Suggestioni macchiaiole volume 1


Raccolgo, in questo articolo, la prima raccolta delle mie suggestioni macchiaiole.

UNO

Vincenzo Cabianca, 1882

Vincenzo Cabianca, 1882

Alla villa, i rintocchi giungevano affievoliti per la lunga traversata della valle; benché smorzati, tuttavia, gli abitanti del luogo li potevano computare per stabilire l’ora.

Paolo, il figlio del giardiniere, aveva smesso le braghe corte da tempo. Se i suoi parenti ancora non lo consideravano un adulto, comunque non gli si rivolgevano più come se fosse un ragazzo. Era in quell’età, a metà via, tra la fanciullezza e la maturità, ma per il suo contegno era più prossimo a quest’ultima piuttosto che all’altra.

Lavorava insieme al padre nel parco della villa, sita sulla sommità del poggio: una lussuosa dimora isolata dal resto del mondo. Come tutti i dipendenti del signore, sgobbava dall’alba al tramonto e si recava in paese, sul versante opposto della conca, solamente in occasione delle feste comandate.

Si incontrarono per la prima volta a Pasqua. La chiesa era gremita, come accadeva soventemente per le liturgie fastose, e di conseguenza la severa disposizione, che prevedeva la navata di sinistra riservata alle donne e quella di destra agli uomini, non era osservata, specialmente in fondo.

Laura, terza di un nugolo di fratelli, figlia di una sarta e di un vecchio mugnaio, era una bella giovane. Trovò posto accanto all’ultima colonna, a pochi passi da Paolo. Un fascio di luce primaverile, che cadeva di sbieco da una vetrata a lato dell’altare, le illuminava il piacevole viso.

Si piacquero fin da subito e le timorose occhiate, che si scambiarono furtivamente durante la lunga funzione, si trasformarono in timide parole sul sagrato. Da quel fortuito convegno, sbocciò un amore puro e ideale, figlio della loro natura di sognatori.

Ogni giorno, da quel dì, Paolo porgeva l’orecchio al lontano campanile e, all’udire del triplice tocco, abbandonava i ferri del mestiere per correre al parapetto lungo la carreggiabile. Nell’ora più calda del dopo meriggio, si assideva alla generosa ombra di un palo di mattoni scalcinati ingentilito da una rigogliosa edera, le cui verdi foglie vibravano per il vento. Allo stormire della fronda, solleticata dalla brezza salmastra risalente dal mare – gli rammentava lo sciabordio della piccola onda contro gli scogli -, Paolo scrutava la virente collina innanzi a lui. Con gli occhi della mente, che più potevano della sua vista, fissava le bianche case abbarbicate allo scosceso pendio che, con le loro finestre spalancate, parevano ricambiargli l’affettuoso sguardo.

Allora, vedeva agitarsi, così credeva, un minuscolo panno colorato e, con il cuore in subbuglio, rispondeva al saluto sventolando, a sua volta, il misero moccichino.

Laura e Paolo rinnovavano, in tal guisa, quotidianamente, la bontà del loro sentimento in attesa della felice domenica che li avrebbe riuniti per alcune ore.

© Gabriele Prinelli, 2013 (gprinelli@gmail.com)

DUE

Orto a Castiglioncello - Borrani

Orto a Castiglioncello di Odoardo Borrani

Una vera fortuna pensò, mentre, dalla rinfrancata voce di Maria, ascoltava le ultime righe della lettera.

Umberto, da diverse settimane, mancava da Castiglioncello. Era, infatti, precipitosamente partito l’indomani della Pasqua, non appena ricevuto il drammatico telegramma. Avevano, addirittura, usato il telegrafo: da Firenze a Livorno, il breve testo era stato trasmesso in un baleno e dopo poche ore – giusto il tempo necessario per percorrere la strada che divideva la città dal luogo di destinazione – il dispaccio era già tra le mani del farmacista, che gliene svelò il contenuto: “Maria grave. Vieni.”

Sua sorella era, dunque, ammalata e la scarna notizia, recapitata così urgentemente, aveva turbato profondamente il povero contadino.

