II lettura finita


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inizio lettura 21.09.2006 – fine lettura 25.09.2006

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Una carrozza signorile si fermò sull’imbrunire davanti a una casa di via della Vite, in Roma. Due signore ne discesero frettolosamente e sparirono dentro la porta oscura. La carrozza partì. Due minuti dopo ne arrivò un’altra, versò due altre signore nella stessa porta e partì. In un quarto d’ora ne capitarono cinque. La porta oscura non inghiottì meno di dodici signore. La piccola via ritornò silenziosa. Trascorsa una mezz’ora cominciarono a venire dal Corso gruppi di uomini. Si fermavano davanti a quella stessa porta, leggevano il numero al lume del fanale vicino, entravano. E la porta oscura inghiottì a questo modo un’altra quarantina di persone. Gli ultimi furono due preti. Quello che guardò il numero era miope, non riusciva a decifrarlo.

Il testo

La vita

Alcune stelle brillavano sul roccioso dorso grigio macchiato di nero e il loro lume oscuro mostrava nel chiostro il piazzale, gli arboscelli sparsi, la torre possente dell’Abate Umberto, le arcate, le mura vecchie di nove secoli e, sulla ogiva del portale grande dove don Clemente stava contemplando, la doppia riga dei fraticelli di sasso che vi salgono in processione. Il chiostro e la torre si affermavano nella notte con maestà di potenza. Era proprio vero che stessero morendo? Nel lume delle stelle il monastero pareva più vivo che nel sole, grandeggiava in una mistica comunione di senso religioso con gli astri. Era vivo, era pregno di effluvi spirituali diversi, confusi in una persona unica, come le diverse pietre tagliate e scolpite a comporre la unità del suo corpo, come diversi pensamenti e sentimenti in una coscienza umana. Le vetuste pietre, sature di anime commiste ad esse in amore, sature di desiderii santi e di santo dolore, di gemiti e di preci, radiavano un che oscuro, penetrante nel subcosciente. A quei lavoratori di Dio che nelle ore aride vi si ritraessero dal mondo a breve riposo, potevano rinfondere forza come d’estate al falciatore in deserti montani una fonte. Ma perché le pietre durassero vive, un continuo fiume di vita doveva pure trapassar per esse, un fiume di spiriti adoranti, contemplanti. Capitolo III

Maria d’Arxel si era innamorata a ventun’anni di Giovanni Selva per averne letto un libro di filosofia religiosa, tradotto in francese. Scrisse all’ignoto autore parole tanto calde di ammirazione che Selva le rispose accennando ai suoi cinquantasei anni e ai suoi capelli bianchi La signorina replicò che sapeva, che non offriva né chiedeva amore, che avrebbe soltanto desiderato qualche rigo di tanto in tanto. Le sue lettere lucevano d’ingegno infuocato. Giunsero a Selva mentr’egli si dibatteva in una oscura crisi, in una lotta amarissima che non accade raccontare qui. Pensò che questa Maria d’Arxel poteva essere una stella di salute. Le scrisse ancora. «Sai che anniversario è oggi » disse Maria. «Ti ricordi?» Giovanni ricordava; era l’anniversario del loro primo incontro. Le due anime si erano rivelate l’una all’altra, nella corrispondenza, sino al fondo, con indicibili ardori di sincerità; e le persone non si erano vedute che nei ritratti. Sin dalla quarta o dalla quinta lettera scambiata, Giovanni aveva chiesto alla signorina sconosciuta il suo; attesa, temuta domanda. La signorina consentì a patto di riavere tosto la fotografia, e spasimò fino a che non le giunse di ritorno con parole dolcissime dell’amico rapito dalla giovanilità intellettuale, appassionata, del viso di lei, dalla dolcezza degli occhi grandi, dalla eleganza del busto. Poi, quando si erano accordati d’incontrarsi, venendo lui dal lago di Como e lei da Bruxelles, a Hergyswyl, presso Lucerna, erano state febbri di terrori per l’uno e per l’altra. Ella pensava: «Il ritratto piacque, ma le movenze della persona vera, una linea, un colore delle vesti, il modo dell’incontro, le parole prime, il tono della voce possono forse distrugger d’un colpo il suo amore.» Capitolo II.

La seduta si tenne nello studiolo di Giovanni. Era così piccolo che il bollente don Farè, non potendosi tenere aperte le finestre per un dovuto riguardo ai reumi di Dane, vi si sentiva soffocare e lo disse con la sua rudezza lombarda. Gli altri finsero di non udire, meno di Leynì, che gli accennò silenziosamente di non insistere, e Giovanni che aperse l’uscio del corridoio e l’altro vicino che dal corridoio mette sulla terrazza. Dane sentì subito un odore di bosco umido e bisognò chiudere. Sullo scrittoio ardeva una vecchia lampada a petrolio. Il professore Minucci soffriva di occhi e chiese timidamente un paralume, che fu cercato, trovato e posto. Don Paolo si fremette dentro: «questa è un’infermeria!». Capitolo II.

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