Suggestioni macchiaiole / 3


Vincenzo Cabianca, Marina con torre diroccata, 1870

Vincenzo Cabianca, Marina con torre diroccata, 1870

Il tonfo del bastone sul selciato, sbalzato dai muri scrostati, rimbomba nella viuzza adombrata, dove il sole mai è penetrato. Al tocco, annunciato dallo scricchiolio della malconcia porta dai cardini arrugginiti, esce dalla sua stamberga e, zoppicando, scende alla marina.

Veste il solito poncho sdrucito sopra il camiciotto di panno e i pantaloni di fustagno malamente rattoppati. Sul capo calvo, porta un berretto stinto, un tempo di colore rosso.

La pietosa scena si ripete identica quotidianamente, che ci sia il cielo terso oppure che piova a dirotto. Muta, allora, solamente nell’abito che, nei giorni uggiosi, si ammanta con la cerata, per proteggersi dall’umidore.

Sono passati due lustri ma, per le profonde rughe e l’aspetto rassegnato di chi ormai non ha speranza, diremmo che di anni, per lui, ne sono trascorsi almeno venti.

Partirono in mille dallo scoglio di Quarto, la sera del 5 maggio. Quanta gioventù e quanto entusiasmo a bordo del Piemonte e del Lombardo; che imprese, il tumultuoso sbarco a Marsala e la faticosa marcia fra le colline dell’agro segestano; quale esaltazione alla vigilia della presa di Palermo: tutti ricordi sbiaditi.

Fu a Porta Sant’Antonino che terminò la sua giovinezza, quando una palla borbonica lo colpì alla schiena. Moribondo, fu lasciato indietro dai suoi compagni diretti in continente; convalescente, fu abbandonato dall’Italia, dimentica dei suoi servigi e del suo generoso sacrificio.

Eccolo, anche oggi, raggiungere il piatto masso ai piedi della torre diroccata, sotto la nuvolaglia che tristemente si specchia nel mare.

Sosterà in quel luogo fino all’imbrunire, immobile come se fosse lui stesso parte della lingua di terra e rovina del rudere, perduta la mente nella risacca dell’onda infrantasi contro la roccia. Alza gli occhi, di tanto in tanto, per osservare vacuamente il promontorio azzurrato dalla foschia, poi, come se la testa gli pesasse oltremodo, china nuovamente lo sguardo all’acqua. Un granchio, con le chele in continuo movimento, gli tiene talvolta compagnia, facendo capolino tra le spume bianche.

Unicamente il fischio del piroscafo fumigante all’orizzonte lo scuote dal torpore e, se in quell’istante potessimo vederlo, ci accorgeremmo di una  smorfia simile a un sorriso, scintilla di vita su quel volto inebetito, e di una lacrima sulla irsuta gota.

© Gabriele Prinelli, 2013 (gprinelli@gmail.com)

Vincenzo Cabianca

Cabianca iniziò a dipingere nella natia Verona, continuando poi presso l’Accademia di Venezia e dal 1851 a Milano sotto la guida e l’influenza diDomenico Induno.
Pur essendo a stretto contatto con Telemaco Signorini e Odoardo Borrani dal 1853 (anno in cui si trasferì a Firenze anche per sottrarsi alla persecuzione della polizia austriaca per i suoi ideali patriottici [1]) fino al 1855 dipinse soprattutto interni.

Solo nel 1858 aderì completamente alla poetica dei Macchiaioli, evidenziandosi per il marcato gusto chiaroscurale. Assieme a Cristiano Banti effettuò nel biennio 1959-1960 una lunga serie di studi nella località di Montemurlo, nelle vicinanze di Prato. In questo periodo le sue opere più emblematiche furono il Porcile e la Donna con un porco contro il sole, rilevanti per l’elemento realistico del soggetto ed i giochi di luce. Continua…

Suggestioni macchiaiole / 2


Orto a Castiglioncello - Borrani

Orto a Castiglioncello di Odoardo Borrani

Una vera fortuna pensò, mentre, dalla rinfrancata voce di Maria, ascoltava le ultime righe della lettera.

