IL CANE DEL SANTO – ROMANZO DI LELE LAMPIONE

Gentile Lettrice/Lettore, ho il piacere di presentarLe il mio romanzo “Il cane del santo” distribuito gratuitamente dal 10 febbraio 2008, sul sito:
http://ilcanedelsanto.wordpress.com

Mi chiamo Gabriele Prinelli e sono bibliotecario in una media cittadina Lombarda con la passione per la lettura. Dopo tanto leggere, mi è venuta voglia di scrivere qualcosa ed è nato “Il cane del santo”. Terminata la stesura è nata la classica domanda: e ora che faccio? Così è nata l’idea di proporlo, gratuitamente, a tutti coloro che avranno la bontà di visitare il blog sopra citato, scaricarlo e stamparlo.

Di seguito aggiungo una piccola scheda.
Trama: Ai più era apparsa come una nuvola di polvere in quel secco novembre, che pareva estate, di tanti anni fa. Ben presto si accorsero che tre tragedie in una sola volta si erano abbattute sul piccolo borgo di Riozzo alle falde del castello di Melegnano. La chiesa era crollata, le due persone più ammirate del paese risultavano scomparse, e la fonte miracolosa del Riozzello si era prosciugata. I nobili cugini e rivali Paolo e Pietro cominciano una gara a chi per primo risolleverà le sorti dello sfortunato borgo… ma quando una cosa deve andare storta non vi è nulla che la possa raddrizzare. Comincia così una serie di divertenti peripezie che coinvolgerà protagonisti e lettori.

Ex libro

Ex Libro1:
Stefanino sputò sulle mani, le fregò, imbracciò la scure e la alzò sopra la sua testa. Per farsi coraggio chiuse gli occhi e sferrò, contro il tronco dell’albero, un colpo poderoso degno di Ercole.
‹‹Ahia, ahia, ahia… che male… ma porc…››
Il Cinghialetto, che vibrava tutto per il colpo dato, pensò fosse l’albero che si lamentava e si voltò terrorizzato a guardare i suoi compagni. Alle sue spalle, il Gerardo detto Salciccia saltava come se fosse posseduto da uno spirito diabolico, tenendosi tra le mani un piede che si gonfiava a vista d’occhio.

Ex libro2:
L’incarico di scoprire dove fosse finita la risorgiva fu affidato a Mohamed Abdul Aziz un turco che viveva a Basilica Petri, un rabdomante di fama riconosciuta e che tutti credevano avesse potere divinatori.
‹‹Rabdo che?›› chiesero i più, a cui la parola riusciva di difficile articolazione.
Aziz giunse in paese tre giorni dopo l’annuncio, vestito di una lunga tunica bianca (infelice scelta per il lavoro che si apprestava a fare) e con in testa un turbante alto tre palmi.
Il popolo, accorso per l’evento, stupito per il candido abito e turbato per il turbante, rimase di sale quando il turco cominciò a cercare la sorgente, facendosi guidare da uno striminzito ramo biforcuto di salice che teneva stretto tra le mani.
Chiuse gli occhi, recitò qualche oscura formula magico-religiosa, e d’improvviso il rametto cominciò a vibrare, come se fosse dotato di vita propria. Aziz, sempre tenendo gli occhi chiusi, si fece guidare da quel misterioso oggetto che teneva tra le mani, ma dopo pochi passi inciampò in un sasso malefico e andò disteso come una pelle di pecora. Tra il pubblico, che fino a quel momento era rimasto in religioso e concentrato silenzio, si levò qualche risolino, ma Aziz, che era astuto come una volpe, si rialzò d’improvviso e gridò:
‹‹Ecco, è qui!!!››.

ex libro3:
Quindici giorni dopo il teutonico esercito era ancora accampato sulla vigna della Maria. Era
giunta infatti la notizia che il nobile bavarese, colto da terribili febbri sulla strada per Roma era morto tra atroci sofferenze. I maligni sussurrarono che la malattia si manifestò dopo che il duca ebbe mangiato un grappolo d’uva della vigna della Maria, così gramo da stroncare una vita umana.
La diceria era priva di fondamento (a maggio di quell’anno persino le foglie si erano rifiutate di crescere) ma… vox populi… vox dei… per paura di una vendetta dei cavalieri germanici il conte si rinchiuse in casa e fece sapere in giro che era partito per Bologna.
Si scoprì ben presto, nonostante la difficoltà nel comunicare, che il duca era considerato un
terribile tiranno e alla notizia della sua morte le urla sentite provenire dall’accampamento non erano affatto di minaccia per il conte, ma erano bensì urla di giubilo. Quando giunse all’orecchio dei cavalieri la diceria dell’uva della vigna della Maria (santa in questo caso perché aveva fatto il miracolo di eliminare il tiranno) per poco il conte non fu nominato Rex honoris causa. Peccato fosse assente perché a Bologna.

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