Le novelle di Verga / 3 – X


novelle verga

E’ parte di Primavera e altri racconti. Protagonista è, qui, il desiderio disilluso. La X del titolo è la misteriosa donna che si cela dietro una maschera e che, con un gioco di sguardi, strega l’io narratore. La passione è una fiamma improvvisa, che tanto s’innalza al cielo quanto presto si spegne. I personaggi della novella s’inseguono e l’amore che si dichiarano è schizofrenico, tanto è mutevole. Lo sfondo letterario è la scapigliatura che sottolinea lo stridente contrasto tra l’ideale che si vorrebbe raggiungere e il vero ossia la cruda realtà. Il destino è sempre in agguato e la vicenda si chiude improvvisamente:

Non la vidi più. Sentii che mi sarei trovato umile e basso dinanzi alla fiducia e all’entusiasmo di quell’amore che non dividevo più. E sentivo del pari di aver perduto irremissibilmente un tesoro.

In novembre ricevetti una lettera listata di nero; era lo stesso carattere che aveva scritto seguitemi; le mani mi tremavano prima d’aprirla: Se volete ripetere l’addio che deste ad una mascherina all’ultimo veglione della Scala, scrivevami, recatevi al Cimitero fra una settimana, e cercate della croce sulla quale sarà scritto X.

Quella lettera, per un caso che farebbe credere alla fatalità, s’era smarrita alla posta, e mi pervenne con qualche giorno di ritardo. Io volai a quella casa che non avevo più riveduta; scorgendo le persiane chiuse, il cuore mi si strinse dolorosamente. Corsi al Cimitero, senza osare di credere al presagio funesto di quella lettera; al primo viale che infilai, quasi il destino si fosse incaricato di guidare i miei passi, alla prima terra smossa di fresco, su di una croce di ferro, lessi quel segno che ella avea desiderato sulla tomba, triste geroglifico del suo amore; e lì, coi ginocchi nella polvere, mi parve di guardare in un immenso buio, tutto riempito dalla figura della mia incognita, dal suo sorriso, dal suono della sua voce, delle parole che mi ha dette, dai luoghi dove l’avevo vista. Sentii un gran freddo.

Novelle lette

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538 lettura – Flora Marzia di Cesare Donati


libro_aperto

La lettura è piacevole, condita di un linguaggio vivace per niente imbalsamato nei rigori dell’italianità. Peccato che sia praticamente introvabile sia in edizione cartacea che in quella elettronica.

Voto: 8/9

TRAMA

Durante il carnevale, in una culla, celata dai fiori, viene abbandonata in una povera casa una bambina frutto di un amore proibito. Mentre Flora Marzia cresce nella sua nuova famiglia, i genitori sono travolti dalle vicende di una vita travagliata. Il padre è incarcerato dal nonno dell’infante e la madre è costretta a vivere segregata nella lontana Sicilia fino al matrimonio. Il prigioniero fugge e riprende in continente la sua attività di medico. Incontra, dopo molti anni, la figlia  (che ignora di esserne la nipote) con il vecchio avo che necessita di cure…

L’AUTORE

Nato a Lugo di Romagna (Ravenna) il 10 sett. 1826 da Giuseppe e Rosa Sinigallia, ebbe impediti gli studi da vicende familiari. Non perse però la voglia dell’apprendere. Lettore onnivoro, andò formandosì presto una ricca riserva di nozioni e stirnoli che poi furono essenziali alla sua attività di pubblicista e narratore. Gli eventi del 1848 lo colsero a Finale Emilia, dove si trovava con la famiglia; dopo glì sfortunati avvenimentì della guerra d’indipendenza il D. ed i suoi ripararono in Toscana. CONTINUA

SCHEDA DEL LIBRO

Autore principale: Donati, Cesare <1826-1913>
Titolo: Flora Marzia : storia di mezzo secolo fa / per Cesare Donati
Pubblicazione: Milano : Treves, 1876
Descrizione fisica: 275 p. ; 19 cm.

ALTRI ARTICOLI SU FLORA MARZIA

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Una frase interminabile


senza fiato

Prendete fiato, prima di avventurarvi nella lettura del seguente passo tratto dal preludio di Cent’anni di Giuseppe Rovani… Ben 417 parole per 2559 caratteri e un solo punto.

