XXVIII lettura finita – Tre uomini in barca di J.K. Jerome


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Inizio lettura 03.01.2007 – Fine lettura 03.03.2006

Ironico, divertente, tagliente, strepitoso. Mentre ti culla sulle acque del Tamigi ti racconta le peripezie di tre amici davvero originali. Uno dei migliori libri che abbia mai letto.

Voto: 10/10

Conobbi una volta un giovanotto che studiava la zampogna e vi assicuro che se sapeste contro quante difficoltà dovette lottare vi meravigliereste. Credete, neanche dai componenti della propria famiglia ricevette quel che si potrebbe chiamare un incoraggiamento attivo. Suo padre ce l’ebbe a morte con quell’affare sin dal principio e ne parlava senza alcun riguardo. Il mio amico, per esercitarsi, si alzava al mattino presto, ma dovette smettere a causa di sua sorella. Ella aveva una certa inclinazione mistica, e disse che pareva spaventoso cominciare così la giornata. Visto ciò, cominciò a vegliare la notte e a suonare quando tutti erano andati a letto; ma anche questo non poté andare avanti perché gettava pessima fama sulla casa. La gente che si ritirava si fermava di fuori ad ascoltare e poi, al mattino seguente, spargeva la voce per tutta la città che in casa Jefferson la notte precedente era stato commesso un assassinio; e dicevano di aver udito gli urli della vittima e le maledizioni e le bestemmie degli assassini seguiti dall’implorazione di grazia e dall’ultimo rantolo del moribondo. Si decisero quindi a farlo esercitare di giorno chiudendo tutte le porte e relegandolo nella cucinetta in fondo alla casa; ma, quando intonava i passaggi di maggior effetto, lo sentivano in salotto a dispetto di tutte le precauzioni, e la mamma si commoveva fino alle lagrime. Diceva che le ricordava il suo povero padre (che era stato inghiottito da un pescecane, poveretto, mentre faceva il bagno al largo della Nuova Guinea – però non sapeva spiegarsi quell’associazione d’idee). Poi lo confinarono in una baracchetta fatta apposta per lui all’estremità del giardino, a trecento metri circa dalla casa, e quando voleva mettersi a studiare si portava lì il suo congegno. A volte arrivava in visita qualcuno che non sapeva nulla di quello studio e si dimenticavano di avvisarlo e quello se ne andava a fare una passeggiatina in giardino e improvvisamente, senza esservi preparato, si avvicinava e percepiva le stecche della zampogna senza capire che cosa stesse succedendo. Se si trattava di un cervello molto equilibrato, se la cavava con una crisi; ma se invece era uno di media intelligenza, generalmente andava al manicomio. Confessiamolo pure, i primi passi di un affezionato della zampogna hanno in sé qualcosa di estenuante ed io me ne rendevo conto come se si trattasse di me stesso, quando ascoltavo il mio giovane amico. Ho l’impressione che la zampogna sia uno strumento che mette a dura prova lo studioso; prima di cominciare occorre che vi forniate di fiato per tutta la sonata. Questa, per lo meno, fu l’impressione che ebbi osservando Jefferson. Egli cominciava egregiamente con una nota selvaggia, piena, come un grido di battaglia che vi entusiasma. Ma poi, a mano a mano che proseguiva, si andava affievolendo e l’ultima battuta si interrompeva generalmente a metà, con un borbottio ed un fischio. Per suonare la zampogna ci vuole una salute di ferro. Il mio giovane amico Jefferson imparò un solo pezzo per zampogna, ma a dire il vero non mi risulta che qualcuno si sia lamentato della esiguità del suo repertorio. Il pezzo era: “Arrivano i Campbell. Urrah! Urrah!”; così diceva lui malgrado che il padre fosse convinto che il titolo era: “Le campanule scozzesi”. Nessuno, insomma, era certo di quel che fosse ma tutti erano d’accordo che lo stile era scozzese. Ai forestieri si consentivano tre scommesse circa il titolo e la maggior parte di essi diceva ogni volta un titolo diverso. Capitolo XIV.

