III lettura finita – Leila di Fogazzaro


Leila FogazzaroInizio lettura 25.09.2006 – fine lettura 30.09.2006

Voto: 8/10

Ex Libro
Presto le sfilarono davanti gli alberghi signorili di Lugano, le case umide, i giardini scuri ascendenti al nebbione. Una, due, tre fermate.
Passeggeri escono, passeggeri entrano. Si grida: Gandria, Santa Margherita, Oria, San Mamette Osteno, Cima, Porlezza! Il battello è spinto via lentamente, a forza di braccia, dall’approdo, i colpi degli stantuffi ricominciano. Si parte, il battello gira lentamente, mette la prora sul nebbione dell’alto lago; le case umide, gli alberghi, i giardini di Lugano si velano, a poppa, di pioggia e di distanza. Capitolo XVI.

Il sior Momi, navigando con arte fra la figliuola Scilla e i preti Cariddi, si disse molto lieto che la sua Lelia andasse a visitarle. Il prete faceto, che stimava poco le monache e non conosceva queste, brontolò: “Le sarà muneghe anca ele. Tute compagne!”. Don Emanuele gli diede sulla voce. Il sior Momi approvò modestamente la censura, e, volto alla figliuola, tirò in campo, coll’usato laconismo cretino, l’antica parente tanto esaltata da Molesin. “La zia, ciò! La zia munega!” Il prete faceto, che sapeva qualche cosa dell’intimo sior Momi, si esclamò in cuore: “Fiol de na pipa!”, ma colle labbra sostenne che aveva inteso dire “tutte buone, tutte sante”. Capitolo XIV.

Finalmente dal peggior garbuglio gli spuntò un filo. Tira e tira, il filo veniva a meraviglia, come se la Provvidenza avesse lavorato un garbuglio delle sue proprie fila per don Emanuele, perché il pescatore di anime si facesse il merito di trovarne il capo buono, di svolgerlo e svolgerlo fino alla pratica dimostrazione che tutto l’arruffio di groppi, di occhielli, di pendagli si scioglieva in un divino filo da reti di pesca. Così pensò il pescatore. Capitolo XIII.

 

Molesin riprese la via di Velo a capo basso, simile al giuocatore di bocce che si è illuso di aver fatto il punto, è corso a vedere e ritorna mogio mogio, colla seconda boccia nelle mani, mulinandoci su come gli convenga tirare il nuovo colpo. Si rodeva anche per la sciarpa, inutilmente ripresa, che gli pesava sul braccio, ridicola nel sollione delle undici. Capitolo VIII.


Verso le undici l’ottimo Camin, dopo una breve conferenza, nello studio, con Teresina, annunciò all’amico la propria partenza per il villino delle Rose e lo invitò a uscire con lui se intendesse recarsi a far visita all’arciprete. Al trivio dove la stradicciuola della Montanina muore nella strada maestra, gl’indicò il campanile di Velo posato elegantemente a chiudere nell’aperto sole lo sfondo della via, oltre un alto arco di ombre. Capitolo VIII.

 

L’indomani mattina la Peppina disse a Massimo che suo marito lo pregava di volerlo ascoltare. Il marito venne e ricomparve anche la Peppina, si tenne presso l’uscio, quattro passi più indietro del consorte, in un’attitudine di sostegno. Il Togn, appena oltrepassato l’iniziale «ch’el senta», s’impelagò in un mare di scuse per quello che intendeva dire in un mare di — L’à de perdonà — tocariss minga a mi — mi me sta minga ben — el soo — l’è inscì — ma insomma — eccola — certi rob — mi l’è la premura che goo per Lü — se po minga tasè — certi rob – vera ti? — La moglie, interpellata così, mormorò «sì, già» e con un — eccola — finale il Togn chiuse il suo esordio. Capitolo VI.

Ella non somigliava per questo verso a don Tita somigliava piuttosto al cappellano. L’allegro don Tita era proclive alle amicizie, aveva facili le comunicazioni con tutti. Don Emanuele non aveva mai avuto un solo amico; a vederlo fra la gente allegra faceva l’impressione di un corvo attonito fra un chiasso di galli e di galline. Ma don Emanuele non aveva ancora trovata la sua pace e la Fantuzzo sì. Sotto il suo spegnitoio ascetico ella non aveva tentazioni altre a temere che quella di prendere tre pandoli nel caffè e latte invece di due, quella di dire all’arciprete che smettesse di pulirsi la penna nei capelli diventati grigi, e quella di pregare il Signore che facesse morire la gatta scandalosa del calzolaio. Capitolo III.

