XXXVII lettura finita


biglietto_damore.jpg

Inizio lettura 31.01.2007 – termine lettura 31.01.2007

Delicato racconto di un viaggio da Zurigo a Passau alla ricerca di poesie d’amore. Un viaggio che è attraversamento di pianure e montagne, il passaggio attraverso le stagioni dell’anno e della vita. La casa di Tannhauser è l’incontro più affascinante: l’atmosfera che circonda il poeta e la sua compagna è poesia. Un’ambientazione da Eden in cui acque, monti, brezze e fiori conquistano l’immaginazione del lettore e lo cullano con una narrazione dolce e pacata. In un panorama librario sempre più contraddistinto da romanzi crudi, sanguinosi e tragici una perla di rara bellezza letteraria. Anche questa volta la Mancinelli mi obbliga ad inserirla tra i libri da non perdere.

Voto:

Nella notte era spirato un certo vento che soffia d’improvviso tra i monti, se c’è neve la scioglie, e in breve fa spuntare foglie e fiori dove prima c’erano arbusti rinsecchiti stretti nel ghiaccio. E’ il vento delle montagne che i latini chiamano “Favonio”. Fonde le stalattiti di ghiaccio che pendono dai tetti, gocciole schioccano allegre sulle pietre della corte e le finestre si aprono per far entrare col sole il profumo della primavera. Il “processo d’amore”.

Autore: Mancinelli, Laura
Titolo: Biglietto d’amore / Laura Mancinelli
Pubblicazione: Torino : Einaudi, 2002!
Descrizione fisica: 180 p. ; 19 cm.
Collezione : L’ arcipelago Einaudi ; 14
Numeri: ISBN – 88-06-16451-1

XXXVI lettura finita


brigante_vichi.jpg

Inizio lettura 29.01.2007 – Termine lettura 30.01.2007

Quattro uomini intorno ad un tavolo al “Tasso morto” sorpresi, o forse no, da un violento temporale. Un tavolo, vino abbondante che scioglie le lingue e scalda i cuori, un camino che sputa calore e luce, una panca e un fagotto nero che dorme accanto al fuoco: questa è la scenografia che Marco Vichi mette in scena. La lunga notte è fatta di raconti di vita dei quattro occasionali avventori. Il quinto che dorme è il temibile, scaltro e sanguinario brigante Frate Capestro. I racconti (perchè è poi di questo che si tratta, anche se l’autore sceglie una stesura continua senza capitoli, forse per dare proprio l’idea di un romanzo unitario e non di una raccolta) sono ben scritti e d’atmosfera. Il finale è a sorpresa.

Era un signorino con la faccia lunga e lo sguardo da pesce… non lo dico solo perchè mi era odioso, è la pura verità, era brutto come la miseria. Non aveva ancora vent’anni e si atteggiava da uomo vissuto. Con la parrucca in testa sembrava il culo di un cavallo. Pag.119

Voto:

Autore: Vichi, Marco
Titolo: Il brigante / Marco Vichi
Pubblicazione: Parma : Guanda, [2006]
Descrizione fisica: 161 p. ; 22 cm.
Collezione : Narratori della Fenice
Numeri: ISBN – 88-8246-664-7

XXXV lettura finita


gattopardo.jpgInizio lettura 27.01.2007 – termine lettura 29.01.2007

E’ proprio vero che non bisognerebbe mai fermarsi davanti alle apparenze. Posseggo questo libro da anni ma la copertina è poco invitante e per questo (forse) ne ho sempre rimandato la lettura (che superficiale!!!). Finalmente ho vinto la ritrosia e… Unico romanzo di Tomasi di Lampedusa, a quanto pare sofferto (una gestazione complessa), è piacevole, ironico, drammatico. In fondo pensandoci a mente fredda questo libro non ti racconta nulla (la trama è molto semplice) e tutto (che Sicilia!!! Tomasi di Lampedusa ti cala in questo sole potente, in una terra arsa dal calore e assetata di acqua, in questo mare fermo che si scorge dalle colline interne, in questo paese, Donnafugata, che nella mia mente si trasforma quasi in un paese di un far west italianissimo, o meglio borbonico-garibaldino). Se la Deledda ti da il respiro vivo della Sardegna, Tomasi di Lampedusa non è da meno: un dipinto netto, crudo e vero di una Sicilia liberata dal giogo straniero ma schiava della “sicilianità”. Imperdibile.