Ancor oggi, George non ha imparato affatto a suonare il banjo. Ha dovuto affrontare troppi scoraggiamenti. Mentre viaggiavamo sul fiume, tentò, due o tre sere, di fare un po’ di pratica; ma non ci riuscì mai. Il linguaggio di Harris era sempre tale da scoraggiare qualsiasi uomo e, inoltre, c’era Montmorency che durante l’intera esecuzione si accovacciava e continuava a guaire. Tutto ciò non permetteva lo studio. Ma insomma perché ulula così quando io suono? – esclamava George indignato prendendolo di mira con una scarpa. – E tu perché suoni così mentre lui guaisce? – ribatteva Harris afferrando la scarpa a volo. – Lascialo in pace. Lui non può fare a meno di ululare. Ha l’orecchio musicale e la tua musica lo fa piangere. E così George decise di rimandare lo studio del banjo al ritorno a casa. Ma neanche lì ebbe molta fortuna. La signora P. andava su e gli diceva che era molto dolente – a lei, personalmente piaceva sentirlo – ma l’inquilina al piano di sopra si trovava in uno stato delicatissimo e il dottore temeva che quel suono potesse nuocere al bambino. Capitolo XIV.

Preparammo tutto e ci accorgemmo che era ancora presto, e allora George disse che avendo molto tempo a disposizione, potevamo approfittare della splendida opportunità per preparare una cena speciale. Disse che ci avrebbe mostrato quanto si può fare sul fiume in fatto di cucina e propose di usare i legumi, i resti della carne fredda, nonché gli altri rimasugli per preparare uno stufato all’irlandese. L’idea ci sembrò affascinante; George raccolse la legna e fece il fuoco mentre io e Harris ci mettemmo a sbucciare le patate. Non avrei mai creduto che quella funzione di sbucciare le patate fosse una simile impresa. La faccenda mi si rivelò come la cosa più colossale, nel suo genere, in cui mi fossi mai messo. Cominciammo allegramente, spavaldamente, si potrebbe dire, ma dopo aver sbucciato la prima patata tutta la nostra giocondità era finita. Più sbucciavamo e più buccia sembrava che ci rimanesse e quando finimmo di togliere tutta la buccia e tutti i bitorzoli, della patata non c’era più nulla. Voglio dire, nulla di cui valga la pena di parlare. George sopravvenne, e osservò che la patata era ridotta alla grossezza di una nocciolina americana. Disse: – No, così non va! State rovinando tutto, le dovete raschiare. Ci mettemmo a raschiarle e fu un lavoro peggiore dello sbucciarle perché le patate hanno una forma così strana! e son tutte bozzi, bitorzoli e avvallamenti; andò a finire che facemmo sciopero. Dicemmo che poi ci sarebbe occorso il resto della serata per raschiare noi stessi. Io non ho mai conosciuto un mestiere capace di ridurre un uomo ad un letamaio come quello di raschiar le patate. Sembrava incredibile che le pelli di patata in cui io ed Harris stavamo sepolti e quasi soffocati provenissero da quattro tuberi soltanto. Pensate un poco quanto si potrebbe fare con l’economia e la buona volontà. George trovò assolutamente assurdo fare lo stufato con quattro patate sole e noi ne lavammo una mezza dozzina ancora e le mettemmo in pentola senza pelarle. Aggiungemmo un cavolo e circa due chili di piselli. George rimestò il tutto e poi disse che c’era ancora spazio nella pentola, perciò noi rovistammo a fondo nelle due ceste e aggiungemmo allo stufato tutti i pezzettini, i resti, e i rifiuti che vennero fuori. C’erano rimasti ancora mezzo polpettone di carne di maiale, un po’ di lardo lessato e freddo e infilammo tutto dentro. George scoprì inoltre una mezza lattina di salmone e vuotò anche il contenuto di quella nella pentola. Disse che appunto in ciò consisteva la bellezza dello stufato irlandese: ci si libera di tutta la roba vecchia. Pescai ancora, e trovai due uova incrinate, e dentro anche quelle. George ci assicurò che così l’intingolo sarebbe venuto più denso. Ora non mi ricordo tutti gli altri ingredienti ma vi posso assicurare che nulla fu sciupato; e verso la fine Montmorency, che era stato attentissimo a tutto il procedimento, si allontanò con un’aria molto seria e pensierosa e poi riapparve, qualche minuto dopo, con un topo di fogna morto in bocca che, evidentemente, voleva offrire come suo contributo al pranzo; se l’abbia fatto con intento sarcastico oppure obbedendo a un generico desiderio di collaborare, non saprei dirlo. Non discutemmo la convenienza di metter dentro il topo; Harris era del parere che ci sarebbe stato benissimo, perché si sarebbe mischiato con le altre cose e le avrebbe migliorate. Ma George fece appello ai precedenti. Disse che non si ricordava che nello stufato all’irlandese c’entrassero anche i topi di fogna e che quindi preferiva andare sul sicuro, mantenendosi sulla vecchia e provata ricetta, senza introdurre novità. Harris disse: – Ma se non si provano le novità, come si può dire come sono? I tipi come te ritardano il progresso. Pensa un po’, invece, a quelli che sperimentarono per primi le salsicce viennesi. Lo stufato all’irlandese fu una vera cannonata e devo dire che mai avevo mangiato altro con egual piacere. Aveva in se qualcosa di fresco e di piccante. Si sa che il nostro palato si stanca della solita zuppa di tutti i giorni, e invece questo era un piatto di fragranza nuova e di un sapore che non ne ricordava nessun altro al mondo. Inoltre, per dirla con George, esso era nutriente perché dentro ce ne stava, di roba buona! Forse le patate e i piselli avrebbero potuto essere un po’ più morbidi, ma siccome avevamo tutti buone dentature la cosa non rivestiva nessuna importanza. In quanto all’intingolo, poi, era un poema; un po’ troppo forte, se vogliamo, per gli stomaci delicati,ma innegabilmente nutrientissimo. Capitolo XIV.