Lo spirito di don Tita si sarebbe potuto paragonare alla sua faccia ilare, dove i muscoli pieghevoli e l’adipe molle celavano l’intima durezza del teschio; oppure, meno lugubremente, a un campo verde e fiorito dove, a un palmo sotterra, trovi la roccia; oppure a certe piccole morbide pesche di montagna, dove, se metti il dente, incontri subito un nocciuolo invincibile. Capitolo III.

Don Tita Fantuzzo, arciprete di Velo d’Astico, detta la messa, come di solito, alle sette e mezzo e pregato in sagrestia lungamente, raggiunse, sulla scala che dalla chiesa mette alla canonica, sua cognata, la signora Bettina Pagan, vedova Fantuzzo, e il cappellano, don Emanuele Costi de Villata, che scendevano insieme e non insieme, il cappellano precedendo di alcuni gradini con un passo trattenuto dal senso della persona che seguiva, la siora Bettina venendogli dietro con un passo trattenuto dall’ossequio verso la persona che precedeva e anche un poco dal senso della sua propria retroguardia. “Per cossa andeu in fila come i cavai de carretta?” disse il gioviale arciprete alle spalle della cognata: “Se casco mi Caschemo tuti tri”. Cpitolo III.

Passavano i minuti, né il signor Marcello né don Aurelio ricomparivano. Egli non n’era impaziente. Godeva il senso di pace diffuso intorno a lui nelle povere mura, nei poveri vecchi arredi che gli suggerivano immagini di case anche più povere, di gente semplice, di feste della fede ingenua; mentre il vento vivo della porta aperta gli portava odori freschi di bosco e di prato, voci dai campi, lontane. Godeva il ristoro dagli strepiti e dalla polvere di Milano infocata, come la sera prima, salendo alla Montanina sul fianco del vallone scuro dove canta l’acqua cadente nel folto delle macchie. Gli era dolce di sentire e di non pensare. Capitolo II.

Massimo Alberti, arrivato da Milano dopo un viaggio di quasi ott’ore nel caldo di un giugno ardente, nella polvere, nel fumo, nello strepito, credeva, salendo a piedi dalla stazione di Arsiero alla Montanina, sognare. Il cielo, senza luna, era coperto; grandi fumate di nebbia pesavano, biancastre, sulla fronte della Priaforà, sulle scogliere del Summano, aguzze nel cielo come una sega adagiata sopra le morbide vette delle boscaglie; la brezzolina del monte spandeva sull’erta sentori selvaggi, molte voci di acquicelle cascanti nei cavi dei burroni e non una sola nota di vita umana. La strada odorava di fango; piacevolmente, dopo tanta polvere. Dove essa svolta dentro un vallone e tutto si discopre, nell’alto, l’ammasso lunato di castagni, che porta un diadema nero di vette d’abeti, il contadino di Lago di Velo, certo Simone, detto Cioci, che precedeva Massimo con le valigie, si fermò per domandargli se andasse a Velo, o a Sant’Ubaldo, o alla Montanina. Capitolo I.

Perchè Fogazzaro? Lecita domanda. Tre letture e tre libri di Fogazzaro. Ebbene questa estate mi sono dedicato alla riscoperta dei classici (si apprezzano nella loro bellezza solo quando si ha qualche anno in più). Dalle ferie di Luglio in poi ne ho letti ben 14:

  1. Piccolo mondo moderno – Fogazzaro

  2. Malombra – Fogazzaro

  3. Daniele Cortis – Fogazzaro

  4. Marchese di Roccaverdina – Capuana

  5. Notre Dame de Paris – Hugo

  6. Il Rosso e il nero – Stendhal

  7. Emma – Austin

  8. Il mastino di Baskerville – Conan Doyle

  9. Tre moschettieri – Dumas

  10. Il conte di Montecristo – Dumas

  11. Madame Bovary – Flaubert

  12. Persuasione – Austin

  13. Piccolo mondo antico – Fogazzaro

  14. Il Santo – Fogazzaro

e ho scoperto che Fogazzaro, mi piace moltissimo. Lo trovo al momento (prudenza… non si sa mai… le scoperte letterarie dei classici sono sempre dietro l’angolo) “il migliore” degli italiani. Mi piace come scrive, mi piacciono i suoi eroi, è poeta quando descrive i paesaggi in particolar modo quando scrive della Valsolda, la terra di Piccolo Mondo Antico e Malombra (se non lo avete fatto ancora leggeteli!!!). Mi sono innamorato della Valsolda leggendo i suoi libri. Mi sono innamorato senza averla mai vista. Ma breve mi regalerò una “gita” nei luoghi fogazzariani. E quindi volevo leggermi la tetralogia tutta d’un fiato. Ecco allora: Piccolo Mondo Antico, Piccolo mondo Mederno, Il Santo e ora Leila. Il mio “quaderno” letterario è cominciato proprio col secondo volume. Ora torno a leggere. A più tardi.

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