Il QUADERNO intervista i BIBLIOTECARI / 3


Con le interviste ai bibliotecari, questa settimana, ci spostiamo in Spagna e, più precisamente, in Catalogna con Esther Suriñach Vicente.

Ciao… presentati in poche righe.
Il mio nome è Esther Suriñach Vicente. Ho 42 anni freschi appena compiuti e attualmente lavoro negli uffici per le biblioteche pubbliche della bellissima provincia di Girona (Catalogna). Ho una laurea breve in Biblioteconomia (3 anni all’Università di Barcellona) che poi ho prolungato con altri 2 anni presso la UOC (Universitat Oberta de Catalunya), un tipo di studi online molto utile per chi lavora e ha famiglia da seguire.

Da quanto tempo lavori in biblioteca?
Con contratto e busta paga, circa 17 anni. Ma per hobby diciamo una quarantina d’anni, da quando ho imparato a camminare e andavo a “aiutare” mia zia in una piccolissima e ben fornita biblioteca di Camprodon, il mio paese sui Pirenei.

Come sei finita a fare la bibliotecaria?
In certe università spagnole esiste la laurea specifica in quello che qui si chiama Biblioteconomia e in inglese Librarianship e Information Science. Il tasso di disoccupazione quando hai questo titolo di studio è praticamente nullo. Nelle biblioteche catalane qualsiasi persona puo avere un bel posto nella sua zona, semplicemente superando un concorso pulito e con le stesse chance per tutti. Senza nepotismi ne’ lunghissime prove e tirocini.

Raccontaci la tua biblioteca.
Sono sempre stata attratta dalle biblioteche di pubblica lettura. Quelle universitarie o specializzate non riuscivano a soddisfare la mia curiosità generalista nè l’amore per la lettura. Come ho detto, adesso non lavoro in una biblioteca sola ma nei servizi centrali che forniscono assistenza, dietro le quinte, a 63 biblioteche della provincia di Girona. Mi manca da morire il contatto col pubblico. Per una quindicina d’anni sono stata direttrice e ho inaugurato la Biblioteca Comarcal di Blanes, dove inizia la Costa Brava (http://www.bibgirona.cat/biblioteca/blanes/contents/12-presentacio), e ci ho lasciato la pelle e la gioventù.

I pregi del tuo lavoro.
Ce ne sono tantissimi. Vediamo se riesco a sottolinearne solo un paio…
Innanzitutto la libertà. Possiamo fare progetti, sviluppare e scambiare idee, essere aperti ai bisogni degli utenti, in un ambiente molto meno fiscale e gerarchico di altri impiegati pubblici (come gli insegnanti o i dottori, ad esempio). Senza scadenze pesanti e una pressione relativamente facile da gestire.
E poi la gratitudine del pubblico è sempre altissima, a differenza di altre strutture comunali come l’anagrafe o gli appalti.
Diciamo che il bibliotecario è uno di quei mesteri in cui, alla fine della giornata lavorative, le soddisfazioni superano i dispiaceri e che ti permettono sempre di crescere anche personalmente.
La formazione è abbondante, possiamo aggiornarci sempre sia in materie letterarie, tecnologiche, psicologiche, per l’infanzia, management, ecc. e ogni persona puo sviluppare le sue abilità e preferenze sul proprio posto di lavoro.
Un altro pregio è il prestigio sociale del nostro mestiere. Quando vado ai colloqui di scuola, semplicemente dicendo che lavoro faccio, i maestri delle mie figlie sorridono con sollievo e mettono una freccia rivolta in alto nella scheda “genitori”.
Sono sicura che immaginano che in casa si legga molto e si trovi la risposta per tutto. Dovrebbero, invece, sapere che la vera cultura serve a porsi le domande.
Finalmente, una cosa molto utile – sia nel lavoro che nella vita in generale- è che in biblioteca non ci si annoia mai, non si finisce mai di imparare e le ore passano in un baleno. Arrivano subito le ferie e ce le possiamo godere senza portarci appresso compiti e pensieri. Quasi sempre con un bel libro tra le mani.