A Wargrave la locanda “Giorgio e il drago” vanta un’insegna dipinta su un lato da Leslie, dell’Accademia Reale; e sull’altro da Hodgson, pittore locale. Leslie ha raffigurato il combattimento e Hodgson ha immaginato la scena del “dopo”: Giorgio che, fatto il lavoro, si gode la sua brava pinta di birra. Capitolo XIV.

Nella chiesa di Walton c’è una specie di museruola di ferro che in tempi passati era usata per chiudere la bocca alle donne. Ora non ci provano più. Forse perché il ferro è diventato raro e niente altro sarebbe abbastanza resistente. Capitolo VIII.

Le vecchie maioliche che appendiamo come ornamento alle pareti, pochi secoli fa non erano che suppellettili usuali di ogni giorno e le statuine del roseo pastore e della gialla pastorella che ora esibiamo ai nostri amici perché facciano mostra di essere intenditori e si sbavino in elogi, non erano che semplici soprammobili posti sui caminetti e che le mamme del diciottesimo secolo usavano come succhiotti per acquietare i figlioli piangenti. Avverrà lo stesso nel futuro? I tesori di alto valore dell’oggi, saranno sempre le bagattelle di ieri che costavano due soldi? Ci saranno in bella mostra file dei nostri comuni piatti a disegno cinese sui caminetti dei ricchi nell’anno duemila e dispari? Le tazze bianche con l’orlo dorato e, dentro, i bei fiori in oro (di specie sconosciuta) che le nostre donne di servizio ora rompono a cuor leggero saranno forse accuratamente riappiccicate e messe su di una mensola e spolverate personalmente e solamente dalla padrona di casa? Nel mio appartamento ammobiliato v’è un cane di porcellana; è bianco, ha occhi scuri e il naso di un rosa delicato con puntini neri. Alza la testa con un senso di pena ed hanno avuto l’abilità di fargli un’espressione che raggiunge l’apice dell’imbecillità. Francamente non mi piace. Se poi dovessi considerarlo dal punto di vista artistico mi ci irriterei. E’ oggetto di sarcasmo da parte di amici senza riguardo, e persino la padrona di casa non l’ammira affatto e ne tollera la presenza solo perché è un regalo di sua zia. Ma è più che probabile che fra duecento anni quel cane sarà riscavato in qualche posto, mutilato delle gambe e con la coda rotta e sarà venduto per esemplare rarissimo ed esposto sotto una campana di vetro. La gente gli girerà intorno e lo ammirerà e rimarrà colpita dalla straordinaria profondità del colore del naso e discuterà sul come doveva essere stato bello il pezzo di coda mancante. Eppure noi, in quest’epoca, non vediamo la bellezza di quel cane. Esso ci è troppo familiare. Succede lo stesso con il tramonto e le stelle; la loro soavità non ci conquista più perché ormai i nostri occhi si sono abituati a vederli. E così pure per il cane di porcellana. Nel 2288 la gente si estasierà per esso. La fabbricazione di questi cani sarà ormai un’arte scomparsa; i nostri discendenti si scervelleranno per indovinare come facemmo noi a modellarli, dirà che eravamo espertissimi e riferendosi a noi diranno con venerazione “quegli antichi, grandi artisti che fiorirono nel secolo diciannovesimo e produssero cani di maiolica come questo”. Capitolo VI.