Umberto, da diverse settimane, mancava da Castiglioncello. Era, infatti, precipitosamente partito l’indomani della Pasqua, non appena ricevuto il drammatico telegramma. Avevano, addirittura, usato il telegrafo: da Firenze a Livorno, il breve testo era stato trasmesso in un baleno e dopo poche ore – giusto il tempo necessario per percorrere la strada che divideva la città dal luogo di destinazione – il dispaccio era già tra le mani del farmacista, che gliene svelò il contenuto: “Maria grave. Vieni.”

Sua sorella era, dunque, ammalata e la scarna notizia, recapitata così urgentemente, aveva turbato profondamente il povero contadino.

Raccolse in un fagotto pochi vestiti e infilò nella tasca segreta della cintura il Francescone d’argento – che serbava per le emergenze in un nascondiglio della cucina – e venti Paoli. Passò, poi, dal cugino Giovanni per raccomandargli le cinque galline che possedeva e il suo bell’orto, il migliore del borgo, in cui principiavano a verdeggiare le primizie.

Maria lottò con il morbo fino ai primi di giugno, quando, improvvisamente, una mattina si destò sfebbrata. Cominciò allora una lunga convalescenza. Umberto riceveva, sporadicamente, alcune missive da Giovanni che, oltre a domandargli di Maria, lo informavano circa la vita del paese natio, tacendogli però le sorti delle sue amate verdure.

La vera fortuna era stata la pioggia che, in quei mesi, a intervalli regolari, era caduta a irrigare la terra, supplendo in tal modo alle note mancanze di Giovanni, uomo poco portato per i lavori manuali e ancor meno per quelli agricoli.

Partì da Firenze con il primo treno del giorno, sotto una coperta di nembi gravidi di tempesta. Avvicinandosi al mare, l’orizzonte rischiarò e, prima di Livorno, un pallido sole fece capolino tra le nuvole sfilacciate. A Castiglioncello, trovò il cielo azzurro velato qua e là da altissimi cirri lucenti come seta.

Aprì l’uscio di casa e fu investito dal tanfo stantio di chiuso. Spalancò le finestre e lasciò che la calda brezza di luglio penetrasse nelle stanze, sollevando gentilmente la polvere dai pavimenti e facendo ondeggiare le ragnatele negli angoli. Dal limine sul retro, osservò l’orto racchiuso tra l’imponente muro scalcinato di ponente e quello più basso e biancheggiante di tramontana. Camminò sconsolato nella folta e soffice erba che, per mesi, nessuno aveva sradicato. Compianse i cespi delle insalate soffocati dalla gramigna e guardò mesto le frasche che, lui stesso, aveva preparato per le specie rampicanti: erano rovinate per la sferza dei temporali e i legumi e i pomidoro maturavano aggrovigliati tra di loro.

Il sole cocente lo spinse a cercare riparo all’ombra dell’alta parete, che si proiettava sulle prose più prossime. Si fermò, però, al centro dello stretto sentiero; inspirò l’odore della terra a lui tanto cara e, solo in quell’istante, si accorse del profondo silenzio della campagna interrotto dal canto delle cicale e dal frinire dei grilli, invisibili negli erbai. Non erano più lo strepito delle carrozze sui selciati, il brusio incessante delle folle e nemmeno le urla dei mercanti. Era la pace del suo orto: era, finalmente, tornato a casa.

© Gabriele Prinelli, 2013 (gprinelli@gmail.com)

Odoardo Borrani

Borrani nacque a Pisa da David Borrani e Leopolda Ugolini. Nel 1840 si trasferì a Firenze e fu avviato dal padre alla pittura. Allievo all’Accademia di Firenze, orientato inizialmente verso una pittura di storia con forti rimandi al Quattrocento fiorentino. Studiò sotto la guida di Bianchi e Pollastrini. Nel 1853 ai tavoli del Caffè dell’Onore, in Borgo la Croce, conobbe Telemaco Signorini con il quale nel 1859 partì volontario per le guerre di unificazione d’Italia. CONTINUA

Una frase interminabile


senza fiato

Prendete fiato, prima di avventurarvi nella lettura del seguente passo tratto dal preludio di Cent’anni di Giuseppe Rovani… Ben 417 parole per 2559 caratteri e un solo punto.

