Stato delle biblioteche in Italia: scritto oggi, no ieri… anzi nel 1949!


Francesco Barberi (1905-1988)

Ciò che state per leggere (e leggetelo!) è di Francesco Barberi, Le biblioteche, una crisi secolare, (Problemi italiani), «Società», 5 (1949), n.1, p. 74-97.

E’ del 1949, ma a scorrerlo pare scritto un’ora fa.

Al bambino che in compagnia del padre s’affacciava nel salone di un’antica biblioteca romana, venne istintivo di segnarsi e piegare il ginocchio: credeva d’entrare in una chiesa. La monumentale scaffalatura settecentesca in tre or­dini sovrapposti, che torno torno alle pareti innalza le migliaia di volumi fin sotto la volta altissima; il finestrone di fondo, dal quale la luce del giorno piove nel gran vuoto dell’interno e indora le pergamene; certi busti marmorei di papi e di cardinali – gli ornamenta bibliothecae -; le persone ai tavoli curve sui libri, quasi in preghiera, avevano dato al fanciullo l’immediata sensazione del tempio.

Tali si presentano ancora molte delle nostre biblioteche storiche; tali desideriamo che rimangano, perché invero ben poche altre cose conosciamo che spirino il fascino suggestivo e solenne di questi antichi musei del libro, zeppi di rarità invidiateci da tutto il mondo.

Ma qualcosa purtroppo da anni, da decenni, viene a turbare ogni giorno di più, se non nelle linee architettoniche, nello spirito e nella originaria armonia questi venerandi mu­sei; qualcosa li viene snaturando. Capita che lo studioso di antiche stampe s’incontri al banco di distribuzione col gio­vane che chiede «La Romana» di Moravia; capita che l’il­lustre filologo debba fare anticamera perché v’è in direzione un colonnello a riposo venuto a farsi tradurre su un’antolo­gia scolastica alcuni versi di Heine.

Fortuna per le nostre biblioteche che la maggior parte degl’italiani ne ignorino tuttora la funzione, l’esistenza stessa! Comunque i tempi, sia pure lentamente, camminano; e que­sti poveri vecchi istituti si caricano sempre più, insieme coi loro tradizionali, di nuovi compiti di biblioteche di lettura, addirittura di gabinetti di lettura e di «bureaux d’informa­tion» per un pubblico vasto e vario – studenti e vecchi pensionati, preti e giornalisti, professori d’università e lettori qualunque -; e i bibliotecari, mentre ogni altra professione tende alla specializzazione, continuano a essere i bibliote­cari-omnibus d’un tempo, avendo davanti a sé un campo enormemente ingranditosi. È razionale tutto questo? Avviene all’estero? E se là non avviene, perché avviene da noi?

La risposta è nota, ed è semplice: scarseggiano in Italia tanto le biblioteche speciali quanto quelle «specializzate nel non specializzarsi», secondo l’espressione del Prezzolini; man­cano quegli attrezzati centri di documentazione, così diffusi negli altri paesi: dove la curiosità intellettuale, che non conosce titoli di studio né distinzione di classi sociali, si appaga e si alimenta incessantemente, e che perciò costitui­scono uno strumento più efficace e duraturo della scuola per l’elevamento culturale dei cittadini. Un tale tipo di biblioteca, da concepirsi come un servizio pubblico al pari dell’illumina­zione stradale, dell’igiene e della viabilità, è da noi scono­sciuto, a meno che non si vogliano far rientrare in esso quelle mortificanti biblioteche «popolari», prive di ogni de­coro e perciò nella sostanza, antidemocratiche. È comprensibile che siano stati proprio i più intelligenti conservatori delle no­stre biblioteche storiche a lamentare tale mancanza e a recla­mare che delle accoglienti biblioteche «per tutti» (così ven­gono chiamate in Svizzera) sorgessero anche in Italia, pagate dai cittadini mediante un’imposta speciale.

Ma tali moderne biblioteche non sono sorte; perciò in­vano, da ormai mezzo secolo, si denunciano da bibliotecari e studiosi sempre le medesime deficienze di quelle esistenti: angustia di locali, limitatezza di orari, scarsezza di perso­nale, inadeguatezza di servizi, povertà di dotazione e quindi di raccolte, ecc. Non che dei provvedimenti in favore delle biblioteche non siano stati presi e non si prendano; ma i problemi di questi organismi a struttura complessa essendo interdipendenti, avviene che dei miglioramenti parziali pon­gano in maggiore risalto le manchevolezze a cui non s’è rimediato. Alcune biblioteche hanno finalmente una sede nuova, ma possiedono cataloghi antiquati, di più tipi; altre hanno un catalogo unico, moderno, ma le nuove accessioni vi giungono con ritardo di mesi, talvolta di anni, quando hanno ormai perduto il pregio della novità; alcune biblioteche sono discretamente aggiornate in fatto di pubblicazioni recenti, ma la crisi dello spazio obbliga i direttori a collocare i libri in terra o a deturpare monumentali saloni; e così via. Si consideri inoltre che i faticosi progressi sono in pratica an­nullati dal rapido crescere delle esigenze degli studi, e che comunque essi non possono risolvere (semmai contribuiscono ad accantonare) il problema maius della creazione delle bi­blioteche di nuovo tipo, dalle quali soltanto le altre potreb­bero sperare la fine delle loro angustie. Questo non s’è vo­luto capire finora. «Il problema delle Biblioteche – affer­mava malinconicamente un bibliotecario venticinque anni fa – in Italia non esiste: nessuno ha mai voluto affrontarlo, nes­suno tenterà di risolverlo, almeno per un pezzo», e pur­troppo indovinava.

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