Il primo ad arrivare fu il fattorino di Biggs. Biggs è il nostro ortolano e il suo talento maggiore consiste nell’assoldare i fattorini più vagabondi e scostumati che la civiltà abbia sinora prodotti. Se nel campo dei ragazzi del vicinato vediamo allignare qualcosa di fuor del comune in quanto a cattiva creanza, sappiamo ch’è l’ultima scoperta di Biggs. M’hanno riferito che, all’epoca del grande delitto di Coram Street, la nostra via era giunta prontamente alla conclusione che il fattorino di Biggs (quello di allora) doveva esserne il principale responsabile, e se il giorno dopo il delitto, quando si presentò per ricevere le ordinazioni e fu sottoposto a martellante interrogatorio dall’inquilino del numero 19 (assistito da quello del numero 21 che per caso si trovava sulla porta), non fosse stato capace di presentare un alibi inoppugnabile, se la sarebbe vista brutta. Non so chi fosse a quell’epoca il fattorino di Biggs ma a giudicare da quelli che ho conosciuto dopo, io non avrei dato troppo peso all’alibi. Capitolo V.

George prese il giornale, e ci lesse le notizie di sinistri alle imbarcazioni, e le previsioni del tempo; queste ultime profetizzavano “pioggia, freddo, umido, con tendenza al bello” (quanto di più spaventevole ci possa essere nel tempo). “Temporali vari con scariche elettriche, vento dall’est, depressione sulla contea di Midland (Londra e Manica). Barometro in discesa.” Io pensavo che tra tutte le stupide, irritanti cretinerie che ci affliggono, questa della “previsione del tempo” è forse la più perversa. Essa “prevede” esattamente quello che successe ieri o l’altro ieri e altrettanto esattamente l’opposto di quanto succederà oggi. Ricordo che mi rovinai completamente le vacanze ad autunno inoltrato, appunto per avere tenuto conto delle previsioni del tempo del giornale locale. “Per oggi si prevedono forti piogge a carattere temporalesco”, diceva al lunedì, e così noi rimandammo il pic-nic e rimanemmo chiusi in casa per tutta la giornata in attesa della pioggia. La gente passava davanti alla nostra porta e se ne andava fuori tutta allegra e felice su carrozze e carrozzini, il sole bruciava e non c’era una nuvola in cielo. – Ah! Ah! – dicevamo noi guardando attraverso i vetri. Torneranno a casa inzuppati come spugne! Ghignavamo, pensando alla doccia che si sarebbero buscata, e tornavamo ad attizzare il fuoco, a riprendere in mano i libri, a mettere in ordine i nostri esemplari di alghe marine e di conchiglie. Verso mezzogiorno col sole che penetrava nella stanza, il caldo divenne opprimente e cominciammo a chiederci quando sarebbero arrivati gli scrosci di pioggia. – Vedrai! Cominceranno nel pomeriggio, stanne certo, – ci dicevamo l’un l’altro. – Poveretti quelli, come si bagneranno! Sarà uno spasso. All’una la padrona di casa venne giù e ci chiese se non saremmo usciti, con quella bella giornata. – No! No! – rispondemmo con un sorriso furbo, – noi non abbiamo nessuna voglia di bagnarci, sa! Passò quasi tutto il pomeriggio e non si vide nessun segnale di pioggia ed allora cercammo di confortarci pensando che sarebbe caduta improvvisamente, tutta d’un colpo, proprio nel momento in cui i gitanti si trovavano sulla strada per far ritorno a casa e quindi lontani da ogni ricovero in modo che si sarebbero bagnati più che mai. Ma intanto non veniva giù neanche una goccia; la giornata passò e sopravvenne una notte incantevole. Al mattino seguente leggemmo che il tempo sarebbe stato “caldobello – con tendenza alla stabilità – molto caldo”; e allora ci vestimmo di abiti leggeri ed uscimmo. Mezz’ora dopo che eravamo partiti cominciò a piovere forte, si levò un vento freddo e tutti e due durarono per l’intera giornata e noi ritornammo pieni di raffreddori e di reumatismi e ci dovemmo mettere a letto. Il tempo è una cosa che supera completamente le mie capacità. Non ci capisco niente. E il barometro è inutile; ti trae in inganno come le previsioni del giornale. Ve n’era uno appeso in un albergo di Oxford dove scesi la primavera scorsa. Al mio