E vedremo le arti camminare a spina-pesce, perchè il nostro romanzo dev’essere anche un trattato d’estetica — e sentiremo a 5 cantare i tenori e i soprani del secolo passato al teatrino del palazzo Ducale; e prendendo le mosse da essi e con essi e cogli altri che lor tennero dietro, calcheremo per cento anni il palco e la platea dei nostri teatri; e vedremo lo spiegarsi e il ripiegarsi e l’estendersi e l’accartocciarsi della musica; e nella nostra lanterna magica passeranno le ombre dei poeti, dei letterati, dei pittori, dei pensatori; attraverseremo, dunque, a dir tutto, i decorsi cento anni, scegliendo i punti salienti dove le prospettive si trasmutano allo sguardo, e dove si presenta qualche elemento nuovo di progresso o di regresso, di bene o di male, che dalla vita pubblica s’infiltri nella privata; e osserveremo forse per la prima volta fatti e costumi e accidenti caratteristici che non ottennero ancora posto in libri divulgati, e di cui la traccia o la notizia completa rimase o nella tradizione orale che ancora si può interrogare, o in carte manoscritte, quali i processi, i decreti, gli atti giuridici, le memorie di famiglia, ecc., o in opuscoli che, sebbene stampati, pure stettero segregati dal commercio e dalla pubblica attenzione e al tutto dimenticati, o nei quali si leggono cose da cui derivano idee o più complete o modificate, o qualvolta anche affatto opposte alle accettate intorno alle condizioni de’ nostri padri, per somministrar così criteri più interi o più nuovi onde stimare i fatti successivi; però al fine di tener dietro al movimento storico di periodo in periodo, essendosi dovuto rompere le dighe dell’unità di tempo nel modo il più rivoluzionario, abbiamo provveduto a stornare la rivoluzione dal campo sacro e inviolabile dell’unità d’azione, ricorrendo al partito, che è forse nuovo e che ci fu suggerito dal fatto vero di un processo criminale e di un’azione giuridica civile conseguitane, di svolgere il nodo drammatico nel seno di quelle famiglie più o meno cospicue per le quali quel processo e quell’azione continuarono per settantacinque anni, così che la differenza originale tra il nostro libro e i libri congeneri, consistesse in ciò appunto, che, dove per consueto gli attori sono individui operanti nel tempo limitato d’un periodo della vita, nel nostro lavoro gli attori fossero invece famiglie, la cui vita si prolunga di padre in figlio e cammina colle generazioni, cogliendo da ciò occasione di tener dietro agli svolgimenti graduali di tutte le parti che costituiscono la civiltà di un paese.

Spigolatura: la giovane lettrice? Rimarrà zitella


Giuseppe Rovani

Giuseppe Rovani

Lo spassoso passo che segue è tratto dal “preludio” di Cent’anni di Giuseppe Rovani (anni cinquanta dell’Ottocento).

Se una ragazza è in odore di gran leggitrice di romanzi, storna da sé qualunque possibilità di matrimonio; la spina dorsale deviata, il broncocele, la clorosi, l’isterismo, l’epilessia, sono in una fanciulla, contro i giovinotti assestati che voglion metter casa, spauracchi meno spaventosi dell’abitudine a legger romanzi.

Giuseppe Rovani

Impiegato presso la biblioteca di Brera, prese parte alle lotte risorgimentali arruolandosi come volontario per difendere la Repubblica Romana. Fu anche vicino agli ambienti della scapigliatura milanese e profondamente legato a Carlo Cattaneo ed a Carlo Dossi. Fu amico del pittore pavese Cherubino Cornienti.

