VIII lettura terminata


africostajano.jpgAfrico di Corrado Stajano

Inizio lettura 06.10.2006 – fine lettura 10.10.2006

Inchiesta giornalistica d’altri tempi (è del 1979) ma per chi vuole scoprire perchè la questione meridionale è tale da decine di anni è un libro illuminante. Nel finale diventa un pò troppo generico ma la storia di Africo è strepitosa. Imperdibile.

Voto

La chiesa di San Rocco a Gioiosa Jonica è in cima al paese. Una strada stretta in salita sbuca d’improvviso nella piccola piazza della chiesa che può sembrare una delle tante chiese barocche del Mezzogiorno, più impreganata di profumi e gigli e d’incenso che di spirito religioso e di preghiera. Ma una scritta sul portale, “La chiesa è del popolo” fa subito capire che il luogo è fuori tradizione. E lo confermano, all’interno, un cartello appeso sul baldacchino dell’altar maggiore, “Dio ha scelto i poveri” e altre scritte disseminate tra le navate, “Vescovi, Cristo vi ha istituito servitori e non padroni”, “Sono venuto a portare spada e divisione”, “Non c’è chiesa senza libertà”, “Cristo non ha voluto la chiesa come luogo di culto rassicurante”, “Liberaci Signore da ogni compromesso con le forze capitalistico”. Capitolo XIV.

“I Borboni erano venuti a sapere che sul monte Consolino si trovava in libertà la lepre della scienza ed erano convinti che chi mangiava questa lepre diventava sapiente. Arrivarono da Napoli dei signori e diedero la caccia alla lepre della scienza. La trovarono, la uccisero, l’arrostirono e la mangiarono. Tommaso, nascosto diestro un cespuglio, vide e, appena i signori se ne andarono, affamato com’era succhiò le ossa della lepre rimaste per terra. Quando tornò a scuola, tutti rimasero stupefatti perchè conosceva bene ciò che il maestro aveva spiegato mentre era sul monte a far pascolare le pecore. La scienza si trovava infatti non nella carne della lepre, come avevano creduto i signori mandati dal re, ma proprio nelle ossa che il bambino aveva rosicchiato per fame”. L’uso di mangiare la carne e di lasciare le ossa ai bambini affamati si è tramandato con naturalezza. Non viene data importanza al fatto che le ossa contengano la sapienza perchè tra sapienza e potere la classe dominante sceglie sempre il potere, intendendolo evidentemente come la forza sovrana della sapienza. Capitolo IX.

Il prete dicono. La sua presenza è come un’ombra o una luce, perennemente tese o sottintese sulla vita quotidiana del paese di Africo. La sua violenza di intrigo e di speculazione o il suo spirito si servizio, la sua iattanza virile o la sua abilità imprenditoriale, la sua opera di fratellanza o la sua capacità di vendetta, la sua regola di proteggere o la sua volontà di discriminazione dividono i giudizi. “Don Stilo boia”, “Don Stilo assasino”, Don Stilo boia clerico fascista” è scritto sui muri di Africo, di Gioiosa Jonica, di Locri, sulle facciate delle stazioni ferroviarie, sulle case più in vista della statale 106. Ma chi pensa che don Stilo sia un santo in terra difficilmente va a scriverlo sui muri. Capitolo VII.

Un popolo così abbandonato e soprattutto degenerato senza alcuna istruzione religiosa e civile, non poteva tollerare la presenza del sacerdote buono, cattolico. Tollerò solo un sacerdote ribelle che ammazzò la sorella; con una famiglia attorno, di donna e figli! sospeso a divinis dalla Santa Sede Apostolica. E per lui non ebbero reticenze ad assalire con minacce e clamori lo zelantissimo vescovo che, non appena preso possesso della Diocesi, senza paventare pericoli li visitava, con pieno cuore. Povero vescovo, dopo mezz’ora di insulti, doveva tornarsene pienamente amareggiato, alla sua residenza in attesa di occasioni più opportune ad attrarre i disgraziati all’Ovile di Gesù Cristo… Capitolo III.
Non lasciò solo memorie francescane, san Leo, ma ragioni di conflitto tra Africo e Bova: dopo morto, i suoi seguaci africoti ne custodirono il cadavere e i bovesi tentarono più volte di rubarlo fin quando riuscirono: s’impossesasoro a viva forza del corpo e lasciarono agli africoti un dito come reliquia. Capitolo II.
Gli africoti odiano il mare. Un mare quasi sull’uscio di casa, blu carico, con bordi celeste madonna e striature vinose. I villini dei capomastri non sono riusciti ad alterare la natura selvatica della costa e lunghe spiagge sono rimaste immacolate. Tra gli abitanti di Africo Nuovo nessuno possiede una barca e non esiste un marinaio o un pescatore. Andare sulla scogliera verso Bancaleone e guardar giù i sassi bianchissimi che si intravedono sul fondo, esaurisce ogni rapporto col mare. Capitolo I.
Lettura consigliatami dal primo firmatario del libro dei visitatori e presentato poco tempo fa a Damasco su Radiotre.

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