Il cattolico, il cristianissimo, il Papa e… la guerra


madama di celan

A sollecitare un titolo tanto paradossale è la lettura in corso della “Madama di Celan: storia milanese del XVI secolo narrata da Pier Ambrogio Curti”, stampata coi tipi di Francesco Manini a Milano nel 1858.

La vicenda, che racconta la vita milanese e lombarda sotto il dominio spagnolo, è ambientata nel 1526, ovvero subito dopo la celebre battaglia di Pavia ove Carlo V, il Cattolico, vinse Francesco I, il Cristianissimo, in cruente battaglia. Il Papa, Clemente VII, nel frattempo, preoccupato per lo strapotere spagnolo si fece promotore della lega di Cognac per affrontare gli Asburgo…

Insomma, l’evangelico “A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra” di Luca, in quel remoto anno, non trovò fortuna.

Prevalse, piuttosto, quel versetto del Deuteronomio che recita: “il Signore vostro Dio cammina con voi per combattere per voi contro i vostri nemici e per salvarvi”.

 

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Potere all’immaginazione: L’avaro di Moliere.


Arpagone

Una breve considerazione a margine della lettura dell’Avaro di Moliere.

La scena è a Parigi, nella casa di Arpagone.

Altro non vi è. Eppure, leggendo la commedia, la quinta si compone da sé. S’immagina la mobilia, il giardino, il salone e finanche i personaggi: Arpagone vecchio e dal piglio cisposo; i figli, Cleante ed Elisa, giovani e belli; i loro innamorati, Valerio e Mariana, altrettanto avvenenti; le donne e gli uomini di servizio meschini e scaltri.

E’ il potere della lettura che, seppur in assenza di descrizioni, lascia all’immaginazione la costruzione dell’ambiente e degli attori che in esso vivono. E’ il fascino del buon teatro, da non lasciare impolverato nelle nostre librerie.

(Nel disegno: Arpagone)

“Il lauro” di Giovanni Pascoli


alloro

Suggestiva lettura di un’alba agostana.

Nell’orto, a Massa — o blocchi di turchese,
alpi Apuane! o lunghi intagli azzurri
nel celestino, all’orlo del paese!

Un odorato e lucido verziere
pieno di frulli, pieno di sussurri,
pieno dè flauti delle capinere.

Nell’aie acuta la magnolia odora,
lustra l’arancio popolato d’oro —
io, quando al Belvedere era l’aurora,
venivo al piede d’uno snello alloro.

Sorgeva presso il vecchio muro, presso
il vecchio busto d’un imperatore,
col tronco svelto come di cipresso.

Slanciato avanti, sopra il muro, al sole
dava la chioma. Intorno era un odore,
sottil, di vecchio, e forse di viole.

Io sognava: una corsa luna il puro
Frigido, l’oro di capelli sparsi,
una fanciulla… Ancora al vecchio muro,
tremava il lauro che parea slanciarsi.

Un’alba — si sentìa di due fringuelli
chiaro il francesco mio: la capinera
già desta squittinìa di tra i piselli —

tu più non c’eri, o vergine fugace:
netto il pedale era tagliato: v’era
quel vecchio odore e quella vecchia pace;

il lauro, no. Sarchiava li vicino
Fiore, un ragazzo pieno di bontà.
Gli domandai del lauro; e Fiore, chino
sopra il sarchiello: Faceva ombra, sa!

E m’accennavi un campo glauco, o Fiore,
di cavolo cappuccio e cavolfiore.

Dal libro “Myricae” di Giovanni Pascoli

Quando intorno a Milano c’era… la campagna


Veduta di Milano

Veduta di Milano

Commuovente descrizione del paesaggio milanese di Cesare Cantù (1805-1894)

«La strada bergamasca esce dalla porta Orientale, e segue il magnifico viale di Loreto; indi procede tra feraci campagne, e, lasciato a sinistra Turro, a destra Casoretto, giunge a Crescenzago. Siede questo ridente villaggio in riva al naviglio della Martesana, ed ha fregio d’eleganti ville e giardini. Bello a chi va pedestre è seguir la strada dell’alzaia lungo il naviglio ombreggiata quasi di continuo da pioppi e saligastri, che presenta in più tratti assai gradevoli aspetti. A Crescenzago segue Vimodrone, antica parrocchia, indi la cascina de’ Pecchi, e sulla destra Pioltello, ove nel 1259 si posero a campo i Milanesi movendo contro Ezelino; sulla sinistra Cernusco Asinarlo sul naviglio, che fa bella mostra dal ponte, ed ha grande chiesa e parecchie graziose ville con vaghi giardini. Indi si passa il torrente Molgora, che è scavalcato dal naviglio sostenuto da poderoso dicco, e s’arriva al lieto e popoloso borgo di Gorgonzola, ch’è in voce pe’ suoi squisiti stracchini. Grandiosa n’è la chiesa primaria, cominciata nel 1806, finita nel 1820, con disegno del Cantoni, mercé il munifico lascito del duca Gian Galeazzo Serbelloni.»