Assunse posizione fortemente critica nei confronti del romanzo storico di derivazione romantica allora in auge, accusandolo di presentare stereotipi sentimentali e di nutrirsi di meccanismi narrativi logori. A questi contrappose i romanzi Lamberto Malatesta (1843), Valenzia Candiano (1844), Manfredo Pallavicino (1845-1846) e La giovinezza di Giulio Cesare (1872), insolita rievocazione del mondo romano. CONTINUA

Suggestioni macchiaiole


Vincenzo Cabianca, 1882

Vincenzo Cabianca, 1882

Alla villa, i rintocchi giungevano affievoliti per la lunga traversata della valle; benché smorzati, tuttavia, gli abitanti del luogo li potevano computare per stabilire l’ora.

Paolo, il figlio del giardiniere, aveva smesso le braghe corte da tempo. Se i suoi parenti ancora non lo consideravano un adulto, comunque non gli si rivolgevano più come se fosse un ragazzo. Era in quell’età, a metà via, tra la fanciullezza e la maturità, ma per il suo contegno era più prossimo a quest’ultima piuttosto che all’altra.

Lavorava insieme al padre nel parco della villa, sita sulla sommità del poggio: una lussuosa dimora isolata dal resto del mondo. Come tutti i dipendenti del signore, sgobbava dall’alba al tramonto e si recava in paese, sul versante opposto della conca, solamente in occasione delle feste comandate.

Si incontrarono per la prima volta a Pasqua. La chiesa era gremita, come accadeva soventemente per le liturgie fastose, e di conseguenza la severa disposizione, che prevedeva la navata di sinistra riservata alle donne e quella di destra agli uomini, non era osservata, specialmente in fondo.

Laura, terza di un nugolo di fratelli, figlia di una sarta e di un vecchio mugnaio, era una bella giovane. Trovò posto accanto all’ultima colonna, a pochi passi da Paolo. Un fascio di luce primaverile, che cadeva di sbieco da una vetrata a lato dell’altare, le illuminava il piacevole viso.

Si piacquero fin da subito e le timorose occhiate, che si scambiarono furtivamente durante la lunga funzione, si trasformarono in timide parole sul sagrato. Da quel fortuito convegno, sbocciò un amore puro e ideale, figlio della loro natura di sognatori.

Ogni giorno, da quel dì, Paolo porgeva l’orecchio al lontano campanile e, all’udire del triplice tocco, abbandonava i ferri del mestiere per correre al parapetto lungo la carreggiabile. Nell’ora più calda del dopo meriggio, si assideva alla generosa ombra di un palo di mattoni scalcinati ingentilito da una rigogliosa edera, le cui verdi foglie vibravano per il vento. Allo stormire della fronda, solleticata dalla brezza salmastra risalente dal mare – gli rammentava lo sciabordio della piccola onda contro gli scogli -, Paolo scrutava la virente collina innanzi a lui. Con gli occhi della mente, che più potevano della sua vista, fissava le bianche case abbarbicate allo scosceso pendio che, con le loro finestre spalancate, parevano ricambiargli l’affettuoso sguardo.

Allora, vedeva agitarsi, così credeva, un minuscolo panno colorato e, con il cuore in subbuglio, rispondeva al saluto sventolando, a sua volta, il misero moccichino.

Laura e Paolo rinnovavano, in tal guisa, quotidianamente, la bontà del loro sentimento in attesa della felice domenica che li avrebbe riuniti per alcune ore.

© Gabriele Prinelli, 2013 (gprinelli@gmail.com)

***

Chi sono i macchiaioli?

Il movimento dei Macchiaioli nasce di fatto nel 1856, affermando che la forma non esiste, ma è creata dalla luce, come macchie di colore distinte o sovrapposte ad altre macchie di colore, perché la luce, colpendo gli oggetti, viene rinviata al nostro occhio come colore.

Il termine macchiaioli venne usato per la prima volta sulla Gazzetta del Popolo nel 1862.

