Suggestioni macchiaiole / 4


Il Lattaio di Piagentina di Giuseppe Abbati (1864)

Il lattaio di Piagentina di Giuseppe Abbati (1864)

Le cicale frinenti, incuranti del cigolio delle ruote, zittirono allo sbuffo dell’uomo.

Si fermò a metà dell’ascesa, sebbene la strada non fosse particolarmente ripida. Non gli era mai accaduto, fino alla primavera appena trascorsa, di dover sostare a riposare. Solamente quando ritornava con il greve carico di carbone, gli era capitato, talvolta, di rallentare il passo dopo il ponte sul torrente, dove la callaia era, per un breve tratto, malagevole. In quel punto, l’acqua fluiva all’Arno rabbiosamente tra i grossi massi e tra i lisciati sassi scivolati dalla collina da un tempo immemore. Era il canto del ruscello, ancor prima del familiare profumo di papaveri e fiordalisi, che adornavano il sentiero della valletta, ad annunciargli la lieta novella di essere prossimo a casa.

***

Usciva ogni dì prima dell’alba e, con l’impalpabile luce delle stelle o con il chiarore della benevola luna o con la fitta tenebra di una notte coperta di nuvole, rotta soltanto dal fioco lume della lucerna, scendeva in città, spingendo una carretta carica di latte munto dalle sue vacche pascolanti i teneri erbaggi. Percorreva le vie del mercato e le contrade lungo il fiume, riempiendo, fin che ne aveva, le brocche delle massaie e delle governanti, e chiacchierando con chi, conoscendolo, gli domandava notizie dai colli.

Con le lire in tasca, diventava lui stesso compratore, per procurarsi quanto non gli offriva la sua generosa terra: da vestire, da calzare e un bicchiere nel trambusto dell’osteria. Il suo cruccio era la solitudine: vedovo da tempo e con i figli, ormai grandi, lontani dal tetto natio, era rimasto l’ultimo ad abitare la grande casa del poggio.

***

Ritornando, discorreva ad alta voce, dialogando con la natura d’intorno: rispondeva alla brezza che sussurrava tra le chiome dei lecci e tra gli arbusti di lentisco; replicava il verso alla beccaccia e alla starna. Osservava, camminando, le tracce del cinghiale e della volpe perdersi nel bosco e, infine, porgeva l’orecchio al campanaccio delle sue bestie alla pastura. Al suono fesso, echeggiava il lontano campanone di Santa Maria che, con le sorelle minori, batteva l’ora.

Era giorno di Scirocco e il paesaggio aveva inaspettatamente cangiato d’aspetto: il cielo, la strada, il caseggiato e persino il sole avevano il colore della rena del deserto. Sospirò, e, asciugandosi il sudore con la manica della camicia, entrò nell’ombrosa stalla. Ripose gli attrezzi e prima di dirigersi al desco, guardò il grano biondeggiante ondeggiarre per le umide carezze del vento caldo d’Africa.

Giuseppe Abbati

Figlio del pittore Vincenzo, segue la famiglia prima a Firenze nel 1842 e poi a Venezia dal 1846 al 1858, dove forma la propria cultura artistica sia sotto la guida del padre che frequentando dal 1850 l’Accademia di Belle Arti con i maestri Grigoletti e Bagnara; qui conosce i pittori Vito D’Ancona e Telemaco Signorini. CONTINUA

Le altre suggestioni macchiaiole

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