145 lettura finita (15/II anno) – Madrigale di Giulia Alberico


Giulia Alberico, Madrigale

Inizio lettura 16 ottobre 2007 – Termine lettura 17 ottobre 2007

Nei primi due racconti che compongono questa opera prima di Giulia Alberico predomina la nostalgia. La nostalgia di un passato che, anche se drammatico e ricco di dolore, diventa dolce con la memoria degli anni. Che sia la casa fatta di mattoni, nel primo racconto, o sia una persona vera a narrare la storia, nel secondo, il filo conduttore rimane una malinconia. L’uso frequente del tempo passato crea una patina che fa pensare al sogno, ad un eterno flash back e i personaggi diventano eterei, quasi fantasmi. Il terzo racconto è un doppio diario. Un dialogo scritto tra madre e figlia che durante la vita non si sono mai capite e spiegate. Molto belli i primi due racconti.

Voto: 8/10

Incipit
Mi hanno costruita nel 1908 e, bene o male, gli anni li mostro, ma con molta dignità. Sono stata concepita qualche anno prima che si mettessero in moto i lavori. E’ stato al di là del mare.

Trama Attenzione: di seguito viene rivelata, del tutto o in parte, la trama dell’opera.
La casa del 1908, il primo di questi tre racconti d’esordio – che hanno tutti a protagonisti i legami della memoria, il tempo e le sue prigioni -, sembra svolgere la traccia di una vecchia poesia di Borges in cui si dice delle cose, gli oggetti che circondano le vite degli uomini, che sembrano essere l’emblema stesso del passare, della polvere, e invece vennero prima e loro sopravvivranno. La casa racconta in prima persona delle generazioni che ospitò e ne disloca le storie e i personaggi non secondo l’ordine del tempo, ma secondo quello dello spazio, sostituendo il prima e il dopo con un qui e là. Come muti immobili spettri, su cui stendere un pietoso e tenero sguardo.

Scheda del libro
Autore: Alberico, Giulia
Titolo: Madrigale / Giulia Alberico
Edizione: 2. ed
Pubblicazione: Palermo : Sellerio, 2000
Descrizione fisica: 261 p. ; 17 cm.
Collezione : La memoria
Numeri: ISBN – 88-389-1528-8

Ex Libro
Durante l’estate prima o poi arrivano sempre un paio di giornate di garbino. Il vento caldo che viene dall’Africa coglie di sorpresa, un mattino. L’aria è ferma, non un alito di fresco fin dalle ore dell’alba, le lenzuola pesano e il lino pare sfatto. Le piante in giardino si preparano alla sete, l’umido sale dalla frutta, trasuda dalla pelle che conoscerà per giorni l’inutile getto dell’acqua, i capelli sulla nuca sono bagnati e le fronti si imperlano, tutti si consegnano allo sfiancante garbino che toglie le forze e scuote gli umori. Si solleva piano il vento e per ore sferza il mare deserto, brucia le lenzuola stese sulle corde ad asciugare, fa tremare i vetri delle finestre. Le cantine sono un rifugio. Si riscopre il respiro e il polso batte normalmente, le bottigle di vino e d’olio allineate sugli scaffali emanano al tatto una piacevole sensazione di fresco. Dall’Africa il garbino porta con se terra rossa e polvere sottilissima che si infila sotto il portone e tra le aste delle persiane. La gente riduce al minimo i movimenti, le parole, forse anche i pensieri. Tutti si spostano da una stanza all’altra con lentezza e sembrano galleggiare in uno giorno intermnalbile che non distingue più, fin dall’alba, il mattino dal pomeriggio; i rituali di sempre si spezzano in un unico tempo che gli orolgi non riescono a scandire. Aspettano tutti soltanto che passi quella intermnabile giornata. La casa del 1908

Collegamenti utili

Il vento caldo del Garbino

Breve nota sull’autrice

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