconoso e presso che con le lagrime agli occhi (Cesari); mattinata umida e malinconosa (Di Giacomo); vola nel cielo un canto malinconioso e dolcissimo (Savinio); compassionavamo una donna nostra amica che aveva una vita troppo malinconiosa (Maria Bellonci); nell’uso com., per lo più in tono scherz. o iron.: sfogava la sua pena in versi malinconiosi. ◆ Avv. malinconiosaménte, letter., con malinconia, melanconicamente.

Ma…

Orlando Innamorato, Libro I, canto XVI, 16

Ma poi che la chiara alba era levata,
E vide del baron le triste prove,
In groppa gli montò disconsolata,
E se saputo avesse andare altrove,
Via volentieri ne serebbe andata;
Ma, come io dico, non sapeva il dove.
Malinconiosa e tacita si stava:
Il conte la cagion gli domandava.

Tra promessa moglie e futuro marito non mettere… la lancia (breve considerazione attorno all’Orlando Furioso)


Orlando Furioso

Siamo al canto XXXVI dell’Orlando Furioso. Per farla breve, Ruggero è promesso a Bradamante. Quest’ultima è convinta (non a torto) che costui abbia una spiccata simpatia per Marfisa.  Quindi, Bradamante decide di chiarire la faccenda, armi in pugno. Il risultato lo leggiamo nei versi seguenti. Il potere d’una donna arrabbiata per amore, fuor di metafora, è… concludete voi, cari lettori.

[37]
Quando Ruggier la vede tanto accesa,
Si ristringe ne l’arme e ne la sella:
La lancia arresta; ma la tien sospesa,
Piegata in parte ove non nuoccia a quella.
La donna, ch’a ferirlo e a fargli offesa
Venìa con mente di pietà rubella,
Non poté sofferir, come fu appresso,
Di porlo in terra e fargli oltraggio espresso.

[38]
Così lor lance van d’effetto vote
A quello incontro; e basta ben s’Amore
Con l’un giostra e con l’altro, e gli percuote
D’una amorosa lancia in mezzo il core.
Poi che la donna sofferir non puote
Di far onta a Ruggier, volge il furore
Che l’arde il petto, altrove; e vi fa cose
Che saran, fin che giri il ciel, famose.

[39]
In poco spazio ne gittò per terra
Trecento e più con quella lancia d’oro.
Ella sola quel dì vinse la guerra,
Messe ella sola in fuga il popul Moro.
Ruggier di qua di là s’aggira ed erra
Tanto, che se le accosta e dice: — Io moro,
S’io non ti parlo: ohimè! che t’ho fatto io,
Che mi debbi fuggire? Odi, per Dio! —

Un racconto di Natale (molto bello) letto… a settembre


La Marchesa Colombi

La Marchesa Colombi

Poco importa se “Suor Maria” di Maria Antonietta Torriani (conosciuta come Marchesa Colombi) è un racconto di Natale. L’ho letto, la scorsa settimana, all’interno della raccolta intitolata “Cara Speranza”.

La storia mi è semplicemente piaciuta e, quindi, ve la propongo nel seguente collegamento a una risorsa elettronica.

Buona lettura.

Suor Maria, racconto della Marchesa Colombi

La vigilia non è… oggi!


dizionario

Definizione di “Vigilia” tratta dal dizionario Treccani:

Per estens., il giorno, o più genericam. il tempo, che precede immediatamente un fatto determinato: proprio alla v. della partenza si ammalò; ormai siamo alla v. degli esami; essere alla v. del fallimento.

Su alcuni quotidiani si legge, a proposito di un noto cantautore colto in “stato di ebbrezza”, quanto segue:

Il cittadino di Lodi, edizione elettronica:

Alla vigilia dell’uscita del suo nuovo disco (proprio oggi), il cantautore ha vissuto una brutta giornata sotto gli occhi di un centinaio di curiosi.

Provincia Pavese, edizione elettronica:

Il tutto proprio alla vigilia dell’uscita del suo nuovo album, “Una strada in mezzo al cielo” prevista appunto per oggi.

Diamo il beneficio del dubbio (nonostante il proprio e appunto) circa l’oggi, che ieri si riferiva a domani (spesso i giornali specificano l’oggi per contestualizzare temporalmente un evento, ma con un bel N.D.R. per precisare), cioè oggi. Chiaro, no?

Comunque sia… vigilia è il tempo che precede, non la contemporaneità…

Il primo capitolo de “L’osteria degli imbrogli”, nuovo romanzo noir di Gabriele Prinelli


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Per gli amici de “Il quaderno di un bibliotecario”, il primo capitolo del nuovo romanzo noir di Gabriele Prinelli, L’osteria degli imbrogli, edito da Gemini Grafica Editrice.

