La Neve e i libri
Giugno 6, 2007 di letture
La NEVE e i libri
Qui raccolgo i passi dedicati alla neve (mia passione) che trovo nei libri.
Era iniziato a nevicare alle due, e adesso il terreno era coperto da uno strato di neve di trenta centimetri. I fiocchi erano grossi e bagnati. Scendevano lenti, in turbini pigri, fitti e copiosi, smorzando tutti i rumori e rendendo l’ambiente circostante distante e impalpabile. Il vero inverno era arrivato.
Roseanna di Maj Sjowall e Per Wahloo, capitolo XXX.
La prima neve invernale aveva cominciato a scendere. Si accumulava contro le finestre in grossi fiocchi bagnati che subito si scioglievano, formando sul vetro larghi rivoli. I canali di scolo gorgogliavano e grossi goccioloni schizzavano sui davanzali.
Roseanna di Maj Sjowall e Per Wahloo, capitolo XX.
Dirò soltanto che la neve aveva creato tanti ostacoli ai cavalli come alle macchine a vapore, che non giunsi alla fine del viaggio prima che fosse buio già da qualche ora, e che all’ultimo si scatenò una tempesta tanto acceccante da rendere i pochi chilometri da O… e Horton Lodge un viaggio lungo e difficile. Io sedevo rassegnata, con la neve fredda e pungente che mi entrava sotto la velata e cadeva in grembo, senza vedere nulla e chiedendomi come gli sventurati cavallo e cocchiere riuscissero, sia pure in qualche modo, a farsi strada; si trattava, è vero, di un avanzare faticoso, strisciante, a voler essere generosi. Infine ci fermammo; e, al richiamo del cocchiere, qualcuno aprì sui cardini cigolanti quelli che mi parvero i cancelli del parco. Allora vanzammo su una strada più agevole, e a tratti scorgevo una informe massa bianca, senza dubbio un albero coperto di neve, che penetrava nelle tenebre. Dopo parecchio tempo ci fermammo di nuovo, davanti al maestoso portico di una vasta dimora le cui finestre arrivavano fino a terra. Mi alzai a fatica per la neve che mi copriva… Anne Bronte, Agnes Grey, VII Horton Lodge.
Uscendo dalla casa dei due Isnaghi il prete trovò ad accoglierlo un’aria immobile e fredda nella quale due precisi profumi sembravano incisi: quello del fuomo di camini e stufe a legna e quello della neve. Da un paio di giorni, in effetti, l’aria di neve teneva in scacco l’intero panorama. Il lago era immobile, di un grigio compatto, silenzioso, pesante e la montagna, nera, sembrava guardare in su, verso la massa densa delle nuvole che non si decidevano a sgravarsi. Era un pò presto per una bella nevicata. Fosse arrivata per davvero voleva dire avere neve tra i piedi fino a febbraio, forse marzo. OLive comprese di Andrea Vitali, Capitolo 7.
«Senti la neve contro i vetri della finestra, Frufrù? Che suono dolce! Come se uno stesse baciando la finestra dal di fuori. Forse la neve vuol bene agli alberi e ai campi e li bacia così soavemente! E poi li copre ben bene, sai, con una coperta bianca, e forse dice: «Andate a letto, cari, andate a letto, cari!». Attraverso lo specchio di L. Carroll, Capitolo I.