Quando Milano stupiva…


Identificazione: Veduta della facciata del Duomo di Milano in costruzione con scene carnevalesche Ambito culturale: scuola milanese Cronologia: ca. 1660

Veduta della facciata del Duomo di Milano in costruzione con scene carnevalesche, scuola milanese, ca. 1660

Dal capitolo XI dei Promessi Sposi di Alssandro Manzoni

La strada era allora tutta sepolta tra due alte rive, fangosa, sassosa, solcata da rotaie profonde, che, dopo una pioggia, divenivan rigagnoli; e in certe parti più lasse, s’allagava tutta, che si sarebbe potuto andarci in barca. A que’ passi, un piccol sentiero erto, a scalini, sulla riva, indicava che altri passeggieri s’eran fatta una strada ne’ campi, Renzo, salito per un di que’ valichi sul terreno più elevato, vide quella gran macchina del duomo sola sul piano, come se, non di mezzo a una città, ma sorgesse in un deserto; e si fermò su due piedi, dimenticando tutti i suoi guai, a contemplare anche da lontano quell’ottava maraviglia, di cui aveva tanto sentito parlare fin da bambino (XI. 47).

Giornali cattolici in guerra… tra di loro!


Eugenio_Torelli_Viollier

Tratto da: LA STAMPA E LA POLITICA di Torelli-Viollier (1881)

Resta a parlare del partito clericale, rappresentato da due giornali: l’Osservatore cattolico e lo Spettatore lombardo, sempre in guerra fra loro, e che guerra! L’uno chiama l’altro fogna, l’altro risponde farabutto. Lo Spettatore fu fondato da’ clericali più transigenti e remissivi per rintuzzare la tracotanza dell’Osservatore, diretto dal famoso Albertario e da D. Enrico Massara, che pretendevano e pretendono ancora dominare su tutto il clero lombardo e comandare a vescovi ed arcivescovi.

E. Torelli-Viollier.

Un attore… bestiale (Milano 1875)


leone

Tratto da I teatri di Milano di F. Fontana, 1881

Correva, credo, il giugno 1875. Il celebre domatore di belve Bidel trovavasi di passaggio a Milano col suo serraglio; e a Milano c’era anche – di passaggio, va sans dire, poiché quest’uomo bolide non si stabilirà giammai – Ulisse Barbieri.

Bidel aveva un magnifico leone; quando Ulisse vide quel leone si sentì il cervello colpito da una grande idea; affidargli una parte in uno dei suoi centomila drammi! Ne parlò col capocomico della Commenda e, siccome gli affari laggiù non andavano a gonfie vele in quel momento, l’idea fu trovata sublime e accettata a braccia aperte.

Ventiquattr’ore dopo (com’è suo costume) Ulisse Barbieri presentava al capocomico un dramma in sei atti nel quale era fatta una parte di leone… a un leone.

L’azione del dramma si svolgeva in India; c’era una scena in cui un giovane indiano (il protagonista umano della produzione) doveva affrontare un leone in una foresta vergine. Il leone chiuso in una gabbia, le barre della quale erano nascoste da liane, doveva apparire sul fondo e mentre il giovane indiano si lanciava eroicamente sulla belva ruggente doveva cadere il sipario!

Bidel accondiscese a prestare la belva a patto che il capocomico facesse costruire a sue spese la gabbia e si pagassero all’attore bestiale o a chi per esso 100 lire per rappresentazione. Il patto fu accettato e mille cartelloni mirobolani annunziarono ai milanesi la prossima novità. Intanto che gli animi dei buoni meneghini ribollivano d’impaziente attesa, alla Commenda ferveva il lavoro.

Il falegname del teatro, geloso della propria fama, aveva promesso di saper benissimo costruire la gabbia indicata, e gli si era creduto sulla parola; gli attori, col cuor leggero e ridendo, andarono alla prova generale; la gabbia del buon falegname era là in attesa della belva nel prato attiguo al palcoscenico; Barbieri giunge annunciando che precede Bidel e il suo pensionario di pochi minuti. Eccoli!… Eccoli!… La belva si guarda intorno come maravigliata di non trovarsi nel solito serraglio in compagnia dei sozii; Bidel visita la gabbia nuova e contrae un pocolino le labbra dicendo: «Basta !… Vedremo !» e avvicinatala a quella in cui stava il leone ve lo fa passar dentro.

I comici intorno si affollano curiosamente; Barbieri è radiante; la belva rimane un momento perplessa nel nuovo domicilio, poi come per mettercisi a suo agio e prenderne possesso formale, dà una scrollatina di giubba…

Misericordia!… La gabbia a quella semplice scrollatina sembra sfasciarsi, alcune barre di ferro si torcono come fidibus; i comici alzano i tacchi alzando al cielo grida di spavento; Bidel coraggiosamente penetra nella nuova gabbia e in men che si dica fa ripassare la belva nell’antica colla logica delle scuriate.