Leggi il primo capitolo de “L’osteria degli imbrogli” (pdf)

Trama
Melegnano, autunno 1819. Il borgo, sito nella bassa milanese, vive una stagione tranquilla e si prepara ad affrontare i rigori dell’inverno. In una fredda notte, una coppia di forestieri giunge alla locanda Le Tre T. La sconosciuta ha, nelle fattezze e nei modi di fare, qualcosa di familiare, eppure nessuno l’ha mai vista. Un particolare, però, la tradisce e svela la sua identità. La rivelazione porta scompiglio tra gli abitanti del paese: è davvero donna Lucia? Eppure, lo sapevano tutti: ella era morta quattro anni prima. L’aveva detto Gaspare. L’organaro, che già mal sopporta l’invidia e l’astio dei suoi compaesani, colpevole ai loro occhi di aver sposato la bella Cecilia, è ora sbeffeggiato per la resurrezione di Lucia. Vuol quindi dimostrare di non essersi ingannato. Comincia così un’investigazione sui generis, indagando e interrogando improbabili testimoni. Una serie di crimini, intanto, turba i sonni del villaggio.
Con la sua scrittura curata e scorrevole, Gabriele Prinelli ci propone un gustoso noir, in cui giallo e commedia si fondono con maestria in questa terza avventura dei Misteri di Melegnano.
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Gabriele Prinelli nasce a Milano nel 1972 ed è, oggi, un bibliotecario. È autore di romanzi e saggi. Ambientati nella bassa milanese, i suoi noir hanno conquistato migliaia di lettori: caratterizzati da una scrittura curata e scorrevole, le sue storie sono ironiche e divertenti. L’osteria degli imbrogli è il suo settimo romanzo. Con la Gemini Grafica ha pubblicato: Il cane del santo, 2013 – L’oro di san Giorgio, 2014 – Il mistero di Marignano, 2014
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ISBN: 978-88-97742-44-9
Pagine 144, € 13,90
DISTRIBUZIONE (D.E.M e LI.BRO.CO)
Per presentazioni librarie, contattare gprinelli@gmail.com, info@geminigrafica.it

 

Il primo capitolo del REGALO NATALIZIO del QUADERNO DI UN BIBLIOTECARIO


Copertina Avanti e Indietro ebook

Un assaggio del regalo natalizio del “Quaderno di un bibliotecario“.

Il primo capitolo di “Avanti e indietro”, romanzo di Gabriele Prinelli, già scaricabile integralmente da queste pagine (trovate i collegamenti ai file .pdf, .epub e .mobi in fondo all’articolo).

Buona lettura!

I

A.D. 1649

«Sono Antonio di San Michele
e tutto va a gonfie vele».

«Qui Aimone
ogni cosa procede secondo l’intenzione».

«Parla Ivo
non c’è in giro nessuno che sia vivo».

«Risponde Bonaventura:
non si muove creatura».

Alla filastrocca, che giungeva dalla parte destra della strada, rispose la poesia proveniente dal lato sinistro.

«Da Santa Maria dice Dionigi:
in paese sono tutti bigi».

«Conferma Eriberto:
qui sembra un deserto».

«Melchiorre
nulla vede dalla torre».

«Infin è Ezio:
dalla mia parte un gran silenzio».

Ultimo fu un tale che urlò da una via laterale:
«Sono Toni
e ci avete rotto i coglioni».

Un flebile applauso si levò dalle case circostanti.

«E che colpa ne abbiamo?
Con questa maledetta nebbia nulla vediamo
e il confine sorvegliare dobbiamo» rispose, alla voce misteriosa, un piccato Antonio.
«Non fosse così fitta, faremmo segnali con le lanterne. Così, però, non so nemmeno da che parte sto guardando» urlò Eriberto, irritato dall’anonima canzonatura.
«Siamo a posto, allora! Figuratevi com’è ben difesa la frontiera… Smettetela di prendere umido e di rompere le orecchie a noi poveracci che cerchiamo di dormire. Tornatevene a casa!».
Il termine della breve arringa fu sottolineato dal tonfo di una porta sbattuta con forza.

Ai guardiani della notte prudevano le mani. Magari avessero potuto avere tra le grinfie quel sovversivo che, celato dalla bruma, da giorni e giorni completava a quel modo i loro richiami: lo avrebbero certamente castigato a dovere.
Il furbacchione, nascosto dietro una voce falsata e un nome fittizio, profittava della scarsa visibilità per compiere le sue scorrerie vocali, mentre loro, a stento, sapevano dove si trovavano in quel momento.
Solo Melchiorre, in cima al torrione, aveva la consapevolezza di dove fosse esattamente, ma non era decisamente il più sveglio della compagnia. L’avevano posto, infatti, di guardia lassù proprio perché, già più di una volta, si era smarrito durante la ronda, varcando inavvertitamente il confine e rimanendo prigioniero della parte nemica per intere settimane.
Al suo signore, riportarlo in servizio, erano costati non poca fatica e molti denari.