La neve era una parte essenziale dell’Istanbul della mia infanzia. Come alcuni bambini che non vedono l’ora che arrivi l’estate per poter viaggiare, anch’io non vedevo l’ora che nevicasse. Non per andare in strada a giocare con la neve, ma perchè la città mi pareva più “bella” ammantata di bianco; e non per la novità o la sorpresa che portava coprendo il fango, la sporcizia, le crepe e gli angoli dimenticati della città, ma per l’atmosfera di emergenza, anzi di calamità che creava. Nonostante nevicasse tre o quattro giorni ogni anno e la città rimanesse imbiancata una settimana o poco più, la neve coglieva sempre di sorpresa gli abitanti di Istanbul, che si trovavano impreparati quasi fosse la prima volta; come avveniva in tempi di guerra o di catastrofi, si formavano subito code davanti al panettiere e, fatto ancor più importante, tutta la città si trovava riunita intorno allo stesso argomento, la neve, in uno sforzo di condivisione. E siccome la città e i suoi abitanti, staccandosi completamente dal resto del mondo, si chiudevano in se stessi, Istanbul, nei giorni invernali di neve, mi pareva più deserta, più vicina ai suoi vecchi giorni di favola. Un’altra delle meraviglie meteorologiche di questo tipo, che io ricordo dalla mia infanzia e che unì la comunità, fu l’arrivo di blocchi di ghiaccio dal Danubio al Mar Nero, blocchi che scendendo da nord erano entrati nel Bosforo. C’era gente che raccontava ancora, a distanza di anni, questo fenomeno, che aveva spaventato e meravigliato l’intera Istanbul (una città, tutto sommato, mediterranea) e allo stesso tempo, essendo un ricordo indimenticabile, l’aveva rallegrata. O. Pamuk, Istanbul, cap. Bianco e nero.
Durante la notte è caduta la neve, la prima dell’autunno. Sono uscito all’alba nel suo miracolo infantile, alto un centimetro e mezzo sotto la falce scolorita della luna. La regione lacustre di un colore neutro del giorno precedente era passata al chiaroscuro invernale. Le sagome silenziose dei capi di bestiame si muovevano sulle colline, le montagne al di là dell’acqua scintillavano con l’artificio dello zucchero avelo. Non sentivo niente. Un vento basso soffiava dal lago sotto il sole giovane, mentre dei gabbiani codanera sguazzavano vicino all’acqua e un gruppetto di uccelli color ruggine si agitava nell’erba corta. Colin Thurbon, Ombre sulla via della seta, pag.195
Aveva ragione. Nevicò per due notti e due giorni. Ininterrotamente e a larghi fiocchi asciutti, che si posavano pesantemente sugli strati precedenti ispessendoli e consolidandoli. In quei giorni e in quelle notti nessuno uscì di casa, chi aveva gli stivali per non rovinarli, chi non li aveva per non riempirsi gli zoccoli di neve. Gli unici percorsi che si vedevano segnati dalla neve per il frequente calpestio andavano dalla porta di casa alla stalla, ed erano i più brevi possibili. I soli ad uscire erano i bambini. Anzi, stavano fuori tutto il giorno, incuranti del freddo che neppure sentivano, riscaldati come erano da frenetici giochi. In quei due giorni il paese appartenne a loro, alle primitive slitte di legno che uno tirava con una fune mentre un altro stava seduto, alle palle e ai pupazzi di neve, in cui esprimevano la loro fantasia, ironica e talvolta perversa. Il paese risuonava dei richiami di madri irate, degli appelli disperai perchè rientrassero a spaccar legna o a fare qualche lavoretto: aiutare alla mungitura, rimuovere il bastone nella zagola per il burro, scavare un buco nell’orto per raccogliere un cavolo o una rapa per la cena. Ma erano richiami senza risposta, e loro lo sapevano. Alla sera tutti i bambini rientravano nelle loro case, spinti dalla fame, dal buio che scendeva improvviso; ed erano sgridate, strilli, scapaccioni mentre i padri più avveduti tacevano, pur gettando sui figli occhiate severe, chè ricordavano i tempi della loro infanzia, quando anch’essi aspettavano la neve per impadronirsi della città, proprio come ora facievano i figliuoli. Laura Mancinelli, La lunga notte di Exilles, La neve.
…si iniziò a udire in lontananza un’eco leggera di note festose che si avvicinavano e risuonavano sempre più forte e gaie. Le campane della torre si sbizzarirono in doppi rintocchi e un fiume di gente cominciò ad affolare la chiesa, togliendosi la neve dalle scarpe, sfegandosi le mani, soffiandosi sulle dita. Spalancarono il portone occidentale, e nella sua cornice apparve la grande strada ricoperta di neve e illuminata dal sole; entrò un soffio frizzante di vento mattutino. R.L. Stevenson, La freccia nera, Nella chiesa dell’abbazia.