arrivo, segnava “tempo bello stabile”. Fuori, l’acqua veniva giù che Dio la mandava e così era stato per tutto il giorno. Io non ci capivo nulla. Detti un colpettino al barometro, che saltò e segnò “molto secco”. Stava passando il facchino dell’albergo il quale si fermò e disse che secondo lui il barometro si riferiva a domani. Avanzai l’ipotesi che si riferisse a due settimane prima, ma il facchino disse che no, non lo credeva. Al mattino seguente detti qualche altro colpettino e il barometro salì ancora mentre la pioggia scendeva sempre più violenta. Al mercoledì ritornai a battere e la lancetta passò dal “bello stabile”, “molto secco”, al “molto caldo” fino a che non poté più muoversi perché c’era un bottone d’arresto. Fece invero del suo meglio; ma lo strumento era stato costruito in modo che non poteva profetizzare bel tempo con maggiore entusiasmo senza rompersi. Era chiaro che avrebbe voluto proseguire, per pronosticare siccità, mancanza di acqua, colpi di sole, venti caldi del deserto, “et similia”, ma il bottone di arresto glielo proibiva e quindi doveva contentarsi di indicare sempre quel banalissimo “molto secco”. Intanto la pioggia continuava a venir giù ininterrotta e il fiume, straripato, aveva allagato i quartieri bassi. Il facchino disse che era certo che una volta o l’altra avremmo avuto una sequenza di tempo magnifico e lesse due versi scolpiti sulla custodia di quell’oracolo. Lontana previsione, dura assai. Predetta da vicino, azzecca mai. Quell’estate il tempo bello non si vide. Immagino che quella macchina si riferisse alla primavera successiva. Ci sono poi i barometri di stile moderno, quelli lunghi a tubo diritto. Non ne capisco né capo né coda. C’è un lato per le dieci del mattino di ieri e un lato per le dieci del mattino di oggi, ma ammetterete che non si può fare sempre una alzataccia per arrivare lì alle dieci del mattino. Questo barometro sale o scende a seconda di pioggia o bel tempo, di molto o poco vento, e ad un capo c’è scritto “Nly” e all’altro “Ely” (ma che cosa c’entra la piccola Elisa?), e se gli date una bottarella non vi indica nulla. Inoltre occorre fare la correzione col livello del mare e la riduzione in gradi Fahrenheit; ma neanche questo basta perché si possa capire quello che il barometro dice. Ma chi mai desidera farsi predire il tempo che farà? Non è cosa già abbastanza molesta quando arriva? Perché sobbarcarsi anche alla tortura di saperlo prima? Il profeta più gradito è il vecchietto che in qualche mattino nero di una giornata che si vorrebbe bella, scruta l’orizzonte col suo occhio esperto e ci dice: – Niente paura, signori. Credo che schiarirà e sarà una bellissima giornata. Vedrà che schiarirà benissimo, signore. – Se ne intende, – diciamo noi mentre gli diamo il buon giorno e partiamo, – è straordinario come sono esperti, questi vecchietti! Per quest’uomo noi sentiamo affetto, un affetto che non diminuirà per colpa della circostanza che invece il tempo non schiarisce affatto, e per tutta la giornata piove in continuazione. – Pazienza, – pensiamo, – ha fatto del suo meglio. Invece per quello che ci ha profetizzato tempo cattivo nutriamo solo antipatia e pensieri vendicativi. Nel passare gli gridiamo allegramente: – Crede che schiarisca? – No, signori. Potrei sbagliarmi, ma credo che per oggi si manterrà così, – ci risponde scuotendo la testa. – Pezzo di cretino! – borbottiamo, – che cosa ne sai tu, del tempo? – Se poi succede che aveva ragione torniamo indietro ancora più incolleriti con lui e con una vaga idea che ci sia stato un po’ del suo zampino. Quella mattina in particolare, però, era troppo bella, troppo piena di sole; non potevamo lasciarci turbare fuor di misura dalla raccapricciante lettura di George che diceva “barometro in discesa”, “perturbazioni atmosferiche in movimento sull’Europa meridionale”, “pressione in aumento”. Perciò, visto che non riusciva a rattristarci e che stava solo sprecando il fiato, egli sgraffignò la sigaretta che m’ero arrotolata con tanta cura e se ne andò. Capitolo 5.