***

Dopo un autunno fin troppo mite, erano arrivati giorni di pioggia torrenziale. Il diluvio aveva abbassato la temperatura, impaludato per bene le campagne attorno a Lomello e ingrossata l’Agogna che aveva allagato prati e boschi prossimi alle sue rive. Per fortuna il borgo sorgeva su un’altura, altrimenti gli abitanti si sarebbero ritrovati con i piedi ammollati.

Quando finalmente le nubi si alzarono, a scendere, al posto dell’acqua, fu una spessa coltre di nebbia che cancellò dalla vista ogni cosa. Dal fossato del castello non si scorgeva nulla della chiesa di San Rocco posta lì innanzi; dal lato della piazza appartenente a Santa Maria non si vedeva la fila di case site pochi passi più in là nel territorio di San Michele; da queste ultime non si distinguevano le imponenti mura del maniero di fronte. Succedeva pure che, dal basso, non si avvistasse la cima della torre e, da questa, non si riconoscesse nessuno, se non a malapena delle sbiadite e anonime ombre.

Gli alberi, carichi d’umido, gocciolavano come se stesse piovendo. Il viandante per strada aveva i capelli e i vestiti fradici, come se fosse stato sorpreso da uno scroscio improvviso. Sulle vie, si affondava nella melma con tutta la caviglia e si scivolava alquanto. Più di una volta, oltretutto, si era rischiato l’incidente quando qualche intrepido, per non dire spericolato e disgraziato cavaliere, lanciato con la sua cavalcatura a velocità sostenuta, aveva scartato, per un pelo, il malcapitato di turno, non visto lungo i sentieri che si dipartivano dal villaggio.

Continuando così, si diceva in borgo, si sarebbero dimenticati i visi delle persone amiche ed era diventato uso riconoscersi solo dalle relative fattezze.
Era normale intravedersi solamente a pochi passi di distanza e chiedersi: «Tu, chi sei?»; e, dall’altra parte, sentirsi rispondere: «Chi sei tu, piuttosto?». Ognuno timoroso di avere di fronte un abitante della parte avversa, con il terrore di aver attraversato, involontariamente, il confine.
Quando ciò accadeva, addio giornata. L’interrogatorio proseguiva per ore e ore alla ricerca di presunte spie: ciò si ripeteva anche quando il fermato era già stato ospite, più volte, della cella destinata agli invasori ed era assai noto agli inquisitori. Solamente al vespro si veniva riaccompagnati al limite della propria porzione di paese e rispediti, malamente, ai propri affetti.

Suoni e rumori giungevano alle orecchie ovattati, leggeri, sussurrati come accade durante le fitte nevicate. Le voci non parevano più quelle consuete e le campane delle chiese, che di solito spaccavano i timpani e non soltanto quelli, stentavano a diffondere il loro richiamo fino alla campagna circostante.
Così capitava, a chi lavorava fuori dal borgo, privo della meridiana e impedito ad ascoltare l’Ave Maria, di trovarsi a passare dalla grigia aria del giorno a quella tetra del tardo crepuscolo senza averne avuto sentore.

Orientarsi con il buio e con la nebbia non era cosa semplice.
Ci si affidava allora alle proprie bestie che la via di casa, o meglio della mangiatoia, la ritrovavano sempre. Si saltava sull’asino o sul biroccio e si lasciavano le redini. Sempre sperando che l’animale, se comprato di seconda mano, non ritornasse dal vecchio padrone.
Tutto ciò avveniva di giorno. Figuriamoci la notte.

***

Le filastrocche proseguirono fino a quando l’orizzonte non cominciò a tingersi di uno stanco colore lattiginoso.
Fu allora che due drappelli di tre uomini – uno per fazione – marciando compatti fino all’estremo della piazza appartenente alla propria contrada, presero posto e a turno annunciarono a gran voce:
«È giunta l’alba:
è l’ora del cambio della guardia».

«Il sole si avvicina,
tocca a noi della mattina».

Come risposta, da entrambe le parti, si ebbero dei sonori starnuti dai raffreddati guardiani.

«Ammazza che fantasia,
non si può cambiare poesia?
Non è che, col chiarore,
possiam mutare rimatore?»
e si udì ancora il tonfo della porta sbattuta.

Sghignazzi, per niente sommessi, si levarono dalle abitazioni lì attorno

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Scaricatelo GRATUITAMENTE cliccando sui seguenti collegamenti (i files sono ospitati sulla piattaforma Dropbox):

Pubblicato per la prima volta nel 2011 da Loquendo Editrice, “Avanti e indietro” è oggi riproposto in una nuova versione rivista dall’autore.