E vedremo le arti camminare a spina-pesce, perchè il nostro romanzo dev’essere anche un trattato d’estetica — e sentiremo a 5 cantare i tenori e i soprani del secolo passato al teatrino del palazzo Ducale; e prendendo le mosse da essi e con essi e cogli altri che lor tennero dietro, calcheremo per cento anni il palco e la platea dei nostri teatri; e vedremo lo spiegarsi e il ripiegarsi e l’estendersi e l’accartocciarsi della musica; e nella nostra lanterna magica passeranno le ombre dei poeti, dei letterati, dei pittori, dei pensatori; attraverseremo, dunque, a dir tutto, i decorsi cento anni, scegliendo i punti salienti dove le prospettive si trasmutano allo sguardo, e dove si presenta qualche elemento nuovo di progresso o di regresso, di bene o di male, che dalla vita pubblica s’infiltri nella privata; e osserveremo forse per la prima volta fatti e costumi e accidenti caratteristici che non ottennero ancora posto in libri divulgati, e di cui la traccia o la notizia completa rimase o nella tradizione orale che ancora si può interrogare, o in carte manoscritte, quali i processi, i decreti, gli atti giuridici, le memorie di famiglia, ecc., o in opuscoli che, sebbene stampati, pure stettero segregati dal commercio e dalla pubblica attenzione e al tutto dimenticati, o nei quali si leggono cose da cui derivano idee o più complete o modificate, o qualvolta anche affatto opposte alle accettate intorno alle condizioni de’ nostri padri, per somministrar così criteri più interi o più nuovi onde stimare i fatti successivi; però al fine di tener dietro al movimento storico di periodo in periodo, essendosi dovuto rompere le dighe dell’unità di tempo nel modo il più rivoluzionario, abbiamo provveduto a stornare la rivoluzione dal campo sacro e inviolabile dell’unità d’azione, ricorrendo al partito, che è forse nuovo e che ci fu suggerito dal fatto vero di un processo criminale e di un’azione giuridica civile conseguitane, di svolgere il nodo drammatico nel seno di quelle famiglie più o meno cospicue per le quali quel processo e quell’azione continuarono per settantacinque anni, così che la differenza originale tra il nostro libro e i libri congeneri, consistesse in ciò appunto, che, dove per consueto gli attori sono individui operanti nel tempo limitato d’un periodo della vita, nel nostro lavoro gli attori fossero invece famiglie, la cui vita si prolunga di padre in figlio e cammina colle generazioni, cogliendo da ciò occasione di tener dietro agli svolgimenti graduali di tutte le parti che costituiscono la civiltà di un paese.

Spigolatura: la giovane lettrice? Rimarrà zitella


Giuseppe Rovani

Giuseppe Rovani

Lo spassoso passo che segue è tratto dal “preludio” di Cent’anni di Giuseppe Rovani (anni cinquanta dell’Ottocento).

Se una ragazza è in odore di gran leggitrice di romanzi, storna da sé qualunque possibilità di matrimonio; la spina dorsale deviata, il broncocele, la clorosi, l’isterismo, l’epilessia, sono in una fanciulla, contro i giovinotti assestati che voglion metter casa, spauracchi meno spaventosi dell’abitudine a legger romanzi.

Giuseppe Rovani

Impiegato presso la biblioteca di Brera, prese parte alle lotte risorgimentali arruolandosi come volontario per difendere la Repubblica Romana. Fu anche vicino agli ambienti della scapigliatura milanese e profondamente legato a Carlo Cattaneo ed a Carlo Dossi. Fu amico del pittore pavese Cherubino Cornienti.

Assunse posizione fortemente critica nei confronti del romanzo storico di derivazione romantica allora in auge, accusandolo di presentare stereotipi sentimentali e di nutrirsi di meccanismi narrativi logori. A questi contrappose i romanzi Lamberto Malatesta (1843), Valenzia Candiano (1844), Manfredo Pallavicino (1845-1846) e La giovinezza di Giulio Cesare (1872), insolita rievocazione del mondo romano. CONTINUA

Scena d’amore


“Il bacio” Francesco Hayez – 1859

“Il bacio” Francesco Hayez – 1859

Traggo il seguente passo da Cenere di Grazia Deledda (1904). La ritengo una delle più belle scene d’amore lette finora: è, qui, il mormorio dell’acqua a sostituire il banale battito del cuore…

