Suggestioni macchiaiole / 2


Orto a Castiglioncello - Borrani

Orto a Castiglioncello di Odoardo Borrani

Una vera fortuna pensò, mentre, dalla rinfrancata voce di Maria, ascoltava le ultime righe della lettera.

Umberto, da diverse settimane, mancava da Castiglioncello. Era, infatti, precipitosamente partito l’indomani della Pasqua, non appena ricevuto il drammatico telegramma. Avevano, addirittura, usato il telegrafo: da Firenze a Livorno, il breve testo era stato trasmesso in un baleno e dopo poche ore – giusto il tempo necessario per percorrere la strada che divideva la città dal luogo di destinazione – il dispaccio era già tra le mani del farmacista, che gliene svelò il contenuto: “Maria grave. Vieni.”

Sua sorella era, dunque, ammalata e la scarna notizia, recapitata così urgentemente, aveva turbato profondamente il povero contadino.

Raccolse in un fagotto pochi vestiti e infilò nella tasca segreta della cintura il Francescone d’argento – che serbava per le emergenze in un nascondiglio della cucina – e venti Paoli. Passò, poi, dal cugino Giovanni per raccomandargli le cinque galline che possedeva e il suo bell’orto, il migliore del borgo, in cui principiavano a verdeggiare le primizie.

Maria lottò con il morbo fino ai primi di giugno, quando, improvvisamente, una mattina si destò sfebbrata. Cominciò allora una lunga convalescenza. Umberto riceveva, sporadicamente, alcune missive da Giovanni che, oltre a domandargli di Maria, lo informavano circa la vita del paese natio, tacendogli però le sorti delle sue amate verdure.

La vera fortuna era stata la pioggia che, in quei mesi, a intervalli regolari, era caduta a irrigare la terra, supplendo in tal modo alle note mancanze di Giovanni, uomo poco portato per i lavori manuali e ancor meno per quelli agricoli.

Partì da Firenze con il primo treno del giorno, sotto una coperta di nembi gravidi di tempesta. Avvicinandosi al mare, l’orizzonte rischiarò e, prima di Livorno, un pallido sole fece capolino tra le nuvole sfilacciate. A Castiglioncello, trovò il cielo azzurro velato qua e là da altissimi cirri lucenti come seta.

Aprì l’uscio di casa e fu investito dal tanfo stantio di chiuso. Spalancò le finestre e lasciò che la calda brezza di luglio penetrasse nelle stanze, sollevando gentilmente la polvere dai pavimenti e facendo ondeggiare le ragnatele negli angoli. Dal limine sul retro, osservò l’orto racchiuso tra l’imponente muro scalcinato di ponente e quello più basso e biancheggiante di tramontana. Camminò sconsolato nella folta e soffice erba che, per mesi, nessuno aveva sradicato. Compianse i cespi delle insalate soffocati dalla gramigna e guardò mesto le frasche che, lui stesso, aveva preparato per le specie rampicanti: erano rovinate per la sferza dei temporali e i legumi e i pomidoro maturavano aggrovigliati tra di loro.

Il sole cocente lo spinse a cercare riparo all’ombra dell’alta parete, che si proiettava sulle prose più prossime. Si fermò, però, al centro dello stretto sentiero; inspirò l’odore della terra a lui tanto cara e, solo in quell’istante, si accorse del profondo silenzio della campagna interrotto dal canto delle cicale e dal frinire dei grilli, invisibili negli erbai. Non erano più lo strepito delle carrozze sui selciati, il brusio incessante delle folle e nemmeno le urla dei mercanti. Era la pace del suo orto: era, finalmente, tornato a casa.

© Gabriele Prinelli, 2013 (gprinelli@gmail.com)

Odoardo Borrani

Borrani nacque a Pisa da David Borrani e Leopolda Ugolini. Nel 1840 si trasferì a Firenze e fu avviato dal padre alla pittura. Allievo all’Accademia di Firenze, orientato inizialmente verso una pittura di storia con forti rimandi al Quattrocento fiorentino. Studiò sotto la guida di Bianchi e Pollastrini. Nel 1853 ai tavoli del Caffè dell’Onore, in Borgo la Croce, conobbe Telemaco Signorini con il quale nel 1859 partì volontario per le guerre di unificazione d’Italia. CONTINUA

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One thought on “Suggestioni macchiaiole / 2

  1. anche qui prosa elegante e forbita (“principiavano”, “limine”, “le prose prossime”), supportata da una spiccata sensibilità non solo visiva: l’impatto olfattivo della casa disabitata e della terra, nonché il piano tattile (“calda brezza”, “soffice”, “sole cocente”) e quello uditivo (“silenzio della campagna interrotto dal canto delle cicale e dal frinire dei grill”i) avvolgono il lettore superando la dimensione squisitamente macchiaiola del dipinto.
    poi, cheddire, sarà che anch’io provo le stesse sensazioni quando mi fermo ad acoltare il respiro delle piante in mezzo al mio orto, ma il racconto davvero m’ha preso.
    : )

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