Ricordo che un amico comperò due forme di formaggio a Liverpool. Erano due bellissimi pezzi di cacio tenero e maturo e con un odore della forza di cento cavalli vapore che garantisco si sentiva a tre miglia di distanza e che a duecento metri avrebbe fulminato un uomo. Mi trovavo anch’io a Liverpool e il mio amico mi disse che siccome lui non poteva lasciare la città prima di un paio di giorni, sarei stato molto gentile se glielo avessi portato io a Londra perché altrimenti si sarebbe guastato. – Naturalmente, con piacere, – risposi io, – con piacere. Andai a prendere i due formaggi e me li portai in una carrozza. Ma che carrozza! Era uno scatolone sgangherato trascinato da un bucefalo sonnambulo bolso e dinoccolato al quale il suo padrone, in un momento di entusiasmo, durante la conversazione, diede il nome di cavallo. Collocai i formaggi sul mantice della carrozza e partimmo arrancando in una maniera che avrebbe fatto credito al più lento compressore stradale a vapore che sia mai stato costruito, e tutto andò a un ritmo allegro come una campana a morto finché non girammo l’angolo della strada. Arrivati lì il vento portò una zaffata di formaggio al nostro bucefalo il quale ne fu risvegliato e con un nitrito di terrore si buttò alla velocità di tre miglia all’ora. Il vento tirava sempre nella sua direzione e prima che fossimo arrivati alla fine della strada, il destriero correva quasi a quattro miglia all’ora “seminando” per strada gli sciancati e le vecchie grasse.Quando arrivammo alla stazione ci vollero due facchini, oltre al vetturino, per tenere il quadrupede e forse non ci sarebbero riusciti neppure così se qualcuno non avesse avuto la presenza di spirito di mettergli un fazzoletto sul naso e di bruciare della cartaccia per far fumo. Feci il biglietto e percorsi orgogliosamente la banchina, con i miei formaggi, tra due ali di gente che faceva largo al mio passaggio. Il treno era affollato e dovetti entrare in uno scompartimento occupato già da sette persone. Un vecchio bilioso protestò ma io entrai ugualmente e, messi i formaggi sul portabagagli, mi sedetti nel posto vuoto sorridendo affabilmente e dissi che faceva molto caldo. Passò qualche minuto e subito il vecchio cominciò ad agitarsi e a dire: – Troppa aria di chiuso, qua dentro. – Opprimente davvero, – disse il viaggiatore seduto vicino a lui. Cominciarono ad annusare tutti e due e alla terza annusata il profumo riempì i loro polmoni sicché si alzarono senza far motto e se ne uscirono. Si alzò subito anche una robusta donna dicendo quanto fosse indegno che una rispettabile signora sposata avesse da esser maltrattata a quel modo; raccolse il suo sacco da viaggio e otto pacchi e se ne andò. I quattro viaggiatori superstiti rimasero seduti per un certo tempo, fino a che un signore dall’aria solenne che ora stava solo in un angolo e che dall’abito e dall’aspetto generale sembrava appartenere alla corporazione degli impresari di pompe funebri, precisò che quell’odore gli faceva pensare al cadavere di un bambino; gli altri tre cercarono di uscire allo stesso tempo e si scontrarono sulla porta. Io feci un sorriso di risposta al signore in nero e gli dissi che, a quanto pareva, avremmo avuto lo scompartimento tutto per noi; egli rise amabilmente e disse che c’è della gente che fa un sacco di storie per una cosetta da nulla. Ma anche lui, dopo che il treno si mise in moto, cominciò a fare una strana cera e perciò arrivati che fummo a Crewe lo invitai a bere un bicchierino. Accettò e a forza di spintoni scendemmo al bar ove dovemmo gridare, pestare i piedi e agitare gli ombrelli perché una ragazza si avvicinasse e ci chiedesse che cosa volevamo. – Lei che cosa prende? – dissi rivolgendomi al mio amico. – Mezza corona di cognac, signorina, – rispose egli, rivolgendosi alla ragazza al banco. – Liscio, per favore. E, avendolo bevuto, uscì in silenzio e salì in un altro scompartimento, cosa che mi parve meschina, da parte sua. Da Crewe in poi, nonostante l’affollamento, ebbi lo scompartimento tutto per me. Quando ci fermavamo alla stazione, la gente, vedendo il mio scompartimento