Ebbene, il solo Barbieri non era fuggito! Egli era rimasto là senza dir parola, piantato al suo posto come un piuolo. Quando Bidel lo scosse chiedendogli: «Ebbene a che pensi?» egli rispose:

– Pensavo che se il leone mi avesse mangiato i miei comici io non avrei più potuto far rappresentare il mio dramma!

***

La lezione era stata troppo seria perché il bravo falegname avesse a riproporre di nuovo l’opera sua. Venne quindi fabbricata un’altra gabbia sotto la direzione immediata del Bidel e il giorno della grande rappresentazione arrivò finalmente.

Io non vidi mai spettacolo più strano in teatro di quello che vidi quella sera. Gli spettatori pigiati in quel baraccone come le acciughe in un barile, assistettero tutti in piedi, voltati a tre quarti, in atto assiduo di fuga allo svolgimento del dramma. Sul palcoscenico non incontravi anima viva ad eccezione di Barbieri e di Bidel; gli attori e le attrici, appena finite le scene in cui eglino avevano parte, correvano a rinchiudersi nei rispettivi camerini a doppio giro di chiave (a quali fanciulleschi ripari non fa appigliare la paura!); il buttafuori aveva date le sue dimissioni; tutta quella brava gente, contenta in cuor suo che il Re del deserto avesse servito a popolare così bene il teatro, si ricordava troppo di quella tal scrollatina di giubba che voi sapete, per affrontare ancora a cuor leggiero, come prima, la posizione fattale dall’autore del dramma.

Il colmo del grottesco fu naturalmente la gran scena, la scena maestra di cui vi ho già dato lo spunto.

Il giovane indiano – Giovanni Emanuel – il quale non accarezzava certo l’idea di farsi sbranare da un leone prima di rivelarsi interamente al pubblico italiano, si era tenuto continuamente durante il dramma sul: Chi vive! e, a schivar possibilmente ogni men graziosa sorpresa da parte del nobile animale, si era studiato recitando di non abbandonare mai l’estremo limite del proscenio, sfiorando coi piedi la ribalta o il naso del suggeritore, rincantucciato più che mai e in piedi anch’egli nel suo buco per esser più pronto a qualsiasi evenienza.

Giunta la gran scena il leone doveva ruggire, ma benché tenuto appositamente a digiuno; non ruggì… Capricci d’ attore… bestiale !

Barbieri, fatto eroe dalla sua giusta indignazione d’autore non assecondato; Barbieri che contava sull’effetto irresistibile di quel ruggito e se lo era veduto svanire, Barbieri, dico, si lanciò contro la gabbia della belva imprecando e incitandola tanto dappresso col bastone per farla… parlare, che il Bidel dovette strapparlo indietro a viva forza.

E intanto Emanuel, colle spalle rivolte completamente alla belva, sempre sul limite estremo del proscenio, badava a gridare:

– Sì !… Belva, io ti sfido e ti ucciderò!… Io ti fiso col mio occhio magnetizzante…

Il pubblico scoppiò in una risata così unanime, così fragorosa, così omerica, che la belva ne fu scossa… Forse credette d’essere tornato nel suo deserto e di sentire il rombo del Simoun che si avvicinava, e cacciò fuori un urlo così indiavolato, così formidabile, che gli spettatori terrorizzati ondeggiarono, come massa liquida, verso la porta, Emanuel scomparve dietro una quinta, il suggeritore si inabissò, nei camerini attori e attrici mandarono uno strillo, il sipario cadde come abbandonato da una mano aperta dalla paralisi e dall’incoscienza dello spavento.

E Bidel dovette una volta ancora trattenere Barbieri il quale faceva atto di lanciarsi verso la gabbia gridando:

– Grazie!… Grazie!

F. Fontana

Burloni milanesi


Il Duomo di Milano

Il Duomo di Milano

Da I teatri milanesi di F. Fontana, 1881

Questo baritono, un tipo stranissimo, piovuto a Milano dall’America, fornito di larghi mezzi di fortuna, lungo lungo, magro magro, dinoccolato, era notissimo a tutti per un paio di baffi smisurati che gli schizzavano di sotto al naso come due razzi enormi di pelo lanciati dalle narici.

In occasione della sua fausta rivelazione al pubblico milanese alcuni burloni gli avevano consigliato di trar partito anche di quel miracolo di baffi; e glie ne suggerirono il modo. Fu in causa di tali consigli e di tali suggerimenti che gli spettatori lo videro comparire in scena coi baffi enormi arrovesciati in su, via via aguzzantisi in punte irrigidite dal cosmetico, sull’estrema cima dei quali poggiava un uccellino impagliato!