TRAMA

Cuniberto Piovera, sagrestano di Santa Maria, estirpando una pianta di fico, trova un cunicolo e, dentro a esso, il leggendario tesoro di Teodolinda: gioielli e oro per cambiare vita e abbandonare, finalmente, quel noioso del suo prete.

Arduino Cardana, suo acerrimo avversario nonché collega di San Michele, certo di essere inseguito dal Diavolo, precipita in una buca. Convinto di essere caduto all’Inferno, scopre, bensì, il Paradiso: una fortuna e l’opportunità di lasciarsi alle spalle una vita monotona.

Innamorati alla finestra scorgono ombre misteriose aggirarsi in giardino attorno a uno scavo abilmente celato. Nel nascondiglio trovano beni preziosi per riscattare il loro amore osteggiato.

In una Lomello del 1649, avvolta nella nebbia, ricoperta dalla neve e contesa tra i fratelli Crivelli, un organo positivo, equamente diviso tra le due fazioni per volontà del Vescovo, fa avanti e indietro tra le chiese rivali. Ciò che una volta era considerato un’onta, sta per trasformarsi nell’occasione della vita. E, quando tutto sembra pronto a realizzarsi…

Genere: Commedia

L’AUTORE

Gabriele Prinelli nasce a Milano nel 1972 ed è, oggi, un bibliotecario. Trascorre molte ore della giornata in compagnia dei libri, e ha una predilezione particolare per la letteratura italiana di fine Ottocento e di inizio Novecento.
Ha anche una vita virtuale: gestisce il blog “Quaderno di un bibliotecario” e ha fondato uno dei più importanti forum d’Italia dedicato ai libri.
Bibliografia: La mano dell’organista, 2009 – Avanti e indietro, 2011 – Il generale alla fermata del tram, 2013 – Il cane del santo, 2013 – L’oro di san Giorgio, 2014.

Per scrivere all’autore: gprinelli@gmail.com

Il frigorifero che si credeva un autovelox


Il frigovelox

Il frigovelox

La notizia, tratta dal quotidiano la “Provincia Pavese”, è davvero simpatica (scriverei pirandelliana), pur se frutto dell’ennesimo atto di inciviltà da parte di coloro che abbandonano i rifiuti lungo le strade.

Il frigorifero (che vedete in fotografia), dimenticato lungo la via per Galliavola (ovvero dalle mie parti), e posto in una posizione perlomeno equivoca, è stato indotto a credersi un autovelox.

Sarebbe forse meglio annotare che gli automobilisti, per la verità più spaventati che tartassati dalle colonnette arancioni, hanno investito l’incolpevole elettrodomestico di responsabilità non sue.

Stavolta a pagare, però, non saranno coloro che infrangono il codice della strada, ma tutti: la comunità dovrà farsi carico dello smaltimento del frigovelox.

Il cattolico, il cristianissimo, il Papa e… la guerra


madama di celan

A sollecitare un titolo tanto paradossale è la lettura in corso della “Madama di Celan: storia milanese del XVI secolo narrata da Pier Ambrogio Curti”, stampata coi tipi di Francesco Manini a Milano nel 1858.

La vicenda, che racconta la vita milanese e lombarda sotto il dominio spagnolo, è ambientata nel 1526, ovvero subito dopo la celebre battaglia di Pavia ove Carlo V, il Cattolico, vinse Francesco I, il Cristianissimo, in cruente battaglia. Il Papa, Clemente VII, nel frattempo, preoccupato per lo strapotere spagnolo si fece promotore della lega di Cognac per affrontare gli Asburgo…

Insomma, l’evangelico “A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra” di Luca, in quel remoto anno, non trovò fortuna.

Prevalse, piuttosto, quel versetto del Deuteronomio che recita: “il Signore vostro Dio cammina con voi per combattere per voi contro i vostri nemici e per salvarvi”.

 

Come l’abito non fa il monaco, il titolo non fa l’articolo


sondaggi

Tra i tanti articoli visualizzati sul mio profilo Facebook, compaiono spesso sondaggi di carattere politico-elettorale. A incuriosirmi sono quelli di data24news che…

Scopriamolo insieme, riportando i titoli dell’ultimo mese:

17 settembre 2015

… continua a crescere M5S

23 settembre 2015

… il M5S incalza il Pd

24 settembre 2015

… continua a crescere il M5S

30 settembre 2015

… il Movimento 5 Stelle vola

1 ottobre 2015

… calano tutti tranne il M5S

14 ottobre 2015

Il Movimento 5 Stelle vola

15 ottobre 2015

… 5 Stelle arriva al 25,9%

16 ottobre 2015

… 5 Stelle in crescita

20 ottobre 2015

… M5S in rimonta

20 ottobre 2015

… cresce solo il Movimento 5 Stelle
Dopo tutta questa rimonta, il lettore penserà che il partito in testa sia stato raggiunto, superato e stracciato…
ebbene no… ci sono ancora 6,5 punti di distanza (erano più o meno 8,2 all’origine). Insomma il titolo mi pare più orientato ad ottenere un click, piuttosto che a dare una notizia nuova… Le elezioni, salvo colpi di scena, sono ancora lontane: in linea teorica sono previste nel febbraio 2018. Bisogna, allora, che mi rassegni a tanti e tanti titoli che sottolineeranno una rincorsa senza fine e al momento, rebus sic stantibus, inutile.