vuoto, si precipitava. – Qui, Maria, vieni, qui c’è molto posto. – Eccomi, Tom, entriamo qui, – gridavano. E arrivavano carichi di bagagli pesanti e lottando sulla porta per passare per primi. Uno apriva lo sportello, saliva sul predellino, vacillava e cadeva fra le braccia di quello che gli veniva dietro; salivano tutti, annusavano e scappavano per andarsi a pigiare in un altro scompartimento o magari pagavano la differenza e passavano in prima classe. Scesi alla stazione di Euston e andai difilato a portare i due formaggi a casa del mio amico. Quando la signora entrò nella stanza annusò un poco e poi disse: – Che cosa è? mi dica la verità, tutta la verità. – Formaggi, – risposi. – Tom li ha comperati a Liverpool e mi ha chiesto il favore di portarglieli. Aggiunsi che mi auguravo comprendesse che io ero perfettamente estraneo alla faccenda e lei disse che non ne dubitava affatto ma che Tom, al ritorno, l’avrebbe sentita. Il mio amico fu trattenuto a Liverpool più a lungo di quanto avesse pensato e siccome dopo tre giorni non aveva ancora fatto ritorno a casa, la moglie venne da me. – Che cosa le disse Tom circa quei formaggi? – mi chiese. Risposi che egli mi aveva spiegato che dovevano essere tenuti in luogo umido e che nessuno li doveva toccare. Lei disse: – Oh! non c’è pericolo… nessuno li toccherà. Ma lui, li ha fiutati? Credevo di sì e aggiunsi che avevo avuto l’impressione che a quei formaggi ci tenesse molto. – Crede che andrebbe in collera, – chiese lei, – se regalassi una sterlina a qualcuno per farli portar via e interrarli? Risposi che suo marito se la sarebbe presa per tutta la vita. Allora lei ebbe un’idea e disse: – Le dispiacerebbe di conservarglieli lei stesso? Glieli mando qui. – Signora, – risposi io, – se fosse per me… a me l’odore del formaggio piace e il viaggio che feci con essi l’altro giorno da Liverpool lo ricorderò sempre come il bellissimo coronamento di una piacevole vacanza. Ma, a questo mondo, occorre tener presente anche gli altri. La donna sotto il cui tetto ho l’onore di abitare è una vedova, e, a quanto pare, è anche orfana. Essa ha la mania tremenda, direi eloquente, che tutti vogliano, come dice lei, abusare in casa sua. La presenza dei formaggi di vostro marito, la farebbe istintivamente pensare che io abuso e io non permetterò mai che si dica che io abuso di una vedova e per di più orfana. – Benissimo, allora, – disse la moglie del mio amico alzandosi, – posso solo dire che me ne andrò all’albergo con i bambini e vi resterò fino a che quei formaggi non saranno stati mangiati. Mi rifiuto di vivere nella medesima casa con essi. E mantenne la parola, affidando la casa alla donna a ore la quale, quando le chiesero se poteva sopportare quell’odore, rispose: – Quale odore? – e quando le fecero prendere i formaggi e glieli fecero annusare forte disse di sentire un lieve profumo di melone. Era chiaro che quell’atmosfera non poteva nuocere alla donna e la lasciarono lì. Il conto dell’albergo salì a quindici sterline e il mio amico, dopo aver fatto i calcoli, vide che quei formaggi gli erano venuti a costare otto scellini e mezzo alla libbra. Disse che gli piaceva mangiare ogni giorno un pezzettino di formaggio, ma che il prezzo di quello non se lo poteva permettere e perciò decise di sbarazzarsene. Li prese e li gettò nel canale; ma fu obbligato a ripescarli perché gli uomini delle chiatte protestarono. Dissero che quel puzzo li faceva svenire. Ed allora in una notte oscura prese le due forme e le andò a deporre nella camera mortuaria della parrocchia. Ma il custode li scoprì e sollevò una cagnara spaventosa. Disse che quello era stato un complotto per togliergli il pane dalla bocca risvegliando i cadaveri. Alla fine, il mio amico se ne liberò portandoli in una città di mare ove li seppellì sulla spiaggia. Ciò procurò a quel luogo gran fama. I villeggianti dissero che non s’erano accorti, prima, dell’aria frizzante che c’era; e da allora, per molti anni, gli ammalati di petto vi affluirono in folla. Ritenni perciò che George aveva ragione rifiutandosi di portare formaggio con noi. Capitolo IV.


