Un incipit coraggioso


Ci insegnano che l’attacco deve essere rapido, accativante, fulmineo… Mastriani, ne LA CIECA DI SORRENTO fa esattamente il contrario: lento, contorto, astruso. Eppure letto con calma è… bello!

In quel dedalo di viottoli, vicoli e stradelle non più larghe di un distender di braccia, dai cento barbari nomi, avanzi funesti di straniera gente, attraversando le quali si ha sempre una certa sospensione di animo, come quando si visita un carcere o un ospedale; in quell’ammasso di luride e nere case ammucchiate le une sulle altre, e così poco rallegrate dalla luce del sole; in quei quartieri, dove l’occhio e il pensiero della ricchezza penetrano raramente, e che pur raccolgono nelle umide loro pareti, oneste famiglie di operai, in quella rete, insomma, di popolati chiassuoli antichi, di cui si compongono i quartieri del Mercato, del Pendino e del Mandracchio, e che, con un solo generico nome si dicono “la Vecchia Napoli”, è un vicoletto, o meglio un bugigattolo, uno di quei mille che destano una specie di paura allo stesso Napoletano che per la prima volta va a visitarli. Questo vicoletto torto, malagurato e fetido porta il nome di Vico Chiavetta a Pendino: invano, o lettore, ti sforzeresti di trovarlo in quell’almanacco ibero-gallo-latino di vice-regale memoria, tranne che per qualche casualità in esso ti imbatta.

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