I giovani pittori proveniente dalle esperienze della guerra che gli italiani avevano combattuto per l’Unità d’Italia, avvertivano, impellente, la necessità di confrontare il loro lavoro artistico con i cambiamenti artistici in ambito europeo, soprattutto con quanto stavano facendo i pittori in Francia.

Molti furono i pittori italiani che lavorarono in questo senso, ma questo è l’unico movimento che merita  il nome di scuola, sia per la comunità di intenti che legava i componenti del gruppo provenienti da diverse regioni e tradizioni artistiche, sia per l’alta qualità complessiva dei risultati pittorici raggiunti. Tratto da: http://www.settemuse.it/arte/corrente_macchiaioli.htm

Vincenzo Cabianca

Cabianca iniziò a dipingere nella natia Verona, continuando poi presso l’Accademia di Venezia e dal 1851 a Milano sotto la guida e l’influenza diDomenico Induno.
Pur essendo a stretto contatto con Telemaco Signorini e Odoardo Borrani dal 1853 (anno in cui si trasferì a Firenze anche per sottrarsi alla persecuzione della polizia austriaca per i suoi ideali patriottici [1]) fino al 1855 dipinse soprattutto interni.

Solo nel 1858 aderì completamente alla poetica dei Macchiaioli, evidenziandosi per il marcato gusto chiaroscurale. Assieme a Cristiano Banti effettuò nel biennio 1959-1960 una lunga serie di studi nella località di Montemurlo, nelle vicinanze di Prato. In questo periodo le sue opere più emblematiche furono il Porcile e la Donna con un porco contro il sole, rilevanti per l’elemento realistico del soggetto ed i giochi di luce. Continua…

Bibliografia minima di Papa Francesco


Francesco

Veloce e minima bibliografia dedicata al neoeletto Papa Francesco. In lingua italiana, non esiste nulla…

Nell’OPAC nazionale:

Bergoglio, Jorge
Hambre y sed de justicia : desafìos del evangelio para nuestra patria / Jorge Mario Bergoglio
Buenos Arires : Editorial Claretiana, 2001

Pironio, Eduardo
Fidelidad a nuestra hora : meditaciones para el hombre del tercer milenio / Eduardo Pironio ; [prologo del card. Jorge Bergoglio]
Buenos Aires : Agape libros, [2006]

Secondo Google Libri

Educar: exigencia y pasión : desafíos para educadores cristianos
Jorge Mario Bergoglio, Jorge Mario Bergoglio – 2003 -

Reflexiones espirituales sobre la vida apostolica
Jorge Mario Bergoglio – 1987 -

La Nacion Por Construir
Jorge Bergoglio – 2005 -

Reflexiones en esperanza
Jorge Mario Bergoglio (S.J.) – 1992 -

Corrupción y pecado: algunas reflexiones en torno al tema de la …
Jorge Mario Bergoglio – 2005 -

Argentina ciudadana: con textos biblicos
Sergio Bergman, Jorge Mario Bergoglio – 2008 -

Sobre el cielo y la tierra/ On Heaven and Earth
Jorge Mario Bergoglio, Abraham Skorka – 2010 -

El verdadero poder es el servicio
Jorge Mario Bergoglio – 2007 -

Seminario Internacional: Consenso para el desarrollo: reflexiones …
Jorge Mario Bergoglio – 2010 -

Nosotros como ciudadanos, nosotros como pueblo: hacia un …
Jorge Mario Bergoglio – 2011 -

Seminario: las deudas sociales de nuestro tiempo : la deuda social …
Jorge Mario Bergoglio – 2009 -

Ponerse La Patria Al Hombro
Jorge Bergoglio – 2004 -

El santito Ceferino Namuncurá: relato en verso
José María Castiñeira de Dios, Jorge Mario Bergoglio – 2007 -

Prima del Conclave: “Guai se le pecore cominciassero a diffidare dei pastori” (da Il nome della rosa)


Sean Connery interpreta Guglielmo da Bascavilla

Sean Connery interpreta Guglielmo da Bascavilla

Siamo nel “Primo giorno” de “Il nome della rosa” di Umberto Eco (1980). La scena si svolge nella cella di Guglielmo da Bascavilla, dove l’abate Abbone invita l’ospite a svolgere alcune indagini intorno alla misteriosa morte del miniatore Adelmo da Otranto. Del dotto colloquio, riporto questo breve passo che mi pare inquadri bene le polemiche che hanno investito la Chiesa alla vigilia del Conclave.

