Come nasce una scumegna (soprannome) secondo Alberto Cantoni


Alberto Cantoni

Alberto Cantoni

… in campagna si profitta volontieri di qualche difetto per distinguere meglio una persona dall’altra. Né questo uso può dirsi affatto mancante di qualche ragione. Mettiamo che ci sieno sei Antonii in un villaggio; come si fa a identificarli alla spiccia tutti sei, dove i pochissimi cognomi abbracciano per solito parecchie famiglie per ognuno, e dove tutti si conoscono davvicino e si nominano continuamente? Il più tarchiato si chiamerà Tognone, il più esile Tonino, e il mezzano Tognetto. Restano tre. Uno o due di costoro, in mancanza di soprannomi, dovranno rinunziare alla loro dignità di padri di famiglia per mutarsi, dal nome e delle apparenze della moglie, in «quel della rossa» o in «quel della Cecchina», e l’ultimo, per piccolo difetto che abbia, lo vedrà tosto mutato in nome. E pazienza ancora se si contentassero di chiamarlo così quando è lontano, ma no, ci si abituano tanto da avviare il discorso con un «senti, monco» ovvero con un «ascolta, guercio», come se fosse la cosa più liscia e naturale del mondo. Eppure questa, come tutte le usanze di quaggiù, ha il suo lato buono anch’essa, ed è che l’uomo, il quale si senta chiamare a quel modo dalla mattina alla sera, termina spesso col non badarvi più, ed incurante della espressione ricorda assai meno anche il difetto espresso.

Tratto dal racconto Bastianino (1877)

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