L’effetto fu tale che per più di un quarto d’ora, la rappresentazione dovette essere interrotta: la platea era un pandemonio d’ossessi che si divincolavano in una crisi di risate pazze da schiattare; dei professori d’orchestra alcuni s’erano buttati a terra presi da un orgasmo nervoso per eccessiva ilarità; nei palchi e nel lubbione era un agitarsi così forsennato e pazzo che minacciava di squassare l’edificio e farlo crollare.

Io stesso, benché compreso da un senso di pietà indicibile per il ludibrio gettato su quella creatura fatta a mia immagine e somiglianza, non potei resistere e scoppiai in un ghigno!

Ed egli, l’americano era là, impassibile, dinanzi a simile accoglienza, incerto ancora se lo si prendeva a gabbo o se lo scopo serio della sua strana truccatura era stato invece raggiunto davvero!

La serata finì, naturalmente, con un’apoteosi strana, quale il Dio Cachinno e Momo in persona non avrebbe mai potuto immaginare. Al tenore e al baritono – chiamati, per un numero di volte incalcolabili, agli onori del proscenio – furono offerti mazzi colossali di carote e di rape e d’insalata, mentre dal paradiso e dai palchi piovevano torsi di cavoli, buccie di patate e di fagiuoli, spessi come gragnuola.

Ebbene, i due… artisti non si mostravano punto dolenti o umiliati per tali espressioni d’entusiasmo! Uno di loro, del resto, il tenore, vi era già assuefatto, dappoiché i buontemponi suoi amici che egli frequentava da un pezzo in una nota osteria dei sobborghi di Milano, l’avevano già fatto passare per altre cento prove ben più bizzarre di questa, come sarebbe a dire: farlo cantare chiuso in un sacco o legato a un albero come un salame, persino sulla guglia più alta del Duomo, proprio ai piedi della Madonnina, mentre loro, i machioni, aggruppati sulla piazza, lo applaudivano tra le risate della folla, come se, merce l’organo potentissimo vocale di cui egli si vantava dotato, il grande artista fosse riuscito a far giungere fino a loro, malgrado la distanza e l’altezza formidabile, la vibrazione gagliarda delle sue note di petto!

O tempora, o mores!


Anna "Neera" Zuccari, scrittrice milanese.

Anna “Neera” Zuccari, scrittrice milanese.

Altra epoca, altra linea (intesa come forma fisica)

Quell’essere leggiadro e grazioso che i poeti chiamano fanciulla e i toscani signorina, da noi a Milano si dice: popôla, e come la donna milanese è tanto diversa dalle altre donne anche la popôla non è proprio una medesima cosa colla poetica fanciulla, colla signorina convenzionale, colla tôta, colla sciêta, colla putèla dei varii dialetti settentrionali e nemmeno colla nenna delle canzoni napoletane.

La popôla intanto non è sentimentale; contempla di rado le stelle ed uno de’ suoi desiderii più vivi (in ragione forse della poca probabilità di vederlo realizzato) è quello di ingrassare.

(Neera, Le donne milanesi, 1881)

Vi verrà voglia di rileggere “I Promessi sposi”


La copertina provvisoria del volume

La copertina provvisoria del volume

Il Volume uscirà a febbraio per i tipi della Gemini Grafica Editrice.

Per capire quanto “I promessi sposi” abbiano influenzato la letteratura italiana sarebbe sufficiente leggere, anche distrattamente, i romanzi di fine ottocento: nel bene e nel male lo citano pressoché tutti. Il dibattito attorno al noto romanzo, poi, non si è sopito nemmeno ai giorni nostri.

Giuseppe Bindoni, profondo estimatore del Manzoni, va oltre la critica e, della storia manzoniana, ne fa una scienza; scomponendo il testo dello scrittore milanese, ricostruisce, nei più piccoli particolari, l’ambiente geografico che ha ispirato il Lisander.

Qual era il vero paese di Renzo e Lucia? Dov’era ubicato il castello dell’innominato? Com’era fatta la casa di Agnese? E la stradetta dei Bravi? Giuseppe Bindoni, ci svela le vie, i borghi e persino le abitazioni in cui hanno vissuto i protagonisti del celebre romanzo.

Un piacevolissimo viaggio a piedi con i Promessi Sposi per le tortuose vie alle falde del Resegone.

L’uscita del secondo volume, dedicato ai luoghi dell’esilio (Milano e il Bergamasco), è prevista per il mese di giugno 2014.

L’autore

Giuseppe Bindoni (Treviso 1852-1931) laureato in lettere, trascorre la sua vita dedicandosi all’insegnamento. Professore titolare di lingua italiana, geografia, storia, diritti e doveri dei cittadini, intervalla all’insegnamento approfonditi studi sul Manzoni su cui scrive opuscoli, trattati, libri.

