Un attore… bestiale (Milano 1875)


leone

Tratto da I teatri di Milano di F. Fontana, 1881

Correva, credo, il giugno 1875. Il celebre domatore di belve Bidel trovavasi di passaggio a Milano col suo serraglio; e a Milano c’era anche – di passaggio, va sans dire, poiché quest’uomo bolide non si stabilirà giammai – Ulisse Barbieri.

Bidel aveva un magnifico leone; quando Ulisse vide quel leone si sentì il cervello colpito da una grande idea; affidargli una parte in uno dei suoi centomila drammi! Ne parlò col capocomico della Commenda e, siccome gli affari laggiù non andavano a gonfie vele in quel momento, l’idea fu trovata sublime e accettata a braccia aperte.

Ventiquattr’ore dopo (com’è suo costume) Ulisse Barbieri presentava al capocomico un dramma in sei atti nel quale era fatta una parte di leone… a un leone.

L’azione del dramma si svolgeva in India; c’era una scena in cui un giovane indiano (il protagonista umano della produzione) doveva affrontare un leone in una foresta vergine. Il leone chiuso in una gabbia, le barre della quale erano nascoste da liane, doveva apparire sul fondo e mentre il giovane indiano si lanciava eroicamente sulla belva ruggente doveva cadere il sipario!

Bidel accondiscese a prestare la belva a patto che il capocomico facesse costruire a sue spese la gabbia e si pagassero all’attore bestiale o a chi per esso 100 lire per rappresentazione. Il patto fu accettato e mille cartelloni mirobolani annunziarono ai milanesi la prossima novità. Intanto che gli animi dei buoni meneghini ribollivano d’impaziente attesa, alla Commenda ferveva il lavoro.

Il falegname del teatro, geloso della propria fama, aveva promesso di saper benissimo costruire la gabbia indicata, e gli si era creduto sulla parola; gli attori, col cuor leggero e ridendo, andarono alla prova generale; la gabbia del buon falegname era là in attesa della belva nel prato attiguo al palcoscenico; Barbieri giunge annunciando che precede Bidel e il suo pensionario di pochi minuti. Eccoli!… Eccoli!… La belva si guarda intorno come maravigliata di non trovarsi nel solito serraglio in compagnia dei sozii; Bidel visita la gabbia nuova e contrae un pocolino le labbra dicendo: «Basta !… Vedremo !» e avvicinatala a quella in cui stava il leone ve lo fa passar dentro.

I comici intorno si affollano curiosamente; Barbieri è radiante; la belva rimane un momento perplessa nel nuovo domicilio, poi come per mettercisi a suo agio e prenderne possesso formale, dà una scrollatina di giubba…

Misericordia!… La gabbia a quella semplice scrollatina sembra sfasciarsi, alcune barre di ferro si torcono come fidibus; i comici alzano i tacchi alzando al cielo grida di spavento; Bidel coraggiosamente penetra nella nuova gabbia e in men che si dica fa ripassare la belva nell’antica colla logica delle scuriate.

Ebbene, il solo Barbieri non era fuggito! Egli era rimasto là senza dir parola, piantato al suo posto come un piuolo. Quando Bidel lo scosse chiedendogli: «Ebbene a che pensi?» egli rispose:

– Pensavo che se il leone mi avesse mangiato i miei comici io non avrei più potuto far rappresentare il mio dramma!

***

La lezione era stata troppo seria perché il bravo falegname avesse a riproporre di nuovo l’opera sua. Venne quindi fabbricata un’altra gabbia sotto la direzione immediata del Bidel e il giorno della grande rappresentazione arrivò finalmente.

Io non vidi mai spettacolo più strano in teatro di quello che vidi quella sera. Gli spettatori pigiati in quel baraccone come le acciughe in un barile, assistettero tutti in piedi, voltati a tre quarti, in atto assiduo di fuga allo svolgimento del dramma. Sul palcoscenico non incontravi anima viva ad eccezione di Barbieri e di Bidel; gli attori e le attrici, appena finite le scene in cui eglino avevano parte, correvano a rinchiudersi nei rispettivi camerini a doppio giro di chiave (a quali fanciulleschi ripari non fa appigliare la paura!); il buttafuori aveva date le sue dimissioni; tutta quella brava gente, contenta in cuor suo che il Re del deserto avesse servito a popolare così bene il teatro, si ricordava troppo di quella tal scrollatina di giubba che voi sapete, per affrontare ancora a cuor leggiero, come prima, la posizione fattale dall’autore del dramma.

Il colmo del grottesco fu naturalmente la gran scena, la scena maestra di cui vi ho già dato lo spunto.

Il giovane indiano – Giovanni Emanuel – il quale non accarezzava certo l’idea di farsi sbranare da un leone prima di rivelarsi interamente al pubblico italiano, si era tenuto continuamente durante il dramma sul: Chi vive! e, a schivar possibilmente ogni men graziosa sorpresa da parte del nobile animale, si era studiato recitando di non abbandonare mai l’estremo limite del proscenio, sfiorando coi piedi la ribalta o il naso del suggeritore, rincantucciato più che mai e in piedi anch’egli nel suo buco per esser più pronto a qualsiasi evenienza.

Giunta la gran scena il leone doveva ruggire, ma benché tenuto appositamente a digiuno; non ruggì… Capricci d’ attore… bestiale !

Barbieri, fatto eroe dalla sua giusta indignazione d’autore non assecondato; Barbieri che contava sull’effetto irresistibile di quel ruggito e se lo era veduto svanire, Barbieri, dico, si lanciò contro la gabbia della belva imprecando e incitandola tanto dappresso col bastone per farla… parlare, che il Bidel dovette strapparlo indietro a viva forza.

E intanto Emanuel, colle spalle rivolte completamente alla belva, sempre sul limite estremo del proscenio, badava a gridare:

– Sì !… Belva, io ti sfido e ti ucciderò!… Io ti fiso col mio occhio magnetizzante…

Il pubblico scoppiò in una risata così unanime, così fragorosa, così omerica, che la belva ne fu scossa… Forse credette d’essere tornato nel suo deserto e di sentire il rombo del Simoun che si avvicinava, e cacciò fuori un urlo così indiavolato, così formidabile, che gli spettatori terrorizzati ondeggiarono, come massa liquida, verso la porta, Emanuel scomparve dietro una quinta, il suggeritore si inabissò, nei camerini attori e attrici mandarono uno strillo, il sipario cadde come abbandonato da una mano aperta dalla paralisi e dall’incoscienza dello spavento.

E Bidel dovette una volta ancora trattenere Barbieri il quale faceva atto di lanciarsi verso la gabbia gridando:

– Grazie!… Grazie!

F. Fontana

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