Dice Abbone:

“Spesso infatti è indispensabile provare la colpa di uomini che dovrebbero eccellere per la loro santità, ma in modo da poter eliminare la causa del male senza che il colpevole venga additato al pubblico disprezzo. Se un pastore falla deve essere isolato dagli altri pastori, ma guai se le pecore cominciassero a diffidare dei pastori”.

Scheda del libro

Autore principale: Eco, Umberto
Titolo: Il nome della rosa / Umberto Eco
Pubblicazione: Milano : Bompiani, 1980
Descrizione fisica: 503 p. ; 22 cm

Scena d’amore


“Il bacio” Francesco Hayez – 1859

“Il bacio” Francesco Hayez – 1859

Traggo il seguente passo da Cenere di Grazia Deledda (1904). La ritengo una delle più belle scene d’amore lette finora: è, qui, il mormorio dell’acqua a sostituire il banale battito del cuore…

… e scendevano assieme alla fontana, camminando sull’orlo della strada, sull’alto delle immense valli, nella cui profondità la sera già si stendeva, mentre il cielo porpureo si scoloriva e veli d’ombra cadevano su tutte le cose. Margherita deponeva l’anfora sotto il filo argenteo della fontana gorgogliante, e il mormorio dell’acqua cambiava di tono, e di monotono pareva diventasse allegro, come se il cader dentro la brocca interrompesse la sua eterna noia. I due giovanetti allora si sedevano su una pietra, davanti alla fontana, e parlavano d’amore. L’anfora si riempiva, l’acqua traboccava e per qualche istante taceva, quasi ascoltando ciò che i due innamorati dicevano. Ed ecco che il cielo si scoloriva e i veli dell’ombra si stendevano anche sulle falde più alte della montagna, come il desiderio di Anania invocava. Egli allora cingeva con un braccio la vita della fanciulla; Margherita posava il capo sulla spalla di lui; egli la baciava…

Addio, monti… Deledda vs Manzoni?


addio monti

Nel capitolo 7 di Cenere (1904) di Grazia Deledda, ho letto questo passo:

Nei crepuscoli verdognoli, rischiarati da nuvole rosse che serpeggiavano, svanivano e ricomparivano continuamente sul cielo glauco, Anania sentiva negli orti il crepitìo e l’odore delle erbe secche bruciate dagli agricoltori, e gli sembrava che qualche cosa dell’anima sua svanisse col fumo di quei fuochi melanconici.
Addio, addio, orti guardanti la valle; addio scroscio lontano del torrente che annunzia il tornar dell’inverno; addio canto del cuculo che annunzia il tornar della primavera; addio grigio e selvaggio Orthobene dagli elci disegnati sulle nuvole come capelli ribelli d’un gigante dormente; addio rosee e cerule montagne lontane; addio focolare tranquillo e ospitale, cameretta odorosa di miele, di frutta e di sogni! Addio umili creature inconscie della propria sventura, vecchio zio Pera vizioso, Efes e Nanna disgraziati, Rebecca infelice, Maestro Pane stravagante, pazzi, mendicanti, delinquenti, fanciulle belle e inconsapevoli, bambini votati al dolore, gente tutta infelice o spregevole che Anania non ama ma sente attaccata alla sua esistenza come il musco alla pietra, gente tutta che egli abbandona con gioia e con dolore!
E addio dolcezza e luce sopra tanti oscuri dolori, arcobaleno incurvato come cornice di perle sul quadro screpolato di una miseria antica ed eterna – Margherita, addio!