Un istante dopo, il grigiore mattutino cominciò a penetrare dalle vetrate dipinte della chiesa, facendo impallidire le candele. La luce del giorno si diffuse gradualmente e ben presto brillò, e dalle lunette sudorientali un bagliore vermiglio inondò i muri. La tempesta era passata, le grandi nuvole dopo aver rovesciato il loro carico di neve, si erano dissolte e il nuovo giorno spuntava su un ridente paesaggio invernale avvolto di bianco. R.L. Stevenson, La freccia nera, Nella chiesa dell’abbazia.
Nevicava senza un attimo di tregua, e tutto intorno era di un bianco candido, accecante; solo il vento si era calmato; e il mondo intero sembrava cancellato e sepolto sotto quella silenziosa coltre di neve. R.L. Stevenson, La freccia nera, Il Rifugio.
Nell’anno del Signore 1286, indizione XV, avvenne quanto segue. Quest’anno ci fu un’invernata straordinaria. Tutti i proverbi dei vecchi si son trovati falsi, all’infuori di uno che dice: Febraro curto curto, l’è il peggior di tutti - si sottintende: i mesi dell’anno. Il proverbio è stato sì vero quest’anno, più di quanto abbia mai veduto in tutto il tempo della mia vita. Durante il mese di febbraio per ben sette volte ci ha dato Iddio “la neve a guisa di lana e ha sparso la nebbia come cenere”. E era un freddo crudo e un gran gelare. Salimbene de Adam, Cronaca nella Traduzione di Giuseppe Tonna, Diabasis 2006, pag. 328.
Nell’anno del Signore fu fatto il pilone del ponte in pietra sul torrente Parma: e c’era della gran neve e l’è ciamada la neve de Sant’Agata, per via che venne giù il giorno della sua festa: e si ricorda ancora e se ne parla tra la gente dopo anni e anni: arrivava alla statura di un uomo. Salimbene de Adam, Cronaca nella Traduzione di Giuseppe Tonna, Diabasis 2006, pag. 307.
Guglielmo fece tutto un sonno. Quando si svegliò rimase sorpreso del silenzio che regnava fuori. Che fosse tornato il bel tempo? Accese un cerino e guardò l’orologio, che teneva appeso a un chiodo sopra il capo. Era ancora troppo presto per alzarsi. Ma, dopo un quarto d’ora, non reggendo più, si alzò. Sebbene cercasse di fare piano, il ragazzo si svegliò. “Che ore sono?” brontolò assonnato. “E’ ancora presto” rispose sottovoce Guglielmo. “Vado a dare un’occhiata fuori”. Ma la porta non cedeva alla pressione. Guglielmo non si raccapezzava. “Che diamine succede?”. Finalmente, facendo appello a tutte le sue energie, riuscì a smuoverla. “Che diamine è successo?” brontolò ancora, e subito dopo si rese conto della natura dell’ostacolo. Era neve. Albeggiava appena, ma Guglielmo fu in grado di constatare che durante la notte era caduta un’abbondante nevicata. C’era un palmo di neve alto sul suolo. Diresse a caso i suoi passi su quel morbido e cedevole tappeto. Non sapeva se essere contento o no, ma la novità finì per eccitarlo piacevolmente. Dimenticando gl’inconvenienti per la nevicata avrebbe finito col provocare, girò intorno al capanno, affondò le mani nella neve, scrollò un ramo di pino; rise quando sentì il gelo per il collo. Dal Capitolo VII “Il Taglio del Bosco” di Cassola.
1216: E quell’inverno ci fu molta neve e un freddo assai crudo: le vigne andarono distrutte e gelarono le acque del Po e su di esso le donne facevan danze e i cavalieri correvano in loro torneamenti. Ma anco i villani passavano Po con carri, birocci e tregge. E durò il predetto gelo per due mesi. Salimbene de Adam, Cronaca nella Traduzione di Giuseppe Tonna, Diabasis 2006.
1228: E in quell’anno nella Festività di San Cristoforo [14 aprile] cominciò a venire una grande nevicata: e insino a quel giorno era stato così bello il tempo e il verno era stato così caldo che le strade erano impolverenti. Salimbene de Adam, Cronaca nella Traduzione di Giuseppe Tonna, Diabasis 2006.