… e scendevano assieme alla fontana, camminando sull’orlo della strada, sull’alto delle immense valli, nella cui profondità la sera già si stendeva, mentre il cielo porpureo si scoloriva e veli d’ombra cadevano su tutte le cose. Margherita deponeva l’anfora sotto il filo argenteo della fontana gorgogliante, e il mormorio dell’acqua cambiava di tono, e di monotono pareva diventasse allegro, come se il cader dentro la brocca interrompesse la sua eterna noia. I due giovanetti allora si sedevano su una pietra, davanti alla fontana, e parlavano d’amore. L’anfora si riempiva, l’acqua traboccava e per qualche istante taceva, quasi ascoltando ciò che i due innamorati dicevano. Ed ecco che il cielo si scoloriva e i veli dell’ombra si stendevano anche sulle falde più alte della montagna, come il desiderio di Anania invocava. Egli allora cingeva con un braccio la vita della fanciulla; Margherita posava il capo sulla spalla di lui; egli la baciava…

Addio, monti… Deledda vs Manzoni?


addio monti

Nel capitolo 7 di Cenere (1904) di Grazia Deledda, ho letto questo passo:

Nei crepuscoli verdognoli, rischiarati da nuvole rosse che serpeggiavano, svanivano e ricomparivano continuamente sul cielo glauco, Anania sentiva negli orti il crepitìo e l’odore delle erbe secche bruciate dagli agricoltori, e gli sembrava che qualche cosa dell’anima sua svanisse col fumo di quei fuochi melanconici.
Addio, addio, orti guardanti la valle; addio scroscio lontano del torrente che annunzia il tornar dell’inverno; addio canto del cuculo che annunzia il tornar della primavera; addio grigio e selvaggio Orthobene dagli elci disegnati sulle nuvole come capelli ribelli d’un gigante dormente; addio rosee e cerule montagne lontane; addio focolare tranquillo e ospitale, cameretta odorosa di miele, di frutta e di sogni! Addio umili creature inconscie della propria sventura, vecchio zio Pera vizioso, Efes e Nanna disgraziati, Rebecca infelice, Maestro Pane stravagante, pazzi, mendicanti, delinquenti, fanciulle belle e inconsapevoli, bambini votati al dolore, gente tutta infelice o spregevole che Anania non ama ma sente attaccata alla sua esistenza come il musco alla pietra, gente tutta che egli abbandona con gioia e con dolore!
E addio dolcezza e luce sopra tanti oscuri dolori, arcobaleno incurvato come cornice di perle sul quadro screpolato di una miseria antica ed eterna – Margherita, addio!

Immediatamente, mi è tornato alla memoria un più celebre “Addio, monti” (1841):

Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia d’essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso. Quanto più si avanza nel piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da quell’ampiezza uniforme; l’aria gli par gravosa e morta; s’inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade, pare che gli levino il respiro; e davanti agli edifizi ammirati dallo straniero, pensa, con desiderio inquieto, al campicello del suo paese, alla casuccia a cui ha già messo gli occhi addosso, da gran tempo, e che comprerà, tornando ricco a’ suoi monti.

Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli neppure un desiderio fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i disegni dell’avvenire, e n’è sbalzato lontano, da una forza perversa! Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia que’ monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con l’immaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno! Addio, casa natìa, dove, sedendo, con un pensiero occulto, s’imparò a distinguere dal rumore de’ passi comuni il rumore d’un passo aspettato con un misterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, dove l’animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; dov’era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l’amore venir comandato, e chiamarsi santo; addio! Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto; e non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande.

Un tributo alla grandezza del Manzoni? Una coincidenza? Cosa ne pensano i lettori de Il Quaderno?

Vedo, odoro, tocco… eppure sono solo parole stampate…


Campagna Sardegna

Vedo, odoro, tocco… eppure sono solo parole stampate…

Solo in lontananza una casa campestre in rovina emergeva da un campo di grano, come uno scoglio in un lago verde. Nella campagna intorno moriva la selvaggia primavera sarda: si sfogliavano i fiori dell’asfodelo e i grappoli d’oro della ginestra; le rose impallidivano nelle macchie, l’erba ingialliva, un caldo odore di fieno profumava l’aria grave.