Immediatamente, mi è tornato alla memoria un più celebre “Addio, monti” (1841):

Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia d’essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso. Quanto più si avanza nel piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da quell’ampiezza uniforme; l’aria gli par gravosa e morta; s’inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade, pare che gli levino il respiro; e davanti agli edifizi ammirati dallo straniero, pensa, con desiderio inquieto, al campicello del suo paese, alla casuccia a cui ha già messo gli occhi addosso, da gran tempo, e che comprerà, tornando ricco a’ suoi monti.

Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli neppure un desiderio fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i disegni dell’avvenire, e n’è sbalzato lontano, da una forza perversa! Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia que’ monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con l’immaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno! Addio, casa natìa, dove, sedendo, con un pensiero occulto, s’imparò a distinguere dal rumore de’ passi comuni il rumore d’un passo aspettato con un misterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, dove l’animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; dov’era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l’amore venir comandato, e chiamarsi santo; addio! Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto; e non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande.

Un tributo alla grandezza del Manzoni? Una coincidenza? Cosa ne pensano i lettori de Il Quaderno?

Vedo, odoro, tocco… eppure sono solo parole stampate…


Campagna Sardegna

Vedo, odoro, tocco… eppure sono solo parole stampate…

Solo in lontananza una casa campestre in rovina emergeva da un campo di grano, come uno scoglio in un lago verde. Nella campagna intorno moriva la selvaggia primavera sarda: si sfogliavano i fiori dell’asfodelo e i grappoli d’oro della ginestra; le rose impallidivano nelle macchie, l’erba ingialliva, un caldo odore di fieno profumava l’aria grave.

La via lattea e l’ultimo splendore dell’orizzonte, fasciato da una striscia verdastra e rosea che pareva il mare lontano, rendevano la notte chiara come un crepuscolo. Vicino al fiume, la cui acqua scarsissima rifletteva le stelle e il cielo violaceo…

Dal primo capitolo di Cenere di Grazia Deledda

Le novelle di Verga / 2 – Primavera


novelle verga

Non è più la Sicilia, ma è Milano lo sfondo di questa seconda novella. Non ci sono più le contadine a raccogliere le olive, bensì i figli della rivoluzione industriale – una sartina e un  musicista -, poveri anch’essi e non meno rassegnati dei loro compagni siciliani. Il loro amore è grigio, come sembra esserlo la città, crepuscolare come una giornata scialba già al tramonto. Anche in questo racconto, la storia d’amore è destinata a terminare, non per la morte di malattia, ma per inseguire improbabili sogni di ricchezza. L’autore ha parole di biasimo per colui che se ne andrà:

E tu, povero grande artista da birreria, va a strascinare la tua catena; va a vestirti meglio e a mangiare tutti i giorni; va ad ubbriacare i tuoi sogni di una volta fra il fumo delle pipe e del gin, nei lontani paesi dove nessuno ti conosce e nessuno ti vuol bene; va a dimenticare la Principessa fra le altre principesse di laggiù, quando i danari raccolti alla porta del caffè avranno scacciato la melanconica immagine dell’ultimo addio scambiato là, in quella triste sala d’aspetto. E poi, quando tornerai, non più giovane, né povero, né sciocco, né entusiasta, né visionario come allora, e incontrerai la Principessa, non le parlare del bel tempo passato, di quel riso, di quelle lagrime, ché anche ella si è ingrassata, non si veste più a credenza al Cordusio, e non ti comprenderebbe più. E ciò è ancora più triste – qualchevolta.

Perfetta novella di stile scapigliato.

