XV lettura terminata


cronaca-di-salimbene.jpgCronaca di Salmbene da ParmaInizio lettura 02.11.2006 – Fine lettura 10.10.2006

Bello bello bello… il mio giudizio è sicuramente di parte. Ho rivissuto i miei anni dell’università. Ma è una storia quella scritta da Salimbene e tradotta con originalità da Tonna dove il fantastico e il meraviglioso erano la vita quotidiana, la verità. Per gli appassionati e i buoni conoscitori dell’epoca medievale: da non perdere.

Voto:

L’anno del SIgnore 1282, indizione X ci fu una così grande moltitudine di eruche quale nessuno ricorda ai giorni nostri. E rovinarono tutti gli alberi da frutta, divorando fiori e foglie. E apparivano li arbori come sogliono apparire in pieno inverno, quando prima avevano avuto una così bella fioritura. E dopo che questi bruchi non trovavano più da mangiare in sulle piante da frutto, passavano sopra alle cime overossia ramelle dei salici: e anche quelle si rodevano. Solamente le fronde dei noci lasciavano stare, per via del loro sapore amarognolo, penso. In processo di tempo queste eruche crollavano giù dalle piante, grosse ed enfiate di pinguedine: e si strascicavano per i viottoli e i campi e finalmente morivano. La rande moltitudine di bruchi che ci fu in questo anno…

C’era un giovanetto nel convento di Bologna che avea nome frate Guido fiol de Massaria. Quando dormiva, ronfava così forte che nessuno poteva prender sonno nella stanza. E quel che è peggio, disturbava orribilmente non solo chi dormiva, ma anche chi vegliava nella notte. lo misero a dormire nel ripostiglio dove si teneva la legna e la paglia: ma anche così non riuscivano i frati a salvarsi, chè per tutto il convento risuonava quel russare rumoroso come una maledizione. I tre miracoli operati da Dio mediante frate Nicola.

Ora avvenne che il langravio morì. E il legato era in un’altra città e udì la nova della morte. Ebbe paura di Corrado, figlio di Federico, che faceva guardare molto accuratamente l’Allemagna. Allora ordinò a uno della so’ famiglia de no aprire per più giorni la camera a nessuno: se destinava di fuggire. […] Con volenterosa prontezza fu per loro trovato l’abito. E ora doveva menarli fuori dalla città. Trovò una porta già serrata, e ancora sì la seconda e la terza. Ma qui davanti alla terza, videro un grosso cagnaccio imbucare un pertugio – era sotto la porta e comparire libero all’aperto. E fu loro avviso di poter sortir fora nella stessa maniera. Provavano ma per la so’ corpulenza non ce la faceva, il legato, a distrigarsi. Allora il guardiano gli posò un piede sulle natiche e calcava con forza, premendo giù, verso terra. E così usciva! Messer Filippo legato in Alemagna e la sua fuga dopo la morte del Langravio.

Così Gregorio de Montelongo, legato apostolico, quando era a Parma e Federico allora l’assediava, in udire che li Parmesani brontolovano per via che non veniva aiuto contro le astuzie del dragone overossia dell’imperatore, ricorreva ad accorgimenti non pochi. Invitava a paranzo alcuni cavalieri fra i più in vista della città: e con loro c’ero anch’io qualche volta alla sua mensa, nel palazzo del vescovo di Parma. E mentre noi pranzavamo, arrivava un messaggero davanti alla porta, sulla piazza: e con voce gagliarda gridava ch’el voleva entrar. Allora accorreva un servente ad annunziare, davanti a tutti gli altri, al legato, l’arrivo del nuovo corriere. Prontamente lo faceva venire al suo cospetto. E si presentava in abito succinto come viaggiatore che venisse di lontano: e aveva sandali impolverati e la borsa, alla cintura delle lettere. Il legato prendeva in mano la lettera e ordinava di menar via subito il messaggero, a pranzare e riposare: e gli dessero ben da mangiar! Faceva così per dar a vedere di aver commiserazione per la fatica del messaggero. Ma in realtà voleva evitare che i convitati gli domandassero novelle: le avrebbe riferite ingarbugliandosi o non avrebbe saputo riferirle per niente. […] Divulgavano i cavalieri per la città la novella: e sì tutto il popolo si allegrava e attendeva di non più di malavoglia. Gli accorgimenti che il Signore ha insegnato ai suoi.