La via lattea e l’ultimo splendore dell’orizzonte, fasciato da una striscia verdastra e rosea che pareva il mare lontano, rendevano la notte chiara come un crepuscolo. Vicino al fiume, la cui acqua scarsissima rifletteva le stelle e il cielo violaceo…

Dal primo capitolo di Cenere di Grazia Deledda

Le novelle di Verga / 2 – Primavera


novelle verga

Non è più la Sicilia, ma è Milano lo sfondo di questa seconda novella. Non ci sono più le contadine a raccogliere le olive, bensì i figli della rivoluzione industriale – una sartina e un  musicista -, poveri anch’essi e non meno rassegnati dei loro compagni siciliani. Il loro amore è grigio, come sembra esserlo la città, crepuscolare come una giornata scialba già al tramonto. Anche in questo racconto, la storia d’amore è destinata a terminare, non per la morte di malattia, ma per inseguire improbabili sogni di ricchezza. L’autore ha parole di biasimo per colui che se ne andrà:

E tu, povero grande artista da birreria, va a strascinare la tua catena; va a vestirti meglio e a mangiare tutti i giorni; va ad ubbriacare i tuoi sogni di una volta fra il fumo delle pipe e del gin, nei lontani paesi dove nessuno ti conosce e nessuno ti vuol bene; va a dimenticare la Principessa fra le altre principesse di laggiù, quando i danari raccolti alla porta del caffè avranno scacciato la melanconica immagine dell’ultimo addio scambiato là, in quella triste sala d’aspetto. E poi, quando tornerai, non più giovane, né povero, né sciocco, né entusiasta, né visionario come allora, e incontrerai la Principessa, non le parlare del bel tempo passato, di quel riso, di quelle lagrime, ché anche ella si è ingrassata, non si veste più a credenza al Cordusio, e non ti comprenderebbe più. E ciò è ancora più triste – qualchevolta.

Perfetta novella di stile scapigliato.

La vicenda

Paolo, un giovane musicista in cerca di impiego e gloria, conosce Principessa, una sartina. Il loro è un amore ordinario in cui la passione non sembra avere il sopravvento:

La domenica, quand’era bel tempo, andavano a spasso fuori la cinta daziaria, o lungo i bastioni, all’Isola Bella, o all’Isola Botta, in una di quelle isole di terraferma affogate nella polvere. Erano i giorni delle pazze spese; sicchè quand’era l’ora di pagare lo scotto, la Principessa si pentiva delle follie fatte nella giornata, si sentiva stringere il cuore, e andava ad appoggiare i gomiti alla finestra che dava sull’orto. Egli veniva a raggiungerla, si metteva accanto a lei, spalla contro spalla, e lì, cogli occhi fissi in quel quadretto di verdura, mentre il sole tramontava dietro l’Arco del Sempione, sentivano una grande e melanconica dolcezza. Quando pioveva avevano altri passatempi: andavano in omnibus da Porta Nuova a Porta Ticinese, e da Porta Ticinese a Porta Vittoria; spendevano trenta soldi e scarrozzavano per due ore come signori. La Principessa arricciava blonde e attaccava fiori di velo su gambi di ottone durante sei giorni, pensando a quella festa della domenica; spesso il giovanotto non desinava il giorno prima o il giorno dopo.

Sullo sfondo aleggia il misterioso quell’altro, amante della ragazza:

Paolo non le avea mai parlato di quell’altro di cui avea indovinato l’esistenza fin dalla prima volta che Principessa si era lasciata mettere sotto il suo ombrello; l’avea indovinato a cento nonnulla, a cento particolari insignificanti, a certo modo di fare, al suono di certe parole. Ora ebbe un’insana curiosità. — Ella possedeva in fondo una gran rettitudine di cuore, e gli confessò tutto. Paolo non disse nulla; guardava le cortine di quel gran letto d’albergo su cui delle mani sconosciute avevano lasciato ignobili macchie.

I due protagonisti sono consci che la loro storia d’amore potrà interrompersi a breve:

Sapevano che quella festa un giorno o l’altro avrebbe avuto fine; lo sapevano entrambi e non se ne davano pensiero gran fatto, — forse perché avevano ancora dinanzi la gran festa della giovinezza. — Lui anzi si sentì come alleggerito da quella confessione che la ragazza gli avea fatto, quasi lo sdebitasse di ogni scrupolo tutto in una volta, e gli rendesse più agevole il momento di dirle addio. A quel momento ci pensavano spesso tutt’e due, tranquillamente, come cosa inevitabile, con certa rassegnazione anticipata e di cattivo augurio. Ma adesso si amavano ancora e si tenevano abbracciati. — Quando quel giorno arrivò davvero fu tutt’altra storia.