Potere all’immaginazione: L’avaro di Moliere.


Arpagone

Una breve considerazione a margine della lettura dell’Avaro di Moliere.

La scena è a Parigi, nella casa di Arpagone.

Altro non vi è. Eppure, leggendo la commedia, la quinta si compone da sé. S’immagina la mobilia, il giardino, il salone e finanche i personaggi: Arpagone vecchio e dal piglio cisposo; i figli, Cleante ed Elisa, giovani e belli; i loro innamorati, Valerio e Mariana, altrettanto avvenenti; le donne e gli uomini di servizio meschini e scaltri.

E’ il potere della lettura che, seppur in assenza di descrizioni, lascia all’immaginazione la costruzione dell’ambiente e degli attori che in esso vivono. E’ il fascino del buon teatro, da non lasciare impolverato nelle nostre librerie.

(Nel disegno: Arpagone)

Il Quaderno a Bookcity con Cinzia Milite – Melegnano (Mi) 24 ottobre ore 18.30


bookcity

Sabato 24 ottobre, alle ore 18,30, avrò il piacere di presentare il libro di Cinzia MiliteCosì vicino non importa quanto lontano” nella prestigiosa Sala delle Battaglie del castello mediceo di Melegnano (Mi). L’incontro rientra nella programmazione di Bookcity.

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COSÌ VICINO NON IMPORTA QUANTO LONTANO
Incontro con la scrittrice Cinzia Milite
Evento in collaborazione con Gemini Grafica Editrice

Christine Harris è la giovane rampolla di una famiglia dell’alta borghesia romana. All’età di quattordici anni conosce Nathan, un ragazzo londinese dallo spirito indomito, cresciuto in una famiglia con uno stile di vita anticonformista, molto lontano dall’ambiente ovattato e stereotipato nel quale lei vive. La gabbia dorata in cui è costretta dalla madre, una donna arida e calcolatrice, la relega infatti ad un ruolo di ragazza aristocratica e perbene, attenta agli status symbol e alle convenzioni, snaturando in tal modo il suo essere.
L’occasione di una vacanza in una località balneare nell’Hampshire con Nathan e i suoi parente le permetterà di scoprire se stessa e la forza prorompente dell’amore. In un diario Christine ripercorre a ritroso i momenti salienti della sua vita, racconta dell’incontro con Nathan e di come esso ha determinato la sua esistenza.

Cinzia Milite è nata a Paderno Dugnano (MI), è sposata ed ha un figlio di quattordici anni. Il diploma magistrale le ha consentito di insegnare e in seguito lavorare come Direttrice di Scuola dell’Infanzia. La passione per la scrittura, che coltiva sin da bambina, l’ha portata negli ultimi anni a vincere alcuni premi letterari. Nel 2008 pubblica il racconto “Sotto lo stesso sole”, nel 2012 “Diego Cortes e il giorno fuori dal tempo”, nel 2013 “L’era
dei venti”.

Libro: Così vicino non importa quanto lontano di Cinzia Milite (Gemini Grafica, 2014).
Luogo: Melegnano, piazza della Vittoria 11, Sala delle Battaglie del castello Mediceo
Ingresso libero fino ad esaurimento posti

Il Quaderno, Miss Marple e Sette (Corriere della sera)


E’ in edicola oggi SETTE, l’inserto del Corriere della Sera del venerdì, con una intervista al sottoscritto attorno alla figura di Miss Marple. Il quotidiano di via Solferino si appresta, infatti, a pubblicare la serie di Dvd con protagonista la celebre investigatrice di Agatha Christie.

Il progetto de Il Quaderno di un bibliotecario, dedicato alla rilettura dei romanzi della giallista britannica, è stato notato dal giornalista Peppe Aquaro che, presentando la collana di film, ha voluto contattarmi per parlare di umanità, giardini e… delitti.

La parte iniziale dell'intervista

La parte iniziale dell’intervista

Scritto 46 anni fa… attualissimo!


2008 - Antico edificio (XVII secolo) demolito a Cerro al Lambro nella totale indifferenza delle autorità competenti.

2008 – Antico edificio (XVII secolo) demolito a Cerro al Lambro (Mi) con la totale indifferenza delle autorità competenti.

E’ Giovannino Guareschi, in Don Camillo e i giovani d’oggi (1969), a scrivere la considerazione seguente. L’esperienza quotidiana (tutela dei beni culturali) dice che queste parole sono davvero attuali.

