Consigli per l’estate – 1 Le smanie per la villeggiatura di Carlo Goldoni (524 lettura finita – 25/VI anno)


Spero di ingolosirvi proponendovi la prima scena di questa commedia Goldoniana. Perfetta, a mio modo di vedere, per un paio d’ore di sorrisi sotto l’ombrellone o nella frescura della pineta montana. In un certo qual modo anche molto attuale.

Quasi dimenticavo: gratis per i lettori di e-book. Basta un copia e incolla nel vostro programma preferito per confezionare il formato prediletto del vostro lettore elettronico: http://it.wikisource.org/wiki/Le_smanie_per_la_villeggiatura oppure http://www.liberliber.it/libri/g/goldoni/index.htm

SCENA PRIMA

Camera in casa di Leonardo.
Paolo che sta riponendo degli abiti e della biancheria in un baule, poi Leonardo.

Leonardo: Che fate qui in questa camera? Si han da far cento cose, e voi perdete il tempo, e non se ne eseguisce nessuna. (A Paolo.)
Paolo: Perdoni, signore. Io credo che allestire il baule sia una delle cose necessarie da farsi.
Leonardo: Ho bisogno di voi per qualche cosa di più importante. Il baule fatelo riempir dalle donne.
Paolo: Le donne stanno intorno della padrona; sono occupate per essa, e non vi è caso di poterle nemmen vedere.
Leonardo: Quest’è il diffetto di mia sorella. Non si contenta mai. Vorrebbe sempre la servitù occupata per lei. Per andare in villeggiatura non le basta un mese per allestirsi. Due donne impiegate un mese per lei. È una cosa insoffribile.
Paolo: Aggiunga, che non bastandole le due donne, ne ha chiamate due altre ancora in aiuto.
Leonardo: E che fa ella di tanta gente? Si fa fare in casa qualche nuovo vestito?
Paolo: Non, signore. Il vestito nuovo glielo fa il sarto. In casa da queste donne fa rinovare i vestiti usati. Si fa fare delle mantiglie, de’ mantiglioni, delle cuffie da giorno, delle cuffie da notte, una quantità di forniture di pizzi, di nastri, di fioretti, un arsenale di roba; e tutto questo per andare in campagna. In oggi la campagna è di maggior soggezione della città.
Leonardo: Sì, è pur troppo vero, chi vuol figurare nel mondo, convien che faccia quello che fanno gli altri. La nostra villeggiatura di Montenero è una delle più frequentate, e di maggior impegno dell’altre. La compagnia, con cui si ha da andare, è di soggezione. Sono io pure in necessità di far di più di quello che far vorrei. Però ho bisogno di voi. Le ore passano, si ha da partir da Livorno innanzi sera, e vo’ che tutto sia lesto, e non voglio, che manchi niente.
Paolo: Ella comandi, ed io farò tutto quello che potrò fare.
Leonardo: Prima di tutto, facciamo un poco di scandaglio di quel, che c’è, e di quello, che ci vorrebbe. Le posate ho timore che siano poche.
Paolo: Due dozzine dovrebbero essere sufficienti.
Leonardo: Per l’ordinario lo credo anch’io. Ma chi mi assicura, che non vengano delle truppe d’amici? In campagna si suol tenere tavola aperta. Convien essere preparati. Le posate si mutano frequentemente, e due coltelliere non bastano.
Paolo: La prego perdonarmi, se parlo troppo liberamente. Vossignoria non è obbligata di fare tutto quello che fanno i marchesi fiorentini, che hanno feudi e tenute grandissime, e cariche, e dignità grandiose.
Leonardo: Io non ho bisogno che il mio cameriere mi venga a fare il pedante.
Paolo: Perdoni; non parlo più.
Leonardo: Nel caso, in cui sono, ho da eccedere le bisogna. Il mio casino di campagna è contiguo a quello del signor Filippo. Egli è avvezzo a trattarsi bene; è uomo splendido, generoso; le sue villeggiature sono magnifiche, ed io non ho da farmi scorgere, non ho da scomparire in faccia di lui.
Paolo: Faccia tutto quello che le detta la sua prudenza.
Leonardo: Andate da monsieur Gurland, e pregatelo per parte mia, che mi favorisca prestarmi due coltelliere, quattro sottocoppe, e sei candelieri d’argento.
Paolo: Sarà servita.
Leonardo: Andate poscia dal mio droghiere, fatevi dare dieci libbre di caffè, cinquanta libbre di cioccolata, venti libbre di zucchero, e un sortimento di spezierie per cucina.
Paolo: Si ha da pagare?
Leonardo: No, ditegli, che lo pagherò al mio ritorno.
Paolo: Compatisca; mi disse l’altrieri, che sperava prima ch’ella andasse in campagna, che lo saldasse del conto vecchio.
Leonardo: Non serve. Ditegli, che lo pagherò al mio ritorno.
Paolo: Benissimo.
Leonardo: Fate, che vi sia il bisogno di carte da giuoco con quel che può occorrere per sei, o sette tavolini, e soprattutto che non manchino candele di cera.
Paolo: Anche la cereria di Pisa, prima di far conto nuovo, vorrebbe esser pagata del vecchio.
Leonardo: Comprate della cera di Venezia. Costa più, ma dura più, ed è più bella.
Paolo: Ho da prenderla coi contanti?
Leonardo: Fatevi dare il bisogno; si pagherà al mio ritorno.
Paolo: Signore, al suo ritorno ella avrà una folla di creditori, che l’inquieteranno.
Leonardo: Voi m’inquietate più di tutti. Sono dieci anni che siete meco, e ogni anno diventate più impertinente. Perderò la pazienza.
Paolo: Ella è padrona di mandarmi via; ma io, se parlo, parlo per l’amore che le professo.
Leonardo: Impiegate il vostro amore a servirmi, e non a seccarmi. Fate quel che vi ho detto, e mandatemi Cecco.
Paolo: Sarà obbedita. (Oh! vuol passar poco tempo, che le grandezze di villa lo vogliono ridurre miserabile nella città). (Parte.)

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