Proprio per questa consapevolezza, Paolo non esita ad accettare l’offerta di andare in America a cercar fortuna, abbandonando di fatto la ragazza al suo destino .

In quel tempo gli capitò addosso una fortuna colossale, qualcosa come quattromila lire all’anno perché andasse a pestare il piano pei caffe e i concerti americani. Accettò colla stessa gioia come se avesse avuto il diritto di scegliere: dopo pensò alla Principessa.

Novelle lette

Le novelle di Verga / 1 Nedda


Giovanni Verga

Giovanni Verga

Comincio, oggi, un percorso tra le novelle di Verga. Di ognuna, vorrei pubblicare le impressioni “a caldo”.

Nedda apre la raccolta che ho sotto gli occhi. Pubblicata nel 1874, è ambientata in Sicilia. L’incipit  è un meraviglioso quadro di vita domestica e borghese, che impatta violentemente con la miseria protagonista del racconto.

Il focolare domestico era sempre ai miei occhi una figura rettorica, buona per incorniciarvi gli affetti più miti e sereni, come il raggio di luna per baciare le chiome bionde; ma sorridevo allorquando sentivo dirmi che il fuoco del camino è quasi un amico. Sembravami in verità un amico troppo necessario, a volte uggioso e dispotico, che a poco a poco avrebbe voluto prendervi per le mani o per i piedi, e tirarvi dentro il suo antro affumicato, per baciarvi alla maniera di Giuda. Non conoscevo il passatempo di stuzzicare la legna, né la voluttà di sentirsi inondare dal riverbero della fiamma; non comprendevo il linguaggio del cepperello che scoppietta dispettoso, o brontola fiammeggiando; non avevo l’occhio assuefatto ai bizzarri disegni delle scintille correnti come lucciole sui tizzoni anneriti, alle fantastiche figure che assume la legna carbonizzandosi, alle mille gradazioni di chiaroscuro della fiamma azzurra e rossa che lambisce quasi timida, accarezza graziosamente, per divampare con sfacciata petulanza. Quando mi fui iniziato ai misteri delle molle e del soffietto, m’innamorai con trasporto della voluttuosa pigrizia del caminetto. Io lascio il mio corpo su quella poltroncina, accanto al fuoco, come vi lascierei un abito, abbandonando alla fiamma la cura di far circolare piů caldo il mio sangue e di far battere più rapido il mio cuore; e incaricando le faville fuggenti, che folleggiano come farfalle innamorate, di farmi tenere gli occhi aperti, e di far errare capricciosamente del pari i miei pensieri. Cotesto spettacolo del proprio pensiero che svolazza vagabondo intorno a voi, che vi lascia per correre lontano, e per gettarvi a vostra insaputa quasi dei soffi di dolce e d’amaro in cuore, ha attrattive indefinibili. Col sigaro semispento, cogli occhi socchiusi, le molle fuggendovi dalle dita allentate, vedete l’altra parte di voi andar lontano, percorrere vertiginose distanze: vi par di sentirvi passar per i nervi correnti di atmosfere sconosciute: provate, sorridendo, senza muovere un dito o fare un passo, l’effetto di mille sensazioni che farebbero incanutire i vostri capelli, e solcherebbero di rughe la vostra fronte.

Dicono i critici che Nedda rappresenti la conversione del Verga al verismo: effettivamente  è netto il contrasto con le novelle di Primavera e altri racconti che seguono, e che richiamano lo stile milanese della Scapigliatura.

I dialoghi sono semplici, ridotti all’essenziale, per sottolineare la povertà anche intellettuale dei protagonisti; di contro, le descrizioni dei paesaggi sono commuoventi. Mi ricordano la pittura di macchia che rifiuta il disegno preparatorio per i colpi di colore: sono lampi di luce che creano il chiaroscuro con le ombre della vicenda. La tragedia è inevitabile, ma la bellezza della scrittura ripaga il lettore.