La vicenda

Paolo, un giovane musicista in cerca di impiego e gloria, conosce Principessa, una sartina. Il loro è un amore ordinario in cui la passione non sembra avere il sopravvento:

La domenica, quand’era bel tempo, andavano a spasso fuori la cinta daziaria, o lungo i bastioni, all’Isola Bella, o all’Isola Botta, in una di quelle isole di terraferma affogate nella polvere. Erano i giorni delle pazze spese; sicchè quand’era l’ora di pagare lo scotto, la Principessa si pentiva delle follie fatte nella giornata, si sentiva stringere il cuore, e andava ad appoggiare i gomiti alla finestra che dava sull’orto. Egli veniva a raggiungerla, si metteva accanto a lei, spalla contro spalla, e lì, cogli occhi fissi in quel quadretto di verdura, mentre il sole tramontava dietro l’Arco del Sempione, sentivano una grande e melanconica dolcezza. Quando pioveva avevano altri passatempi: andavano in omnibus da Porta Nuova a Porta Ticinese, e da Porta Ticinese a Porta Vittoria; spendevano trenta soldi e scarrozzavano per due ore come signori. La Principessa arricciava blonde e attaccava fiori di velo su gambi di ottone durante sei giorni, pensando a quella festa della domenica; spesso il giovanotto non desinava il giorno prima o il giorno dopo.

Sullo sfondo aleggia il misterioso quell’altro, amante della ragazza:

Paolo non le avea mai parlato di quell’altro di cui avea indovinato l’esistenza fin dalla prima volta che Principessa si era lasciata mettere sotto il suo ombrello; l’avea indovinato a cento nonnulla, a cento particolari insignificanti, a certo modo di fare, al suono di certe parole. Ora ebbe un’insana curiosità. — Ella possedeva in fondo una gran rettitudine di cuore, e gli confessò tutto. Paolo non disse nulla; guardava le cortine di quel gran letto d’albergo su cui delle mani sconosciute avevano lasciato ignobili macchie.

I due protagonisti sono consci che la loro storia d’amore potrà interrompersi a breve:

Sapevano che quella festa un giorno o l’altro avrebbe avuto fine; lo sapevano entrambi e non se ne davano pensiero gran fatto, — forse perché avevano ancora dinanzi la gran festa della giovinezza. — Lui anzi si sentì come alleggerito da quella confessione che la ragazza gli avea fatto, quasi lo sdebitasse di ogni scrupolo tutto in una volta, e gli rendesse più agevole il momento di dirle addio. A quel momento ci pensavano spesso tutt’e due, tranquillamente, come cosa inevitabile, con certa rassegnazione anticipata e di cattivo augurio. Ma adesso si amavano ancora e si tenevano abbracciati. — Quando quel giorno arrivò davvero fu tutt’altra storia.

Proprio per questa consapevolezza, Paolo non esita ad accettare l’offerta di andare in America a cercar fortuna, abbandonando di fatto la ragazza al suo destino .

In quel tempo gli capitò addosso una fortuna colossale, qualcosa come quattromila lire all’anno perché andasse a pestare il piano pei caffe e i concerti americani. Accettò colla stessa gioia come se avesse avuto il diritto di scegliere: dopo pensò alla Principessa.

Novelle lette

Libri dipinti / 24 – Beato Angelico


Le gallerie precedenti:

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Maria tra i santi Domenico e Tommaso d'Aquino

Maria tra i santi Domenico e Tommaso d’Aquino

 

Sepoltura di Cosma e Damiano

Sepoltura di Cosma e Damiano

Santi

Santi

Vergine di Detroit

Vergine di Detroit

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Giovanni da Fiesole, al secolo Guido di Pietro (Vicchio, 1395 circa – Roma, 18 febbraio 1455), detto il Beato Angelico o Fra’ Angelico, fu un pittore italiano.

Fu effettivamente beatificato da papa Giovanni Paolo II nel 1982, anche se già dopo la sua morte era stato chiamato Beato Angelico sia per l’emozionante religiosità di tutte le sue opere che per le sue personali doti di umanità e umiltà. Fu il Vasari, nelle Vite ad aggiungere al suo nome l’aggettivo “Angelico”, usato in precedenza da fra Domenico da Corella e da Cristoforo Landino… CONTINUA