Un giorno in campo San Giorgio di Verona – e io ci sono stato alcuna volta – fece abbrucciare undicimila Padovani dentro una grande casa dove li teneva prigionieri e in ceppi: e intorno a loro, mentre stridevano alte le fiamme, cantando con i so’ cavalieri faceva un torneo. La crudeltà di Ezzelino da Romano…

A Treviso signoreggiava Alberico da Romano per molti anni: e feroce e spietata fu la sua signoria. Lo sanno quei che l’ebbero a provare. Veramente egli si era un membro del diavolo e fiol dell’iniquità: ma perì di mala morte, insieme alla moglie e ai figli e alle figlie. Sradicavano i suoi occisori gambe e braccia rabbiosamente dal corpo dei figlioli dei bambinelli, mentre ancora erano vivi, sotto gli occhi dei genitori: e con qui monconi sanguenenti percotevano in su la faccia il padre e la madre. Poi legavano la signora e le figlie a dei pali e le abbrucciarono. E si erano nubili e le più leggiadre fanciulle del mondo: e non erano colpevoli. […] E correvano addosso ad Alberico con le tenaglie e stracciavano dal suo corpo, quando ancora viveva, uno via l’altro, sulla piazza, un brandello di carne. Il Feroce Alberico, fratello di Ezzelino da Romano.

Papa Niccolò lo fece [messere Latino dell’Ordine dei Predicatori] legato di Lombradia e della Toscana e della Romagna. E suscitava le ire delle donne tutte con una tal sua ordinanza: vi si comandava che le donne avessero vestimenti corti insino a terra e un di più, non altre la misura di una spanna. In prima strascicavano code di vestimenta per terra lunghe un braccio e mezzo. Vi accenna il Patecchio quando dice: Et trappi longhi, ke la polver menna. E lo faceva predicare nelle chiese e lo impose alle donne come precetto: e che nessun sacerdote le potesse assolvere, se non facevan così. E per le donne era più amaro di ogni morte! E una donna me contava in confidenza che più le era cara quella coda, di tutt’altro vestirario che aveva indosso. Ancora sì il cardinale Latino comandò in quella ordinanza che tutte le donne – tanto le giovinette overossia donzelle che le maritate, le vedove e le matrone – portassero il velo in testa. Il che fu per loro gravoso orribilmente. Ma a questa tribulazione trovarono rimedio, mentre per le code non vi riuscirono in nessuna maniera. Si facevano fare veli di bisso e di seta, intessuti di oro: e così si erano dieci volte più appariscenti di prima e attiravano gli occhi di chi le riguardava a pensieri lascivi ancor di più. Salimbene de Adam, Cronaca nella Traduzione di Giuseppe Tonna, Diabasis 2006, p. 63.
Nell’anno del Signore 1215 papa Innocenzo terzo celebrò un solenne conciclio in Laterano. Egli inoltre corresse in meglio e ordinò l’ufficio ecclesiastico e vi fece aggiunte sue e ne ritolse parti di altri. Ma non acora risulta ben ordinato secondo il desiderio di molti e anche secondo la reale verità, chè ci sono molti passi superflui che ingenerano più noia che divozione, sia in quelli che ascoltano che in coloro che lo recitano: così per esempio la prima ora della domenica, quando i sacerdoti devon dire le sò messe e il popolo è là che aspetta e non c’è nessuno che le celebri, essendo occupato a recitar l’ufficio. E sì ancora dire diciotto salmi di seguito nell’ufficio della domenica e in quello notturno, prima di arrivare al Te Deum laudamus: e così nella stagione, quando le pulci sono fieramente moleste e le notti son corte e il calore intenso, come anche d’inverno, non fa che dare noia. Dal capitolo Innocenzo III.

Per la mia tesi di laurea mi occupai di un cronista del 1300: Riccobaldo da Ferrara. La lettura del saggio su Teodolinda mi ha fatto venire nostalgia per i cronisti medievali, uomini che oltre a raccontarci i fatti salienti della loro epoca amavano inserirvi anche episodi curiosi visti o sentiti raccontare. Scrittori che erano ancora capaci di stupirsi per ciò che ascoltavano e raccontavano.

Titolo: Cronaca / Salimbene de Adam ; traduzione di Giuseppe Tonna ; introduzione di Mario Lavagetto
Edizione: 2. ed
Pubblicazione: Reggio Emilia : Diabasis, 2006
Descrizione fisica: XLVI, 351 p. ; 23 cm.
Collezione : Al buon corsiero ; 22
Numeri: ISBN – 88-8103-396-8

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