537 lettura finita (10 del VI anno) – Memorie lontane di Guido Nobili


La copertina dell’edizione Sellerio

Una piccola perla nel mare magnum della narrativa del XIX secolo. Se per fare il Risorgimento ci vollero tre guerre d’indipendenza, il nostro piccolo protagonista non poteva certo sperare di vincere la prima vera battaglia della vita, ovvero l’amore eterno della sua amica Filli. Scrive bene il curatore Pancrazi: queste memorie lontane sono scritte con il distacco di chi ormai ha avuto tutto il tempo di elaborarle, di chi ha la consapevolezza di poterle narrare con obiettività. Il risultato è un piacevole racconto di formazione, infarcito di ironia e di tratti comici. Un buon libro per tentare di avvicinare i lettori più giovani alla bistrattata letteratura dell’Ottocento.

Voto: 9/10

Trama

Pancrazi, l’attento critico al quale si deve il ricordo di questo racconto sfuggito a tutti, notava che “Memorie lontane” è giocato in realtà su due piani. Nel primo è il quadro di una famiglia, di un ambiente e di una città, prese nel momento in cui la Firenze Granducale passa, nel 1859, con una specie di farsa insurrezionale, nel nascente Stato Sabaudo; nel secondo, che con il primo si interseca, è l’amore breve di un bambino per la sua Filli destinato, come tutte le cose dei bambini, a perdersi, a dissolversi come un’ombra nel buio dell’indifferenza del mondo degli adulti.

L’autore

Nòbili, Guido. - Scrittore (Firenze 1850 - ivi 1916). Di professione avvocato, si dedicò saltuariamente alle lettere. Le sue Memorie lontane (pubbl. post. inBozzetti, scritti polemici, pagine sparse, 1916, e poi, in volume a sé, a cura di P. Pancrazi, 1942), per l’accento poetico che spesso le anima, restano fra i migliori racconti autobiografici del secondo Ottocento. Scrisse inoltre un romanzo: Senza bussola! … (1906). Continua su Treccani.it

Scheda del libro

Autore principale: Nobili, Guido
Titolo: Memorie lontane : racconto / Guido Nobili ; con prefazione di P. Pancrazi
Edizione: 3. ed
Pubblicazione: Firenze : Le Monnier, 1953
Descrizione fisica: 198 p. : 1 ritr. ; 17 cm.
Collezione: Collezione in ventiquattresimo

Altri articoli riguardanti Memorie lontane su IL QUADERNO

Le strinsi la mano e rimase incinta


Giovanni Verga

Giovanni Verga

Chi segue, con costanza, Il Quaderno avrà  notato la mia spiccata predilezione per la narrativa italiana dell’Ottocento. Stamane, in auto, mentre come di consueto ascoltavo Stampa e regime, riflettevo sulle recenti letture (Marchesa Colombi, Cesare Donati, Giovanni Verga, solo per fare alcuni esempi).

Il titolo è forse eccessivamente lapidario, ma penso che esprima bene il succo di queste righe.

Se fosse pudore o ingenuità, questo non ho modo di saperlo, tuttavia pare evidente che molte eroine – soprattutto le popolane – incappassero in gravidanze indesiderate e “illecite” solo per una stretta di mano.

Mi spiego meglio: i baci, le carezze e ancor di più gli incontri intimi erano banditi dalle pagine dei romanzi; al più, vi erano sguardi infuocati, pallidissime allusioni e tante – moltissime – strette di mano che significano assenso alle profferte amorose.

Capita così, soventemente, che dopo una di queste strette di mano, al voltare pagina scopriamo che la protagonista è incinta con tutte le tristi – all’epoca – conseguenze del caso.

Tra il dire e il tacere, insomma, il prendersi per mano valeva come la proverbiale cicogna.

Cesari Donati e la parola desueta


Dizionario

Mi occupo, anche oggi, di Flora Marzia: storia di mezzo secolo fa di Cesare Donati, pubblicato nel 1876. La prosa del Donati è ampia, articolata a tratti colloquiale (Toscana), ma a colpire è il lessico utilizzato nel romanzo.  Di letteratura ottocentesca ne ho letta molta, ma tante parole inusuali, tutte in una volta, non le ricordo. Mi pare di poter scrivere che l’autore abbia un certo gusto per la parola nascosta tra le pieghe del dizionario, per il vocabolo desueto. Ecco qualche esempio:

  • Amendue per entrambi
  • Trilustre per quindicenne
  • Avvegnaché per benché, quantunque
  • Imperocché sta per il fatto che
  • Alla perfine per alla fine
  • Beva sta per essere in affare di suo genio
  • Telonio per dazio
  • Amasia per amante
  • Incomportevole per insopportabile
  • Arroge per aggiungere

E mancano ancora 100 pagine alle fine della storia…

Errori e sviste…


Errore

Scrivo di “Flora Marzia: storia di mezzo secolo fa”, romanzo di Cesare Donati, 1876. A pagina 12, ovvero a vicenda appena cominciata, leggiamo:

“Come soleva avvenire da trent’anni che facevano vita insieme, il marito dovette anco questa volta cedere al volere della moglie”.