Collana: Classici di Lombardia
pp. 300 – brossura
ISBN: 978-88-97742-36-4
prezzo di copertina: 16,90 €

SCRITTORI DI LOMBARDIA A BOOKCITY – MELEGNANO (15 NOVEMBRE ORE 15)


bookcity

SABATO 15 NOVEMBRE ORE 15.00 A MELEGNANO
SCRITTORI DI LOMBARDIA, incontro con Gabriele Prinelli, curatore della collana editoriale Ad Aemilium Nonum.
Evento in collaborazione con Gemini Grafica.
“Ad Aemilium Nonum è il nostro progetto editoriale. Il nome prescelto non è un grossolano errore, ma una voluta commistione tra l’antico nome di Melegnano (ad milium nonum), dove la casa editrice ha sede, e la strada consolare Aemilia che attraversa la città”.

Libri della collana:

Gerolamo Rovetta, Il Tenente dei Lancieri, Gemini Grafica

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Emilio De Marchi, Arabella, Gemini Grafica

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Alberto Cantoni, Tre novelle lombarde, Gemini Grafica

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Domenico Berra, La campagna milanese. Le marcite e gli orti, Gemini Grafica

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Giovanni Verga, Per le vie (racconti milanesi), Gemini Grafica

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Gabriele Prinelli nasce a Milano nel 1972 ed è, oggi, un bibliotecario. Trascorre molte ore della giornata in compagnia dei libri, e ha una predilezione particolare per la letteratura italiana di fine Ottocento e di inizio Novecento.
Ha anche una vita virtuale: gestisce il blog “Quaderno di un bibliotecario” e ha fondato uno dei più importanti forum d’Italia dedicato ai libri.
E’ autore di sei romanzi: La mano dell’organista, 2009 – Avanti e indietro, 2011 – Il generale alla fermata del tram, 2013 – Il cane del santo, 2013 – L’oro di san Giorgio, 2014 – Il mistero di Marignano, 2014

Luogo: Melegnano, piazzale delle Associazioni, Cineteatro
Ingresso libero fino ad esaurimento posti (e-mail: melegnano@bibliomilanoest.it – tel. 02 98230653)

Scrittori di Lombardia 4 – Domenico Berra (1771-1835)


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In previsione dell’incontro Scrittori di Lombardia (15 novembre), nell’ambito di Bookcity, scriviamo oggi di…

Domenico Berra (1771-1835). Milanese fu avvocato e proprietario terriero. Compì numerosi esperimenti in campo agricolo e le divulgò attraverso libri e articoli.

Fu un imprenditore teorico-pratico e indirizzò le sue opere non ai contadini, bensì ai possessori lombardi dell’età della Restaurazione, confidando di condurli lungo la via del progresso. Nel 1808 fu tra i sostenitori dell’introduzione della pecora spagnola al fine di migliorare la produzione di lana nazionale. Nel 1811 e ancora nel 1822 scrisse uno studio di notevole importanza intorno all’utilità della marcita nell’economia milanese.

Nella sua opera si percepisce il rigore scientifico figlio dello spirito illuminista del XVIII secolo: il Berra mira a sfatare i luoghi comuni che condannavano alcune pratiche agricole (come appunto la marcita), ree di minacciare la salute pubblica.

Letto in anteprima: Il Curato d’Orobio di Giovanni Visconti Venosta


Il Curato d'Orobio - copertina della nuova edizione

Il Curato d’Orobio – copertina della nuova edizione

Il QUADERNO DI UN BIBLIOTECARIO ha letto per voi, in anteprima, la nuova edizione de “Il curato d’Orobio” di Giovanni Visconti Venosta, curata da Gemini Grafica Editrice e in uscita nel prossimo mese di ottobre. L’opera, non più ripubblicata dal 1901, è di piacevole lettura, graziosa e… consolatoria. Consigliatissimo per gli amanti delle storie a lieto fine, per il lettore alla ricerca di un libro rilassante e decisamente fuori dai canoni contemporanei.

Trama

L’avvento di donna Fulvia scompagina la vita tranquilla di Orobio. Conservatrice, bigotta e ancorata a un mondo oramai passato, ella ha un carattere ben diverso da quello del fratello Maurizio che fino ad allora, rinunciando alle sue ricchezze e morendo in miseria, aveva beneficato, con il curato don Cornelio, il piccolo borgo montano. La missione della nobildonna è quella di risollevare le sorti della propria famiglia e, a suo modo di vedere, dirozzare i montanari. A farne le spese saranno la nipote Cristina, che si vorrebbe costringere a un matrimonio combinato, il suo amato Enrico, respinto dall’irascibile zia e pure don Cornelio, prete povero di mezzi e lontano dalla pompa cittadina. Tragedia e commedia si mescolano in questa bella storia in stile manzoniano scritta da Giovanni Visconti Venosta.