La riservatezza della Chiesa era quanto meglio nel genere potesse trovarsi in Sicilia, ma ciò non voleva ancora significare molto: fra un mese, fra due, tutto sarebbe dilagato: come tutto dilaga in quest’isola che anzichè la Trinacria dovrebbe avere a proprio simbolo il siracusano Orecchio di Dioniso che fa rimbomabre il più lieve sospiro in un raggio di cinquanta metri. Capitolo VIII.
Padre Pirrone aveva gli occhi rivolti al soffitto, come se fosse un capomastro incaricato di saggiarne la solidità… Padre Pirrone da perito edile si era trasformato in saggio musulmano e, incorciate quattro dita della mano destra con quattro della sinistra, faceva roteare i poliici l’uno di fronte all’altro, invertendone e mutandone la direzione con sfoggio di fantasia coreografica. Capitolo III.

Venne mostrata a don Fabrizio una lettera delle autorità di Girgenti che annunziava ai laboriosi cittadini di Donnafugata la concessione di un contributo di duemila lire per la fognatura, opera che sarebbe stata conpletata entro il 1961, come assicurò il Sindaco, incaiampando in uno di quei lapsus dei quali Freud doveva spiegare il meccanismo molti decenni dopo; e la riunione si sciolse. Capitolo III.

Don Onofrio Rotolo era una delle rare persone stimate dal Principe, e forse la sola che non lo avesse mai derubato. L’onestà sua confinava con la mania, e di essa si narravano episodi spettacolosi, come quello del bicchierino di rosolio lasciato semipieno dalla Principessa al momento di una partenza, e ritrovato un anno dopo nell’identico posto col contenuto evaporato e ridotto allo stato di gromma zuccherina, ma non toccato. “Perchè questa è una parte infinitesima del patrimonio del Principe e non si deve disperdere”. Capitolo II.
Vicino al pozzo premuroso incominciò la colazione. Intorno ondeggiava la campagna funerea, gialla di stoppie, nera di restucce bruciate; il lamento delle cicale riempiva il cielo; era come il rantolo della Sicilia arsa che alla fine di agosto aspetta invano la pioggia. Capitolo II.
Si erano attraversati paesi dipinti di azzurino tenero, stralunati; su ponti di magnificenza bizzarra si erano valicate fiumare integralmente asciutte; si erano costeggiati disperati dirupi che saggine e ginestre non riuscivano a consolare. Mai un albero, mai una goccia d’acqua: sole e polverone. Capitolo II.

Aprì una delle finistre della torretta. Il paesaggio ostentatava tutte le proprie bellezze. Sotto il lievito del forte sole ogni cosa sembrava priva di peso: il mare, in fondo, era una macchia di pure colore, le montagne che la notte erano apparse temibilmente piene di agguati, sembravano ammassi vaporosi sul punto di dissolversi, e la torva Palermo stessa si stendeva acquetata intorno ai conventi come un gregge al piede dei pastori. Capitolo I.
… in questa isola segreta, dove le case sono sbarrate e i contadini dicono di ignorare la via per andare al paese nel quale vivono e che si vede lì sul colle a cinque minuti di strada, malgrado il suo ostentato lusso di mistero, la riservatezza è un mito. Capitolo I.

Voto:

Autore: Tomasi di Lampedusa, Giuseppe
Titolo: Il Gattopardo / Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Edizione: 78. ed
Pubblicazione: Milano : Feltrinelli, 1962
Descrizione fisica: 330 p. ; 20 cm.
Collezione : Biblioteca di letteratura. I contemporanei ; 4

XXXIV lettura finita


profumo.jpegInizio lettura 26.01.2007 – 27.01.2007

La storia è assolutamente geniale. Il protagonista, l’uomo senza profumo, è veramente inquietante. Esagerati, a mio modo di vedere, l’eremitaggio settennale e il finale orgiastico. Una lettura curiosa.

