Le novelle di Verga / 1 Nedda


Giovanni Verga

Giovanni Verga

Comincio, oggi, un percorso tra le novelle di Verga. Di ognuna, vorrei pubblicare le impressioni “a caldo”.

Nedda apre la raccolta che ho sotto gli occhi. Pubblicata nel 1874, è ambientata in Sicilia. L’incipit  è un meraviglioso quadro di vita domestica e borghese, che impatta violentemente con la miseria protagonista del racconto.

Il focolare domestico era sempre ai miei occhi una figura rettorica, buona per incorniciarvi gli affetti più miti e sereni, come il raggio di luna per baciare le chiome bionde; ma sorridevo allorquando sentivo dirmi che il fuoco del camino è quasi un amico. Sembravami in verità un amico troppo necessario, a volte uggioso e dispotico, che a poco a poco avrebbe voluto prendervi per le mani o per i piedi, e tirarvi dentro il suo antro affumicato, per baciarvi alla maniera di Giuda. Non conoscevo il passatempo di stuzzicare la legna, né la voluttà di sentirsi inondare dal riverbero della fiamma; non comprendevo il linguaggio del cepperello che scoppietta dispettoso, o brontola fiammeggiando; non avevo l’occhio assuefatto ai bizzarri disegni delle scintille correnti come lucciole sui tizzoni anneriti, alle fantastiche figure che assume la legna carbonizzandosi, alle mille gradazioni di chiaroscuro della fiamma azzurra e rossa che lambisce quasi timida, accarezza graziosamente, per divampare con sfacciata petulanza. Quando mi fui iniziato ai misteri delle molle e del soffietto, m’innamorai con trasporto della voluttuosa pigrizia del caminetto. Io lascio il mio corpo su quella poltroncina, accanto al fuoco, come vi lascierei un abito, abbandonando alla fiamma la cura di far circolare piů caldo il mio sangue e di far battere più rapido il mio cuore; e incaricando le faville fuggenti, che folleggiano come farfalle innamorate, di farmi tenere gli occhi aperti, e di far errare capricciosamente del pari i miei pensieri. Cotesto spettacolo del proprio pensiero che svolazza vagabondo intorno a voi, che vi lascia per correre lontano, e per gettarvi a vostra insaputa quasi dei soffi di dolce e d’amaro in cuore, ha attrattive indefinibili. Col sigaro semispento, cogli occhi socchiusi, le molle fuggendovi dalle dita allentate, vedete l’altra parte di voi andar lontano, percorrere vertiginose distanze: vi par di sentirvi passar per i nervi correnti di atmosfere sconosciute: provate, sorridendo, senza muovere un dito o fare un passo, l’effetto di mille sensazioni che farebbero incanutire i vostri capelli, e solcherebbero di rughe la vostra fronte.

Dicono i critici che Nedda rappresenti la conversione del Verga al verismo: effettivamente  è netto il contrasto con le novelle di Primavera e altri racconti che seguono, e che richiamano lo stile milanese della Scapigliatura.

I dialoghi sono semplici, ridotti all’essenziale, per sottolineare la povertà anche intellettuale dei protagonisti; di contro, le descrizioni dei paesaggi sono commuoventi. Mi ricordano la pittura di macchia che rifiuta il disegno preparatorio per i colpi di colore: sono lampi di luce che creano il chiaroscuro con le ombre della vicenda. La tragedia è inevitabile, ma la bellezza della scrittura ripaga il lettore.

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