Raccolse in un fagotto pochi vestiti e infilò nella tasca segreta della cintura il Francescone d’argento – che serbava per le emergenze in un nascondiglio della cucina – e venti Paoli. Passò, poi, dal cugino Giovanni per raccomandargli le cinque galline che possedeva e il suo bell’orto, il migliore del borgo, in cui principiavano a verdeggiare le primizie.

Maria lottò con il morbo fino ai primi di giugno, quando, improvvisamente, una mattina si destò sfebbrata. Cominciò allora una lunga convalescenza. Umberto riceveva, sporadicamente, alcune missive da Giovanni che, oltre a domandargli di Maria, lo informavano circa la vita del paese natio, tacendogli però le sorti delle sue amate verdure.

La vera fortuna era stata la pioggia che, in quei mesi, a intervalli regolari, era caduta a irrigare la terra, supplendo in tal modo alle note mancanze di Giovanni, uomo poco portato per i lavori manuali e ancor meno per quelli agricoli.

Partì da Firenze con il primo treno del giorno, sotto una coperta di nembi gravidi di tempesta. Avvicinandosi al mare, l’orizzonte rischiarò e, prima di Livorno, un pallido sole fece capolino tra le nuvole sfilacciate. A Castiglioncello, trovò il cielo azzurro velato qua e là da altissimi cirri lucenti come seta.

Aprì l’uscio di casa e fu investito dal tanfo stantio di chiuso. Spalancò le finestre e lasciò che la calda brezza di luglio penetrasse nelle stanze, sollevando gentilmente la polvere dai pavimenti e facendo ondeggiare le ragnatele negli angoli. Dal limine sul retro, osservò l’orto racchiuso tra l’imponente muro scalcinato di ponente e quello più basso e biancheggiante di tramontana. Camminò sconsolato nella folta e soffice erba che, per mesi, nessuno aveva sradicato. Compianse i cespi delle insalate soffocati dalla gramigna e guardò mesto le frasche che, lui stesso, aveva preparato per le specie rampicanti: erano rovinate per la sferza dei temporali e i legumi e i pomidoro maturavano aggrovigliati tra di loro.

Il sole cocente lo spinse a cercare riparo all’ombra dell’alta parete, che si proiettava sulle prose più prossime. Si fermò, però, al centro dello stretto sentiero; inspirò l’odore della terra a lui tanto cara e, solo in quell’istante, si accorse del profondo silenzio della campagna interrotto dal canto delle cicale e dal frinire dei grilli, invisibili negli erbai. Non erano più lo strepito delle carrozze sui selciati, il brusio incessante delle folle e nemmeno le urla dei mercanti. Era la pace del suo orto: era, finalmente, tornato a casa.

© Gabriele Prinelli, 2013 (gprinelli@gmail.com)

TRE

Vincenzo Cabianca, Marina con torre diroccata, 1870

Vincenzo Cabianca, Marina con torre diroccata, 1870

Il tonfo del bastone sul selciato, sbalzato dai muri scrostati, rimbomba nella viuzza adombrata, dove il sole mai è penetrato. Al tocco, annunciato dallo scricchiolio della malconcia porta dai cardini arrugginiti, esce dalla sua stamberga e, zoppicando, scende alla marina.

Veste il solito poncho sdrucito sopra il camiciotto di panno e i pantaloni di fustagno malamente rattoppati. Sul capo calvo, porta un berretto stinto, un tempo di colore rosso.

La pietosa scena si ripete identica quotidianamente, che ci sia il cielo terso oppure che piova a dirotto. Muta, allora, solamente nell’abito che, nei giorni uggiosi, si ammanta con la cerata, per proteggersi dall’umidore.

Sono passati due lustri ma, per le profonde rughe e l’aspetto rassegnato di chi ormai non ha speranza, diremmo che di anni, per lui, ne sono trascorsi almeno venti.

Partirono in mille dallo scoglio di Quarto, la sera del 5 maggio. Quanta gioventù e quanto entusiasmo a bordo del Piemonte e del Lombardo; che imprese, il tumultuoso sbarco a Marsala e la faticosa marcia fra le colline dell’agro segestano; quale esaltazione alla vigilia della presa di Palermo: tutti ricordi sbiaditi.

Fu a Porta Sant’Antonino che terminò la sua giovinezza, quando una palla borbonica lo colpì alla schiena. Moribondo, fu lasciato indietro dai suoi compagni diretti in continente; convalescente, fu abbandonato dall’Italia, dimentica dei suoi servigi e del suo generoso sacrificio.