Voto:

Autore: Suskind, Patrick
Titolo: Il profumo : romanzo / Patrick Suskind ; traduzione di Giovanna Agabio
Edizione: 13. ed
Pubblicazione: Milano : Longanesi, 2006
Descrizione fisica: 259 p. ; 21 c
Collezione : La gaja scienza ; 144
Numeri: ISBN – 88-304-0587-6

Lettura non terminata


Ombr sulla via della seta di Colin Thubron

Inizio lettura 18.01.2007 – 26.01.2007

Il viaggio è sicuramente interessante, il racconto mi pare meno. Mi aspettavo descrizioni di paesaggi affascinanti, colori sconosciuti, profumi forti e nuovi. Ho trovato invece, una sorta di “guida turistica” a monumenti semi-scomparsi a città che non ci sono più. Il tutto sarebbe affascinante se non fosse per il tono che mi pare da manualetto di viaggio. Purtroppo anche la traduzione non mi pare delle migliori.

Voto:

Sembra che la staffa pesante sia stata inventata dai cinesi fin dal IV secolo d.C. e , mentre viaggiava verso occidente, non solo rendeva più stabile il cavaliere in battaglia, ma gli permetteva di indossare pesanti armature e di montare costose cavalcature. A questa semplice invenzione alcuni hanno attribuito l’inizio di tutta l’età feudale in Europa, e sette secoli più tardi la stessa era si concluse quando i suoi castelli vennero distrutti e sottomessi grazie all’invenzione della polvere da sparo. Si potrebbe immaginare che la nascita e la morte del Medioevo europeo giunsero da est, lungo la Via della Seta. La capitale

Autore: Thubron, Colin
Titolo: Ombre sulla via della seta / Colin Thubron ; traduzione di Raffaella Belletti
Pubblicazione: Milano : Ponte alle Grazie, [2006]
Descrizione fisica: 391 p. : c. geogr. ; 22 cm.
Numeri: ISBN – 88-7928-865-2

33 lettura finita – Il paese delle amanti giocose di Giuseppe Pedriali


paese_delle_amanti_giocose_pederiali.jpgIl paese delle amanti giocose di Giuseppe Pederiali

Inizio lettura 15.01.2007 – Fine lettura 17.01.2007

Raccolta di racconti già pubblicati e inediti legati da un filo rosso: le donne raccontate dal professor Fumana seduto al caffè Royal. DIvertenti, ironici, tragici, sorprendenti. Pennellate letterarie rapide che non stancano: una lettura facile e piacevole con i colori, gli odori e i sapori dell’Emilia.

Voto:

Al primo valzer della serata, il maestro Aldemaro si accorse che il contrabbasso andava per conto suo. Gli suggerì allora la nota da usare come base musicale: “Teodoro, in la”. Il contrabbasso si limitò a spostarsi più indietro. “In la” insistette il primo violino. E Teodoro, obbediente, si spostò più in la, cadendo dal carro insieme al voluminoso strumento. I Violini di Santa Vittoria.

In quel momento entrò nel caffè Vincenzino Cattabriga, direttore di Copla, Cooperative Produttore Uve da Lambrusco (secondo la logica delle sigle, la cooperativa avrebbe dovuto chiamarsi Copula, ma qualcuno aveva avuto da dire ricordando che la parola, benchè rara e poco usata, avrebbe potuto attirare qualche ironia sull’azienda). Vicenzino si avvicinò al tavolo dei tre amici e si fermò ad osservare il gioco. Cooperativa di consumo.

Grazie alla sua specilità (le donne), clienti, discepoli e spettatori non mancavano. Il proprietario del locale aveva sistemato un’insegna al neon con il nome ufficiale “Bar Caffè Royal”, ma nessuno in paese lo pronunciava all’inglese o alla francese. Tutti ignoravano ipsilon e case reali, e consideravano il nome come un omaggio alle roie che gremivano il caffè, a cominciare dallo stesso Fumana. Il professor Fumana, seduto al caffè Royal, parla di donne.

“… le nostre diciottenni negli anni Sessanta erano alte mediamente 1,60, mentre oggi la statura media femminile è di 1,73. Particolare importante: i suddetti 13 centimetri non sono collocati dalla pancia in su, ma dalle base del sedere a terra. Insomma, sono cresciute di gamba. Colpa degli americani e delle loro diavolerie, tipo fitness, hamburger e coca, se sono spariti i culi bassi di una volta. Il professor Fumana, seduto al caffè Royal, parla di donne.
Autore: Pederiali, Giuseppe
Titolo: Il paese delle amanti giocose / Giuseppe Pederiali
Pubblicazione: Milano : Garzanti, 2006
Descrizione fisica: 267 p. ; 22 cm.
Collezione : Narratori moderni Numeri: ISBN – 88-11-66589-2

XXXII lettura finita


libraio_di_kabul.jpgInizio lettura 12.01.2007 – Fine lettura 15.01.2007

Storie di vita vissuta. Tanti piccoli racconti di drammi quotidiani in una Kabul appena liberata dai talebani ma non ancora rinata. Nonostante la premessa (la giornalista che vive in una famiglia afghana e quindi a vivo contatto con i protagonisti) il racconto risulta essere freddo, da inchiesta giornalistica. L’autrice non partecipa alle storie, sembra non vivere quello che racconta (e da donna ne avrebbe da dire). Dalla prefazione mi aspettavo di più. Un libro che comunque fa riflettere.

