Malattie letterarie: i venti freddi


Giuseppe Rovani

Giuseppe Rovani

Il divertente passo è tratto da Cent’anni di Giuseppe Rovani, la lettura in corso.

— È un fatto molto semplice; fu l’anno scorso, quando ho passato quegli otto giorni, al carnevale di Venezia… che gli  alberghi erano zeppi al punto, che a trovar un letto era come trovar un tesoro. Io però ne avevo trovato uno allo Scudo di Francia, sebben mi costasse un occhio. Ora sentite questa. Voi sapete il dispetto che provo a trovarmi a tu per tu con una persona non conosciuta; figuratevi poi quando si viaggia, e si è in una camera da letto. — Ebbene, a una cert’ora, quando l’albergo era tutt’occupato dal primo all’ultimo piano, dalla prima all’ultima stanza, viene da me l’oste. Forse perché io era il più giovane di quanti eran là e gli avevo ciera da buon figliuolo, e mi dice: — Signore, è arrivato il podestà di Chioggia, e vuole alloggio.
— Buon pro gli faccia, gli dico, doveva arrivar prima il podestà. Cerchi una gondola e dorma la sua notte sotto il felze.
— Va bene, ma io gli ho promesso… insisteva l’oste, e in quella entra il signor podestà in persona, e tanto fa e tanto insiste, che io non posso dire di no. Voi sapete che, per quanta ira uno possa avere in petto, in certi momenti non si trova il modo di scacciare un seccatore. Ma quando fummo soli, non potendo resistere all’idea di dover dormir con un altro, con un podestà… e tondo e grasso qual era colui di Chioggia… non so se voi lo conosciate (diceva rivolto al Bruni), pensava al modo di disfarmene, perché aveva anche un gran sonno, per aver ballato tutta la notte al ridotto di san Moisé, e così nel pensare, guardando il soffietto che pendeva da lato del camino, mi viene un’idea, e tosto, rivolgendomi all’amico, sì gli dico: — Signor podestà?
— Cosa mi comanda?
— Ho a farle mille scuse anticipate.
— Di che?
— Di questo, che vado soggetto a un grave incomodo.
— Ed è?
— Una febbre acuta, la quale mi ha messo in fin di morte sin da fanciullo, mi lasciò un
vizio, un gran vizio.
— Ebbene?
— Vo soggetto a quelli che si chiamano i venti freddi.
— Una malattia nuova.
— Nuovissima, e chi ha la disgrazia di dormire con me ci soffre, ma assai. — Ora che cosa
avreste fatto voi se foste stati il podestà?
— Darvi la buona notte, e andar via.
— Così pare almeno; ma il podestà fu di un altro parere, e metà credulo e metà no, entrò per il primo in letto. Allora io non feci altro che seguirlo, e, così mezzo vestito, mi cacciai sotto coltre, armato di soffietto, e spensi il lume. Lasciai che il podestà dormisse della grossa, e poi misi in movimento il mantice… Tirava un vento, cari miei, che il letto pareva il Cenisio, onde il podestà si risvegliò spaventato, e non poté trattenersi dal dire dopo qualche momento: 

— Ah! è veramente orribile la vostra malattia, signor mio, per carità, accendete il lume, ch’io
vo a gettarmi in laguna, piuttosto che dormire con voi.
Io obbedii, accesi il lume. Egli si alzò, non parlò più; soltanto borbottò tra’ denti, ed uscì chiamando l’oste a tutta voce. Il resto della notte la dormii così assai placidamente.

Giuseppe Rovani

Impiegato presso la biblioteca di Brera, prese parte alle lotte risorgimentali arruolandosi come volontario per difendere la Repubblica Romana. Fu anche vicino agli ambienti della scapigliatura milanese e profondamente legato a Carlo Cattaneo ed a Carlo Dossi. Fu amico del pittore pavese Cherubino Cornienti.

Assunse posizione fortemente critica nei confronti del romanzo storico di derivazione romantica allora in auge, accusandolo di presentare stereotipi sentimentali e di nutrirsi di meccanismi narrativi logori. A questi contrappose i romanzi Lamberto Malatesta (1843), Valenzia Candiano (1844), Manfredo Pallavicino (1845-1846) e La giovinezza di Giulio Cesare (1872), insolita rievocazione del mondo romano. CONTINUA

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copertina-generale

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