Il beccamorto ministeriale era uno di quei solerti funzionari capaci di bloccare per vent’anni la costruzione di un ponte necessario se – nello scavare le fondamenta dei piloni – vi trova un pezzo di pentola di coccio del 1925, mentre non aprono bocca se qualcuno demolisce l’arco di Tito per istallare, al suo posto, un distributore di benzina.

“Il lauro” di Giovanni Pascoli


alloro

Suggestiva lettura di un’alba agostana.

Nell’orto, a Massa — o blocchi di turchese,
alpi Apuane! o lunghi intagli azzurri
nel celestino, all’orlo del paese!

Un odorato e lucido verziere
pieno di frulli, pieno di sussurri,
pieno dè flauti delle capinere.

Nell’aie acuta la magnolia odora,
lustra l’arancio popolato d’oro —
io, quando al Belvedere era l’aurora,
venivo al piede d’uno snello alloro.

Sorgeva presso il vecchio muro, presso
il vecchio busto d’un imperatore,
col tronco svelto come di cipresso.

Slanciato avanti, sopra il muro, al sole
dava la chioma. Intorno era un odore,
sottil, di vecchio, e forse di viole.

Io sognava: una corsa luna il puro
Frigido, l’oro di capelli sparsi,
una fanciulla… Ancora al vecchio muro,
tremava il lauro che parea slanciarsi.

Un’alba — si sentìa di due fringuelli
chiaro il francesco mio: la capinera
già desta squittinìa di tra i piselli —

tu più non c’eri, o vergine fugace:
netto il pedale era tagliato: v’era
quel vecchio odore e quella vecchia pace;

il lauro, no. Sarchiava li vicino
Fiore, un ragazzo pieno di bontà.
Gli domandai del lauro; e Fiore, chino
sopra il sarchiello: Faceva ombra, sa!

E m’accennavi un campo glauco, o Fiore,
di cavolo cappuccio e cavolfiore.

Dal libro “Myricae” di Giovanni Pascoli

Panzini, la lanterna e la ricerca dell’uomo


panzini

Diogene una volta uscì con una lanterna di giorno, e, alla domanda su che cosa stesse facendo, rispose: “Cerco l’uomo!”.

Alfredo Panzini, con la sua lanterna, percorre,  in bicicletta, la strada che da Milano giunge a Bellaria sull’adriatico. Giuntovi ne esplora il mondo circostante alla ricerca dell’umanità che lì vi abita. Pescatori, ragazzi, preti, ferrovieri, donne umili e altolocate, bizzarri commercianti… sono i protagonisti delle sue storie che, avvolte da una natura quasi selvaggia e capricciosa, si presentano come brevi racconti legati però in un anomalo romanzo.

Sono la Terra e l’Acqua a plasmare il carattere di questi personaggi che, lontani dalle città, vivono ancora secondo la tradizione, ignorando i modelli convenzionali prodotti dalla crescente urbanizzazione o, comunque, rielaborandoli con una certa rusticità. Come le dune di sabbia che sorprendono, con il loro moto, il viandante lungo la strada per Comacchio e Pomposa, così gli uomini e le donne di questa regione sanguigna sorprendono, per il loro temperamento, lo scrittore.

Lettura assai gradevole, ma non per tutti. L’essere l’autore un lessicografo si percepisce nettamente e la citazione classica e il linguaggio alto, mai banale, mi fanno consigliare quest’opera ad un pubblico colto, che ne saprebbe apprezzare le sfumature.

  • Autore: ALFREDO PANZINI
  • Titolo: LA LANTERNA DI DIOGENE
  • Editore: TREVES
  • Anno: 1918
  • Pagine: 276

Maratona letteraria al Perdono di Melegnano (Mi)


ROLLUP

Giovedì 2 aprile, dalle ore 9,30 alle ore 17,30, Enrico Maestri (editore di Gemini Grafica Editrice) e Gabriele Prinelli (curatore della linea editoriale) vi danno appuntamento a Melegnano, Atrio della Palazzina Trombini c/o mostra filatelica, in occasione della 452esima edizione della Fiera del Perdono.

8 ore in cui presenteremo, proporremo e leggeremo i nostri libri.

Vi aspettiamo!!!