L’autore

Giovanni Visconti Venosta (1831-1906) fu uno scrittore di origine valtellinese che visse lungamente a Milano.
Allievo di Cesare Correnti, fu patriota e sostenitore del Mazzini prima e del Cavour poi. Esule in Piemonte, si dimostrò abile diplomatico. Dopo l’unità d’Italia, tornò a vivere nel capoluogo lombardo. Ricoprì svariati incarichi pubblici, dopo una breve parentesi parlamentare. Scrisse numerose novelle e il romanzo “Il curato d’Orobio” (1886).

Il libro

Uscita: Ottobre 2014

Distribuzione (Dem, Li.Bro.Co.)

Collana: Classici di Lombardia
pp. 288 – brossura
ISBN: 978-88-97742-30-2
prezzo di copertina: 13,90 €

Letture: Giacomo Locampo di Parmenio Bettoli


Giacomo Locampo di Parmenio Bèttoli

Giacomo Locampo di Parmenio Bèttoli

Dramma partenopeo di fine ottocento caratterizzato da un lungo flashback centrale e dal gusto per l’avventura esotica. La lingua del Bèttoli mostra la sua età (1874), tuttavia il romanzo è di facile lettura. Un incrocio tra Dumas e Salgàri. Finale davvero tragico.

TRAMA

Il marchese di Villabruna, sedotta la giovane popolana Luisa, è costretto ad abbandonarla per sfuggire alla giustizia del regno di Napoli (siamo nel 1848), che lo vorrebbe perseguire per l’uccisione di un soldato svizzero. Per un incidente di navigazione, durante la fuga, è dichiarato morto. Luisa è incinta e il padre, per salvare l’onore della famiglia, chiede soccorso a Giacomo Locampo che accetta di sposarla. Ella acconsente purché a Giacomo si taccia la sua disavventura. Egli però ne conosce il segreto, ma per riconoscenza nei confronti dell’amico, nasconde la verità. Diciotto anni dopo, Locampo, prossimo alla bancarotta, ricorre all’aiuto del conte brasiliano Las Navas. Questi in realtà è il redivivo marchese di Villabruna che, introdotto in casa Locampo, ha modo di rivedere l’amata mai dimenticata e l’ignara figlia Valentina. Locampo, all’oscuro della vera identità di Las Navas, messo in allarme dal suo fido servitore Lasca, che ha sorpreso Luisa in atteggiamenti di confidenza con l’ospite, accecato dall’ira propone al nobile di sposare la figlia. Si svela quindi l’intreccio. Locampo colto da rimorso, decide di uccidersi, per donare la libertà alla moglie, alla figlia e al Villabruna.

Scheda del libro

Autore principale: Bettoli, Parmenio <1835-1907>
Titolo: Giacomo Locampo : racconto / Parmenio Bettoli
Pubblicazione: Milano : Fratelli Treves, 1874
Descrizione fisica 182 p. ; 20 cm.

BERECCHE, LA GUERRA E… (Erba del nostro orto) di Luigi Pirandello


Pirandello

Il QUADERNO DI UN BIBLIOTECARIO ha letto per voi, in anteprima, la nuova edizione de “L’erba del nostro orto” di Luigi Pirandello, curata da Gemini Grafica Editrice. L’opera non più ripubblicata come volume a sé stante, ma sempre riproposta all’interno della più vasta raccolta de “Le novelle per un anno”, torna in libreria nel centenario della sua prima uscita e in occasione dei cento anni della Grande Guerra. Commedia e tragedia si mescolano, giocano e combattono nella brillante narrazione del premio nobel: il dramma è accompagnato dal sorriso e la comicità ha come sfondo la miseria umana. Una piacevole lettura in compagnia di uno dei più grandi narratori italiani.

Contenuto della raccolta.

Sono trascorsi 100 anni da quel 1915, anno di guerra, in cui Luigi Pirandello pubblicò questa raccolta di novelle. I protagonisti dei racconti sono: l’ingegnoso Bonaventura Camposoldani, sagace sfruttatore dello stato, il cavaliere Decenzio Cappadona amato sindaco-padrone e sosia del re, il liberale Marco Meola immolatosi a modo suo per i propri concittadini, il monsignore Landolina pronto all’usura purché sia per carità e l’esterofilo Berecche estimatore incompreso della cultura tedesca. In essi, il lettore riconoscerà, benché sia trascorso un secolo, lo schietto spirito italiano e non potrà che esclamare: essi sono l’erba del nostro orto.

Il libro

Collana: 1914-1918
pp. 186 – brossura
ISBN: 978-88-97742-29-6
prezzo di copertina: 13,90 €

Uscita: Ottobre 2014

Distribuzione (Dem, Li.Bro.Co.)