Eccolo, anche oggi, raggiungere il piatto masso ai piedi della torre diroccata, sotto la nuvolaglia che tristemente si specchia nel mare.

Sosterà in quel luogo fino all’imbrunire, immobile come se fosse lui stesso parte della lingua di terra e rovina del rudere, perduta la mente nella risacca dell’onda infrantasi contro la roccia. Alza gli occhi, di tanto in tanto, per osservare vacuamente il promontorio azzurrato dalla foschia, poi, come se la testa gli pesasse oltremodo, china nuovamente lo sguardo all’acqua. Un granchio, con le chele in continuo movimento, gli tiene talvolta compagnia, facendo capolino tra le spume bianche.

Unicamente il fischio del piroscafo fumigante all’orizzonte lo scuote dal torpore e, se in quell’istante potessimo vederlo, ci accorgeremmo di una  smorfia simile a un sorriso, scintilla di vita su quel volto inebetito, e di una lacrima sulla irsuta gota.

© Gabriele Prinelli, 2013 (gprinelli@gmail.com)

QUATTRO

Il Lattaio di Piagentina di Giuseppe Abbati (1864)

Il lattaio di Piagentina di Giuseppe Abbati, 1864

Le cicale frinenti, incuranti del cigolio delle ruote, zittirono allo sbuffo dell’uomo.

Si fermò a metà dell’ascesa, sebbene la strada non fosse particolarmente ripida. Non gli era mai accaduto, fino alla primavera appena trascorsa, di dover sostare a riposare. Solamente quando ritornava con il greve carico di carbone, gli era capitato, talvolta, di rallentare il passo dopo il ponte sul torrente, dove la callaia era, per un breve tratto, malagevole. In quel punto, l’acqua fluiva all’Arno rabbiosamente tra i grossi massi e tra i lisciati sassi scivolati dalla collina da un tempo immemore. Era il canto del ruscello, ancor prima del familiare profumo di papaveri e fiordalisi, che adornavano il sentiero della valletta, ad annunciargli la lieta novella di essere prossimo a casa.

***

Usciva ogni dì prima dell’alba e, con l’impalpabile luce delle stelle o con il chiarore della benevola luna o con la fitta tenebra di una notte coperta di nuvole, rotta soltanto dal fioco lume della lucerna, scendeva in città, spingendo una carretta carica di latte munto dalle sue vacche pascolanti i teneri erbaggi. Percorreva le vie del mercato e le contrade lungo il fiume, riempiendo, fin che ne aveva, le brocche delle massaie e delle governanti, e chiacchierando con chi, conoscendolo, gli domandava notizie dai colli.

Con le lire in tasca, diventava lui stesso compratore, per procurarsi quanto non gli offriva la sua generosa terra: da vestire, da calzare e un bicchiere nel trambusto dell’osteria. Il suo cruccio era la solitudine: vedovo da tempo e con i figli, ormai grandi, lontani dal tetto natio, era rimasto l’ultimo ad abitare la grande casa del poggio.

***

Ritornando, discorreva ad alta voce, dialogando con la natura d’intorno: rispondeva alla brezza che sussurrava tra le chiome dei lecci e tra gli arbusti di lentisco; replicava il verso alla beccaccia e alla starna. Osservava, camminando, le tracce del cinghiale e della volpe perdersi nel bosco e, infine, porgeva l’orecchio al campanaccio delle sue bestie alla pastura. Al suono fesso, echeggiava il lontano campanone di Santa Maria che, con le sorelle minori, batteva l’ora.

Era giorno di Scirocco e il paesaggio aveva inaspettatamente cangiato d’aspetto: il cielo, la strada, il caseggiato e persino il sole avevano il colore della rena del deserto. Sospirò, e, asciugandosi il sudore con la manica della camicia, entrò nell’ombrosa stalla. Ripose gli attrezzi e prima di dirigersi al desco, guardò il grano biondeggiante ondeggiarre per le umide carezze del vento caldo d’Africa.