I difetti del tuo lavoro
Poca mobilità tra diversi enti pubblici. Per cambiare da una biblioteca ad un’altra bisogna rifare un concorso come se fosse la prima volta.
Gli orari sono contro ogni conciliazione familiare (tipo dalle 5 alle 9 di sera oppure il sabato)
Gli stipendi e risorse in genere sono più bassi di quelli che percepiscono altri impiegati pubblici, ad esempio professori o polizia.
Il nostro sforzo (e quindi anche la nostra stanchezza) non vengono mai riconosciuti. Molti credono ancora che ci limitiamo a leggere il giornale e fare “Shhhhhhhh”

Cosa cambieresti/miglioreresti della tua biblioteca?
Manderei via tutti i colleghi che non hanno un atteggiamento veramente vocazionale, che cercano solo un posto statale e sicuro, che non ci sanno fare col pubblico, che non hanno letto un bel niente oltre ai testi scolastici, e nonostante tutto alzano la voce, si lamentano sempre e consigliano, addiritura, libri per fare bella figura con certi utenti che ritengono importanti.
E poi vorrei un po’ meno paura alle novità. Nel senso che ci dovrebbero essere l’informatico, il vetrinista, l’architetto, il falegname, il muratore e l’imbianchino comunali sempre a nostra disposizione per buttare giù tanti muri (non solo fisici) e essere attraenti e agili al passo del tempo. A volte siamo così fieri di una stanza storica con tanto di scale e statue e carta invecchiata, e non ce ne accorgiamo che le statistiche di utenza stanno calando strepitosamente.

E della tua professione?
Mi sento un po’ in colpa di sputare nel piatto dove mangio, ma sinceramente non ho mai creduto alle catalogazioni profondissime e gli eterni discorsi su CDU, standards internazionali e statistica.
A volte ho l’impressione che perdiamo troppo il tempo, in cose che nell’impresa privata non si prenderebbero neanche in considerazione. Preferirei più azione e meno teoria, una burocrazia più leggera e una distribuzione economica in base ai risultati delle biblioteche anzichè al numero di abitanti della sua zona.

Cosa pensi dello stato in cui versano le biblioteche italiane?
Vi manca più del pane una legge statale -tipo quella che approvò il parlamento catalano nel 1993- che stabilisca che tutti gli abitanti, da nord a sud, di zone rurali o di grandi città, devono essere forniti di qualche struttura bibliotecaria pubblica di qualità nello stesso modo che ci sono scuole e ospedali. Non come un optional, bensì come un obbligo da mantenere e diffendere a tutti costi. Dopodichè, piaccia o no al consigliere o al sindaco del momento, si costruiscono biblioteche ovunque, con sistemi di collaborazione tra di loro, e con esse anche i servizi per le persone, che sono quelle che danno senso a tutto quanto. E si creano posti di lavoro per tantissima gente in gamba in grado di offire il meglio di loro a la comunità. In Italia non vi manca nè il denaro, nè la grinta nè il personale giusto. Solo la volontà politica di cambiare certe routine del dicianovesimo secolo.

Cosa potrebbero/dovrebbero fare le biblioteche per conquistare più pubblico?
Aggiornarsi dai! Aprire bene gli occhi e le orecchie verso i bisogni della gente. Prendere esempio da altri posti che hanno già avuto il coraggio di agire.

A chi volesse intraprendere la tua professione cosa consiglieresti?
Vocazione, pazienza, tanta forza e buon umore. E fiducia nel credere che ogni lungo viaggio incomicia con dei piccoli passi.

Le interviste precedenti

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2 thoughts on “Il QUADERNO intervista i BIBLIOTECARI / 3

  1. Nessuno, come Esther, riesce a farci vedere mondi possibili… possibili anche per noi, in Italia. E proprio nel giorno in cui la Cultura deve ricorrere ad una forma di protesta per affermare la sua bellezza, il suo imprescindibile valore, il suo diritto ad esistere, la sua resistenza, la sua libertà… perchè tutti noi possiamo continuare ad esistere. Senza cultura la civiltà muore. Grazie Esther, grazie di cuore…

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