Ecco i libri di cui parleremo con voi:

1 3 4 5 6 9 7 2 15 12 10 8 13 11 14

Quando intorno a Milano c’era… la campagna


Veduta di Milano

Veduta di Milano

Commuovente descrizione del paesaggio milanese di Cesare Cantù (1805-1894)

«La strada bergamasca esce dalla porta Orientale, e segue il magnifico viale di Loreto; indi procede tra feraci campagne, e, lasciato a sinistra Turro, a destra Casoretto, giunge a Crescenzago. Siede questo ridente villaggio in riva al naviglio della Martesana, ed ha fregio d’eleganti ville e giardini. Bello a chi va pedestre è seguir la strada dell’alzaia lungo il naviglio ombreggiata quasi di continuo da pioppi e saligastri, che presenta in più tratti assai gradevoli aspetti. A Crescenzago segue Vimodrone, antica parrocchia, indi la cascina de’ Pecchi, e sulla destra Pioltello, ove nel 1259 si posero a campo i Milanesi movendo contro Ezelino; sulla sinistra Cernusco Asinarlo sul naviglio, che fa bella mostra dal ponte, ed ha grande chiesa e parecchie graziose ville con vaghi giardini. Indi si passa il torrente Molgora, che è scavalcato dal naviglio sostenuto da poderoso dicco, e s’arriva al lieto e popoloso borgo di Gorgonzola, ch’è in voce pe’ suoi squisiti stracchini. Grandiosa n’è la chiesa primaria, cominciata nel 1806, finita nel 1820, con disegno del Cantoni, mercé il munifico lascito del duca Gian Galeazzo Serbelloni.»

Quando Milano stupiva…


Identificazione: Veduta della facciata del Duomo di Milano in costruzione con scene carnevalesche Ambito culturale: scuola milanese Cronologia: ca. 1660

Veduta della facciata del Duomo di Milano in costruzione con scene carnevalesche, scuola milanese, ca. 1660

Dal capitolo XI dei Promessi Sposi di Alssandro Manzoni

La strada era allora tutta sepolta tra due alte rive, fangosa, sassosa, solcata da rotaie profonde, che, dopo una pioggia, divenivan rigagnoli; e in certe parti più lasse, s’allagava tutta, che si sarebbe potuto andarci in barca. A que’ passi, un piccol sentiero erto, a scalini, sulla riva, indicava che altri passeggieri s’eran fatta una strada ne’ campi, Renzo, salito per un di que’ valichi sul terreno più elevato, vide quella gran macchina del duomo sola sul piano, come se, non di mezzo a una città, ma sorgesse in un deserto; e si fermò su due piedi, dimenticando tutti i suoi guai, a contemplare anche da lontano quell’ottava maraviglia, di cui aveva tanto sentito parlare fin da bambino (XI. 47).

Giornali cattolici in guerra… tra di loro!


Eugenio_Torelli_Viollier

Tratto da: LA STAMPA E LA POLITICA di Torelli-Viollier (1881)

Resta a parlare del partito clericale, rappresentato da due giornali: l’Osservatore cattolico e lo Spettatore lombardo, sempre in guerra fra loro, e che guerra! L’uno chiama l’altro fogna, l’altro risponde farabutto. Lo Spettatore fu fondato da’ clericali più transigenti e remissivi per rintuzzare la tracotanza dell’Osservatore, diretto dal famoso Albertario e da D. Enrico Massara, che pretendevano e pretendono ancora dominare su tutto il clero lombardo e comandare a vescovi ed arcivescovi.

E. Torelli-Viollier.

Un attore… bestiale (Milano 1875)


leone

Tratto da I teatri di Milano di F. Fontana, 1881

Correva, credo, il giugno 1875. Il celebre domatore di belve Bidel trovavasi di passaggio a Milano col suo serraglio; e a Milano c’era anche – di passaggio, va sans dire, poiché quest’uomo bolide non si stabilirà giammai – Ulisse Barbieri.

Bidel aveva un magnifico leone; quando Ulisse vide quel leone si sentì il cervello colpito da una grande idea; affidargli una parte in uno dei suoi centomila drammi! Ne parlò col capocomico della Commenda e, siccome gli affari laggiù non andavano a gonfie vele in quel momento, l’idea fu trovata sublime e accettata a braccia aperte.

Ventiquattr’ore dopo (com’è suo costume) Ulisse Barbieri presentava al capocomico un dramma in sei atti nel quale era fatta una parte di leone… a un leone.

L’azione del dramma si svolgeva in India; c’era una scena in cui un giovane indiano (il protagonista umano della produzione) doveva affrontare un leone in una foresta vergine. Il leone chiuso in una gabbia, le barre della quale erano nascoste da liane, doveva apparire sul fondo e mentre il giovane indiano si lanciava eroicamente sulla belva ruggente doveva cadere il sipario!

Bidel accondiscese a prestare la belva a patto che il capocomico facesse costruire a sue spese la gabbia e si pagassero all’attore bestiale o a chi per esso 100 lire per rappresentazione. Il patto fu accettato e mille cartelloni mirobolani annunziarono ai milanesi la prossima novità. Intanto che gli animi dei buoni meneghini ribollivano d’impaziente attesa, alla Commenda ferveva il lavoro.