Per precisare, aggiungo che il marito è Bernardo e la moglie Teresa, i genitori adottivi della protagonista. La frase è collocata nel momento dell’ingresso in scena di Flora Marzia infante.

A pagina 99, l’eroina della nostra storia è ormai sedicenne. Si legge:

“Il primo aveva perduto in Teresa la compagna per ben trent’anni fedele.”

Il primo è da intendersi qui Bernardo. I conti, allora, non tornano: gli anni avrebbero dovuto essere 46 ossia la somma di 30 della prima citazione e 16 gli anni di Flora Marzia…

L’autore

DONATI, Cesare. – Nato a Lugo di Romagna (Ravenna) il 10 sett. 1826 da Giuseppe e Rosa Sinigallia, ebbe impediti gli studi da vicende familiari. Non perse però la voglia dell’apprendere. Lettore onnivoro, andò formandosì presto una ricca riserva di nozioni e stirnoli che poi furono essenziali alla sua attività di pubblicista e narratore. Gli eventi del 1848 lo colsero a Finale Emilia, dove si trovava con la famiglia; dopo glì sfortunati avvenimentì della guerra d’indipendenza il D. ed i suoi ripararono in Toscana. Grazie all’aiuto di alcuni amici poté seguire gli studi giuridici presso l’università di Pisa, poi la morte del padre lo costrinse a concorrere al mantenimento della famiglia. Continua

536 lettura finita (9 del VI anno) – Prima morire della Marchesa Colombi


Maria Antonietta Torriani

Maria Antonietta Torriani

La Marchesa Colombi mi ha regalato un altro polpettone sentimentale, questa volta in forma epistolare. Per fortuna, non ha la gravità dell’Ortis e nemmeno quella del Werther.  Ecco di seguito la vicenda. Come di consueto, chi non vuol conoscere il finale si astenga dal testo in corsivo. Letto nella sua prima edizione del 1881.

Voto: 7,5/10

Augusto, giovane musicista dalla morale molto rigorosa, invia un biglietto alla bella Eva, sua vicina di casa, invitandola a essere più prudente quando ella si muove nella sala da bagno, che lui scorge da una sua finestra. Comincia così la tormentata storia d’amore tra i due protagonisti del romanzo. Attraverso le lettere che si scambiano i personaggi della vicenda (compresi il marito di Eva e Leonardo, l’amico di Augusto), il lettore ricostruisce il dramma dell’artista che, innamoratosi della moglie di un suo estimatore, induce – tra tormenti etici – la donna ad abbandonare la famiglia. La malattia della figlia di Eva, però, induce la madre a un precipitoso ritorno a casa, lasciando Augusto disilluso dal suo sentimento. Memore del patto stretto con Leonardo e torturato dai rimorsi, mantiene fede al detto “prima morire che macchiarsi” su cui aveva giurato in gioventù. Suicidandosi, brucerà il manoscritto dell’opera a cui attendeva e che, in programma alla Scala, gli avrebbe procurato la fama.

L’AUTRICE

Il nome di “Marchesa Colombi” era in realtà uno pseudonimo, tratto dalla commedia «La satira e Parini» di Paolo Ferrari, in cui i marchesi Colombi sono personaggi futili e frivoli. Orfana di padre, visse con la madre Carolina Imperatori e con il secondo marito di lei, Martino Moschini, fino al 1865. Si diplomò in tenera età come maestra elementare dedicandosi alla pittura e alla scrittura e alcuni suoi articoli vennero pubblicati su diversi giornali. Trasferitasi a Milano in via San Pietro in Gessate, conobbe la sociologa Anna Maria Mozzoni, protofemminista lombarda, con la quale iniziò a collaborare. Continua

SCHEDA DEL LIBRO

Autore principale: Marchesa Colombi
Titolo: Prima morire / la Marchesa Colombi
Pubblicazione: Napoli, A.Morano, 1881
Descrizione fisica: 236 p. ; 19 cm.

Ripubblicato nel 1988 da Lucarini.