114 lettura finita – Giacinta di Luigi Capuana


Giacinta di Luigi Capuana

Inizio lettura 06 agosto 2007 – Termine lettura 08 agosto 2007

Ho letto quella che è la prima versione di Giacinta (ve ne sono tre) e a quanto pare anche la meno “curata” stando agli esperti. Il romanzo si legge bene nonostante la tragica tematica che progressivamente angoscia il lettore. Capuana applica il verismo alla classe borghese (di solito il filone letterario che porta questo nome si occupa degli umili), mettendone in evidenza le bassezze e le tragedie. Giacinta è un pò Madame Bovary e un pò Margherita della Signora delle camelie (o meglio ancora la Violetta di verdiana memoria) e nel corso del libro si assiste al progressivo deterioramento psicologico che la conduce alla tragica risoluzione. Capuana trascura un pò tutti gli altri personaggi che svaniscono nel corso del racconto fino a rimanervi solo come ombre sullo sfondo della storia. Personalmente l’ho letto volentieri fino a 3/4. Finale tragico troppo lungo a mio parere. Migliore il Marchese di Roccaverdina.

Voto: 7,75/10

Trama
Figlia di un padre inetto e di una madre intrigante e avida Giacinta è violentata ancora bambina da un giovanetto servo di casa. Solo più tardi però, attraverso le chiacchiere delle domestiche, la fanciulla rammenta la brutta avventura, della quale aveva perduto la memoria. La rivelazione provoca in lei una disperata reazione: rifiuterà di sposare l’uomo che ama, Andrea…

Scheda del libro
Autore: Capuana, Luigi
Titolo: Giacinta : secondo la 1. dizione del 1879 / Luigi Capuana ; a cura di Marina Paglieri ; introduzione di Guido Davico Bonino
Pubblicazione: Milano : A.Mondadori, 1993
Descrizione fisica: XXVIII, 243 p. ; 19 cm
Collezione : Oscar classici ; 136
Numeri: ISBN – 88-043-1682-9

Collegamenti utili

Trama per esteso (si rivela l’intero intreccio intero del libro).

Luigi Capuana

Verismo

Naturalismo

Ex libro

La notte era inoltrata. Il cielo coperto qua e la di nuvole, bucato di rare stelle e fioche. Non si sentiva, ne da presso ne da lungi, una voce o un passo di uomo. Soltanto il mare urlava da lontano come un mostro che si dibattesse incatenato alle scogliere del porto. Nel giardino sottostante non si moveva foglia. L’acqua del canale dormiva. Capitolo V.

I fanali correvano allineati lungo la marina come una fila di sentinelle. Il mare, prigioniero nel seno del porto, batteva con sorde ondate i fianchi delle navi e delle barche, e i massi granitici della panchina. I chiari di luna disegnava netti sul cileo scuro le vele, le antenne, il sartiame dei legni. Qualche lume splendeva qua e la sulle tolde, andava da un punto all’altro di un legno e spariva senza più ricomparire. Di tanto in tanto rumoreggiava una catena lasciata andare giù da un argano con dei pesi attaccati che la svolgevano violenti. Seguiva lo stridore acuto di una carrucola e poi, di bel nuovo, dopo un tratto, il rotolar della catena. Caricavano qualche stipa. Si sentivano negli intervalli alcune voci di marinai. Brevi minuti appresso i rumori cessarono: il porto sonnecchiava cullato dal mare. Le barche vuote ballonzonavano innanzi a loro, stirando le funi con le quali eran legate ai grossi pilastri di granito. Oltre il faro, che brillava intermittente sulla sua torretta bianca alla bocca del porto, l’immensa distesa delle acque luccicava qua e la dei tremolanti riflessi della luna. I fiochi punti luminosi seminati in distanza, indicavan le barche già uscite alla pesca. L’aria pungeva più viva, tutta pregna di salsedine marina e di sito di catrame. Capitolo VII.

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