Il falegname del teatro, geloso della propria fama, aveva promesso di saper benissimo costruire la gabbia indicata, e gli si era creduto sulla parola; gli attori, col cuor leggero e ridendo, andarono alla prova generale; la gabbia del buon falegname era là in attesa della belva nel prato attiguo al palcoscenico; Barbieri giunge annunciando che precede Bidel e il suo pensionario di pochi minuti. Eccoli!… Eccoli!… La belva si guarda intorno come maravigliata di non trovarsi nel solito serraglio in compagnia dei sozii; Bidel visita la gabbia nuova e contrae un pocolino le labbra dicendo: «Basta !… Vedremo !» e avvicinatala a quella in cui stava il leone ve lo fa passar dentro.

I comici intorno si affollano curiosamente; Barbieri è radiante; la belva rimane un momento perplessa nel nuovo domicilio, poi come per mettercisi a suo agio e prenderne possesso formale, dà una scrollatina di giubba…

Misericordia!… La gabbia a quella semplice scrollatina sembra sfasciarsi, alcune barre di ferro si torcono come fidibus; i comici alzano i tacchi alzando al cielo grida di spavento; Bidel coraggiosamente penetra nella nuova gabbia e in men che si dica fa ripassare la belva nell’antica colla logica delle scuriate.

Ebbene, il solo Barbieri non era fuggito! Egli era rimasto là senza dir parola, piantato al suo posto come un piuolo. Quando Bidel lo scosse chiedendogli: «Ebbene a che pensi?» egli rispose:

– Pensavo che se il leone mi avesse mangiato i miei comici io non avrei più potuto far rappresentare il mio dramma!

***

La lezione era stata troppo seria perché il bravo falegname avesse a riproporre di nuovo l’opera sua. Venne quindi fabbricata un’altra gabbia sotto la direzione immediata del Bidel e il giorno della grande rappresentazione arrivò finalmente.

Io non vidi mai spettacolo più strano in teatro di quello che vidi quella sera. Gli spettatori pigiati in quel baraccone come le acciughe in un barile, assistettero tutti in piedi, voltati a tre quarti, in atto assiduo di fuga allo svolgimento del dramma. Sul palcoscenico non incontravi anima viva ad eccezione di Barbieri e di Bidel; gli attori e le attrici, appena finite le scene in cui eglino avevano parte, correvano a rinchiudersi nei rispettivi camerini a doppio giro di chiave (a quali fanciulleschi ripari non fa appigliare la paura!); il buttafuori aveva date le sue dimissioni; tutta quella brava gente, contenta in cuor suo che il Re del deserto avesse servito a popolare così bene il teatro, si ricordava troppo di quella tal scrollatina di giubba che voi sapete, per affrontare ancora a cuor leggiero, come prima, la posizione fattale dall’autore del dramma.

Il colmo del grottesco fu naturalmente la gran scena, la scena maestra di cui vi ho già dato lo spunto.

Il giovane indiano – Giovanni Emanuel – il quale non accarezzava certo l’idea di farsi sbranare da un leone prima di rivelarsi interamente al pubblico italiano, si era tenuto continuamente durante il dramma sul: Chi vive! e, a schivar possibilmente ogni men graziosa sorpresa da parte del nobile animale, si era studiato recitando di non abbandonare mai l’estremo limite del proscenio, sfiorando coi piedi la ribalta o il naso del suggeritore, rincantucciato più che mai e in piedi anch’egli nel suo buco per esser più pronto a qualsiasi evenienza.

Giunta la gran scena il leone doveva ruggire, ma benché tenuto appositamente a digiuno; non ruggì… Capricci d’ attore… bestiale !

Barbieri, fatto eroe dalla sua giusta indignazione d’autore non assecondato; Barbieri che contava sull’effetto irresistibile di quel ruggito e se lo era veduto svanire, Barbieri, dico, si lanciò contro la gabbia della belva imprecando e incitandola tanto dappresso col bastone per farla… parlare, che il Bidel dovette strapparlo indietro a viva forza.

E intanto Emanuel, colle spalle rivolte completamente alla belva, sempre sul limite estremo del proscenio, badava a gridare:

– Sì !… Belva, io ti sfido e ti ucciderò!… Io ti fiso col mio occhio magnetizzante…

Il pubblico scoppiò in una risata così unanime, così fragorosa, così omerica, che la belva ne fu scossa… Forse credette d’essere tornato nel suo deserto e di sentire il rombo del Simoun che si avvicinava, e cacciò fuori un urlo così indiavolato, così formidabile, che gli spettatori terrorizzati ondeggiarono, come massa liquida, verso la porta, Emanuel scomparve dietro una quinta, il suggeritore si inabissò, nei camerini attori e attrici mandarono uno strillo, il sipario cadde come abbandonato da una mano aperta dalla paralisi e dall’incoscienza dello spavento.

E Bidel dovette una volta ancora trattenere Barbieri il quale faceva atto di lanciarsi verso la gabbia gridando:

– Grazie!… Grazie!

F. Fontana