Ritorna il “QUADERNO DI UN BIBLIOTECARIO”

Ritorna il “QUADERNO DI UN BIBLIOTECARIO”


Giacomo Locampo di Parmenio Bèttoli

Giacomo Locampo di Parmenio Bèttoli

Vacanze lunghe, quest’anno, per il “Quaderno di un bibliotecario”. Ci voleva, però! Un periodo di riposo dalla “bloggite” è, di tanto in tanto, necessario. Eccomi, comunque, di ritorno. Si riparte segnalando un audace romanzo di Parmenio Bèttoli (1835-1907): il Giacomo Locampo (1874).

Collaboratore del Corriere della sera (si occupò di cultura), giornalista e direttore della Gazzetta di Parma, Parmenio Bèttoli, fu, all’epoca, noto autore teatrale.

Dalla Treccani, traggo questo curioso episodio biografico in quanto di interesse “bibliotecario”.

Nel 1874 giocò un’ardita burla ai danni di un capocomico e di un bibliotecario. L’episodio è raccontato parzialmente mi un opuscolo del B. stesso, Storia della commedia “L’egoista per progetto” e di P. T. Barti, Milano 1875: irritato con il Bellotti-Bon che non gli rappresentava più le commedie, il B.,  preso il manoscritto di una sua commedia in tre atti,  Il signor Prosdocimo, lo tradusse in linguaggio goldoniano: sotto il falso nome di Pier Taddeo Barti, lo fece esaminare da un bibliotecario della Marciana di Venezia il quale non escluse che il manoscritto fosse di epoca goldoniana; il B. quindi lo vendette al Bellotti-Bon. Nel 1874 “L’egoista per progetto” fu rappresentato dalle sue tre compagnie, al Teatro Valle di Roma, al Gerbino di Torino e al Niccolini di Firenze: nei primi due piacque e fu replicato, nel terzo gli spettatori fiorentini, subodorando l’inganno, ne accusarono il capocomico come autore. Critici e letterati si divisero: per la mistificazione si schierò, insieme con Yorick  [L. Sterne], F. Martini, per l’autenticità si pronunciò, con V. Bersezio e G. Giacosa, P. Ferrari, il quale sospettò, peraltro, che poteva anche trattarsi di un’opera dei comici goldoniani. “L’egoista per progetto”, nonostante gli editori Treves ne avessero acquistati i diritti, non fu mai pubblicato.

 

Del Giacomo Locampo, di cui parleremo nei prossimi giorni, a lettura terminata, nel web non si trova traccia (esclusi i rimandi a quelle librerie che dispongono ancora di sparute copie). Anticipo comunque che, a mio giudizio, il romanzo/racconto, da cui emerge uno spiccato interesse per l'”esotico”, è precursore delle avventure di Emilio Salgàri, che, nel 1874, anno di pubblicazione del Locampo, aveva appena 12 anni.

Lettura in corso…


Il libro è del 1842

Il libro è del 1842

Le biblioteche digitali nascondono piccoli gioielli…

Segnalo questo triplice volume agli amici di Milano e Lodi (ma anche per coloro che apprezzano le anticaglie)…

LE ROVINE DI MILANO E LODI episodii storici del XII secolo di Bassano Finoli

Titolo e sottotitolo sono già perfetti come trama.

Collegamento al primo volume: http://books.google.it/books?id=tu9JAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:J2mbeD8Sh2oC&hl=it&sa=X&ei=VnW1U_z3KabI0QXhoIGwDQ&ved=0CCIQuwUwAA#v=onepage&q&f=false

Parole dimenticate


Dizionario

Matteo Benvenuti e il suo Duca d’Ossuna, propongono un lessico “alto”. Di alcune parole, penso, sia sia dimenticato l’uso. Alcuni esempi ricavati dalle prime 100 pagine.

MONGIBELLO: Propriam., nome proprio, altra denominazione dell’Etna, vulcano della Sicilia, esteso talora, nell’uso letter., al sign. generico e antonomastico di vulcano, o a indicare, in similitudini e come termine di paragone, violenta fiammata, accensione improvvisa, anche di passioni e sentimenti, o persona impulsiva

ATTORMATO : Attorniato? Non presente sui vocabolari consultati (molti).

TURCIMANNO: Lo stesso che dragomanno; è forma oggi usata in tono scherz., anche col sign. estens. di interprete in genere (e talvolta con quello di mezzano)

BARBASSORO: Persona di gran conto o che si dà grande importanza.

SCIAMITO: Drappo di seta pesante, di vario colore (spesso vermiglio o rosso amaranto), simile al velluto.

Chi s’accontenta… gode!


Bartolomeo Arese

Bartolomeo Arese

Potrei scrivere, altrimenti, chi troppo vuole nulla stringe… gesuiti incontentabili.

Una storiella leggera tratta da Il duca d’Ossuna di Matteo Benvenuti.