Lentamente, il ricordo dorato del sole tramontato svanisce dal cuore delle nuvole fredde e tristi. Gli uccelli, silenti come bimbi imbronciati, hanno cessato il loro canto e solo il grido lamentoso della pavoncella, e il gracchiare roco dell’edrone rompono la quiete reverente intorno allo specchio di acqua, su cui esala l’ultimo respiro il giorno morente. Dalle boscaglie nebbiose, indistinte, sulle due rive, le ombre grigie, gli eserciti spettrali della notte, escono strisciando con silenzioso moto, con piedi invisibili, e passano sopra l’ondeggiante erba lacustre, attraversano i sospiranti giunchi; e la Notte, assisa sul suo tetro soglio, spiega le ali funeree sull’oscurato mondo e, dal suo palazzo fantastico illuminato dalle pallide stelle, regna in silenzio. Capitolo II.

Quanto a me, era il fegato a essere fuori posto. Ero certo che fosse il fegato a essere fuori posto perchè avevo appena letto il volantino pubblicitario di una specialità medicinale che elencava nei particolari vari sintomi mediante i quali un uomo poteva capire se il suo fegato fosse fuori di posto. Io li avevo tutti. Capitolo I.


Autore: Jerome, Jerome K.
Titolo:Tre uomini in barca / Jerome Klapka Jerome ; traduzione di Bruno Oddera ; illustrazioni di Gianluigi Coppola
Pubblicazione: Milano: A. Mondadori, 1987
Descrizione fisica: 227 p. : 8! c. di tav. : ill. ; 22 cm
Collezione: I classici

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