CINQUE

Cabianca spiaggia a viareggio

Vincenzo Cabianca – Spiaggia a viareggio, anni ’70 dell’800

La furia della tempesta scosse la nostra povera casa per un’intera settimana. Il mugghio dei flutti, che s’infrangevano con violenza sulla riva, e l’ululato del vento, che correva nelle strette vie del borgo, incutevano timore.

Le impannate, sotto la sferza del Libeccio, tremavano come se anch’esse fossero sbigottite di fronte a tanta forza, e la piova, che incessabilmente picchiettava contro la tela, penetrava dalle fessure, macchiando d’umido il muro scrostato.

Da due giorni, ospitavamo i nipoti di nostra madre, allontanati dalla loro abitazione, sita alla foce del torrente gonfio di acque limacciose del lago Massaciuccoli. Vivevamo costretti in un’angusta stanza e la presenza dei cugini, che in altri momenti sarebbe stata occasione di giochi e grida festose, complice il cattivo tempo, fu causa di noie e di pianti.

L’orizzonte cominciò a schiarire fin dall’alba e, appena svegli, ci accorgemmo che le raffiche erano meno impetuose e la pioggia terminata. La striscia di luce, che lentamente aveva sospinto le nubi verso l’entroterra, era ormai prossima alla costa e un pallido sole spuntò tra gli alti nembi. Una placida tramontana quietò il Tirreno che, stanco per il gran lavorio della libecciata, si ritirò alla consueta battigia.

Nel tardo pomeriggio, ci recammo alla spiaggia con i nostri genitori, per controllare le condizioni del capanno dei pescatori. Lo trovammo malconcio, ma ancora al suo posto. Il mare, che ancora portava i segni della burrasca, s’indorava all’approssimarsi del vespro e le ombre s’allungavano senza fine sulla rena. Il garrito dei gabbiani riempiva la quiete e mentre con mia sorella raccoglievo conchiglie e ramaglie abbandonate dalla mareggiata, vedemmo in lontananza un uomo con il volto celato da una tavoletta di legno appoggiata a un treppiede. Il suo capo, di tanto in tanto, sbucava da quell’arnese piantato nella sabbia; teneva un pennello nella destra e una tavolozza nella sinistra. Chiedemmo a papà di poterlo avvicinare, per curiosare cosa stesse dipingendo. Il babbo, voltandosi, riconobbe il pittore e ci raccomandò, girandogli attorno, di non importunarlo.

Quando fummo a pochi passi da lui, ci salutò e, con un cenno, ci invitò a guardare la sua opera. Rimanemmo sbalorditi. Innanzi ai monti velati, alle acque scintillanti e al casotto ove vi erano i nostri parenti, c’eravamo io e Lina: lei con la pezzuola rossa a raccoglierle i capelli e il cestino al braccio, e io, al suo fianco, che mi trascinavo appresso una frasca.

L’incanto fu bruscamente interrotto dal richiamo di mamma: era il momento di ritornare all’abituro.

Rivedetti il dipinto venti anni dopo, appeso nella sala di un caro amico. Sorrisi, ma lui non ne comprese il motivo.

© Gabriele Prinelli, 2013 (gprinelli@gmail.com)

***

Chi sono i macchiaioli?

Il movimento dei Macchiaioli nasce di fatto nel 1856, affermando che la forma non esiste, ma è creata dalla luce, come macchie di colore distinte o sovrapposte ad altre macchie di colore, perché la luce, colpendo gli oggetti, viene rinviata al nostro occhio come colore.

Il termine macchiaioli venne usato per la prima volta sulla Gazzetta del Popolo nel 1862.

I giovani pittori proveniente dalle esperienze della guerra che gli italiani avevano combattuto per l’Unità d’Italia, avvertivano, impellente, la necessità di confrontare il loro lavoro artistico con i cambiamenti artistici in ambito europeo, soprattutto con quanto stavano facendo i pittori in Francia.

Molti furono i pittori italiani che lavorarono in questo senso, ma questo è l’unico movimento che merita  il nome di scuola, sia per la comunità di intenti che legava i componenti del gruppo provenienti da diverse regioni e tradizioni artistiche, sia per l’alta qualità complessiva dei risultati pittorici raggiunti. Tratto da: http://www.settemuse.it/arte/corrente_macchiaioli.htm

*****

Arriva il 18 novembre… IL CANE DEL SANTO

Cane_del_Santo_copertina

 

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