I Gesuiti presentarono un giorno al presidente del Senato Arese una supplica, l’oggetto della quale non era difficile da assecondarsi. Il Presidente lieto di poter dimostrare ai padri il suo affetto, segnò il memoriale col solito suo modo adesivo che consisteva nella parola fiatur. I gesuiti avuta di rimando sollecitamente la petizione, si fecero a sindacare il modo col quale spedivasi, dicendo non istar bene la parola fiatur, doversi invece sostituire, fiat. Un barbellato padre, si recò per l’importante negozio all’eccellentissimo Presidente appoggiando con sottile dialettica i rilievi dei suoi reverendissimo confratelli. Il conte lo lasciò sbraitare a suo piacere, poi umanamente gli disse pregare i molto reverendi di rimandargli ricopiata la supplica, e si farebbe premura segnarla altrimenti. Lo stesso giorno il memoriale ricopiato, ricomparve sullo scrittojo del Presidente il quale per rescritto: nec fiat, nec fiatur.

549 lettura – “La contessa di Melzo”: capolavoro o insopportabile polpettone? Opinioni a confronto


Lucia Marliani

Lucia Marliani

La Contessa di Melzo è un romanzo Storico, con la S maiuscola. Seppur lontano dalla sensibilità del lettore moderno, è un’opera che non dovrebbe mancare nella biblioteca degli appassionati del genere. Eroina della vicenda è la contessa di Melzo, Lucia Marliani amante del terribile Galeazzo Maria Sforza. Il romanzo è di carattere romantico per innumerevoli aspetti (l’ambientazione storica,  i richiami all’amore ideale, la struggente purezza dei sentimenti oltre le convenzioni del tempo, gli intemerati rivali, etc.), che richiamano alla memoria le vicende dell’Amor cavalleresco di gusto medievale.

La vicenda ruota intorno alle imprese dello Sforza, dalla sua ascesa fino alla tragedia finale, e del suo scandaloso rapporto con la sua amante Lucia. Fantasia e intreccio storico sono ottimamente amalgamati tanto da non trovare stacco tra gli accadimenti reali e gli episodi creati dall’autore.

Voto: 8,5/10

CHI NON LA PENSA COME ME

Sergio Villa in “LA FANCIULLA PIÙ BELLA DI MILANO” – LUCIA MARLIANI, LA REALTÀ STORIOGRAFICA E L’IMMAGINE ROMANZESCA non è del mio stesso parere: ecco cosa scrive in “Storia in Martesana” (http://www.bibliomilanoest.it/storiainmartesana/pdf/numero02/villa_sergio_la_fanciulla_piu_bella_di_milano.pdf)

Se proviamo a rileggerlo oggi, il romanzo più noto su Lucia – La Contessa di Melzo di Luigi  Capranica – è, diciamolo pure, un polpettone insopportabile di oltre 500 pagine, che davvero non  finisce mai, e che secondo le regole del suo genere spinge sempre fin troppo sui tasti del romanzesco e dell’improbabile. Lucia ne emerge come un’eroina bella e appassionata, ma gran parte della trama è basata su fatti inventati e l’ambientazione storica è generica e approssimativa.
Basti dire che al principio della storia la straordinaria bellezza di una giovanissima Lucia è notata nientemeno che da Leonardo da Vinci, che secondo il Capranica abitava già a Milano ma non è così, perché in quegli anni l’artista era ancora a Firenze. E basti, infine, osservare, che in un romanzo di 500 pagine dedicato alla Contessa di Melzo, proprio Melzo non compare mai, se non nella scena finale, strappalacrime, nella quale una solitaria Lucia cammina per l’ultima volta nelle sale deserte di quel castello che non sarà più suo, un castello che non viene mai descritto, e che in quelle pagine sembra molto più grande e solenne del palazzotto che era prima del suo ampliamento, avvenuto quasi un secolo più tardi, ma l’autore non lo sapeva, e forse non avrebbe mai rinunciato per un motivo tanto banale al finale romantico che intendeva scrivere.

SCHEDA DEL LIBRO

Autore principale: Capranica, Luigi
Titolo: La contessa di Melzo : storia del secolo 15. / narrata da Luigi Capranica
Edizione: 2. ed
Pubblicazione: Milano : F.lli Treves, 1879
Descrizione fisica: VII, 571 p.

L’AUTORE

Appartenente alla famiglia romana Capranica, ramo dei marchesi del Grillo, fu guardia nobile del papa. Il suo esordio nell’attività letteraria avvenne nel 1848 come drammaturgo con le opere La Congiura dei Fieschi e Francesco Ferruccio.
Nel 1849 appoggiò la Repubblica Romana e combatté in sua difesa. Ritornato Pio IX da Gaeta, Luigi Capranica, dopo un breve periodo detentivo, lasciò Roma esule per recarsi dapprima a Venezia, dove partecipò alle ultime fasi dell’insurrezione, e poi a Milano. Continua su wikipedia