Voto:

Autore: Seierstad, Asne
Titolo: Il libraio di Kabul / Asne Seierstad ; traduzione dal norvegese Giovanna Paterniti
Edizione: 7. ed
Pubblicazione: Milano : Sonzogno, 2003
Descrizione fisica: 321 p. ; 22 cm.
Titolo uniforme: Bokhandleren i Kabul.
Numeri: ISBN – 88-454-2405-7

XXXI lettura finita


una_luce_inattesa_elliot.jpgInizio lettura 06.01.2007 – 12.01.2007

Come il titolo: un libro inatteso. A volte poetico, a volte storico, a volte curioso e a tratti divertente. Il pezzo dedicato ai pulmann è incredibile. Il libro è scritto da un innamorato dell’Afghanistan e soprattutto degli Afghani. L’Islam visto da un’angolazione nuova: lontano dai luoghi comuni. Un racconto di cui sentirò nostalgia.

Voto:

I pullman afghani dimostrano una grande resistenza e alla loro manutenzione provvedono gli uomini che ogni giorno rischiano la vita per guidarli. Vanno avanti finchè non si distruggono, poi rinascono sotto diverse spoglie: le diverse componenti sono salvate dalla demolizione e riassemblate con cura. La carrozzeria in cattivo stato viene tenuta insieme e rinforzata con lamine metalliche e chiodi: mi è capitato di vedere un pullman con il vano motore costruito con assi di legno. Una volta ne vidi uno che era stato investito da un carro armato in una via di Kabul, ma il proprietario disse impassibile: “Lo rimetteremo in strada nel giro di pochi giorni”. Motivi floreali in ferro battuto decorano i finestrini posteriori con più volute di quanto ne abbia un campanile provenzale, o sono saldati ai tettucci quali appigli per cumuli di bagagli. Talvolta catene e pendenti metallici ricadono ai lati come collane, che tintinnano ai movimenti del telaio ricalcando forse in forme moderne e rivisitate i campanelli dei cammelli. Simboli di fertilità – una coppia di pesci è il motivo più comune – sono cuciti sulle coperture di cuoio dei radiatori. Come i camion, anche i pullman sfoggiano simpatici disegni. Ho visto molte idilliache scene alpine, con tanto di chalet svizzeri e nuvole cotonate, oppure immagini di papagallini, leoni rampanti e giardini con stagni illuminati dalla luna. Sui parabrezza campeggiano scritte multicolori: “Pullman eroico”, “Benvenuti sul pullman”, Pulmann moderno”, “Re della strada”, “Buon viaggio”, o “Crediamo in Dio”. Il posto di guida è sempre ornato con festoni, fiocchi, nappe, vari specchietti e fiori di plastica, adesivi con figure di occhi, di languide mani di donna, automobili, animali. Ognuna di quelle raffigurazioni posside un particoalre significato protettivo, come un talismano, al pari delle tradizionali dotazioni religiose costituite da pendagli tintinnanti incisi in nome di Dio, del Profeta e dei suoi califfi, e anche dei versetti coranici appiccicati ovunque e delle immagini della Kaaba alla Mecca. Talvolta sui lati del pullman sono indicate le destinazioni; più spesso si sente la voce del guidatore che urla il nome della località verso cui è diretto. Non esistono orari: il guidatore parte quando decide che il pullman è abbastanza pieno. Anche quando il conducente mette in moto, il ragazzino che gli da una mano si appende allo specchietto e continua a gridare il nome della destinazione, nella speranza di accalappiare qualche passeggero in più. Pagg.390-1
E per quanto riguarda l’”Islam”, in fin dei conti, avevamo tutti un’unica riserva: la mancanza di un buon bicchiere di vino. Pag.357
La guerra aveva devastato la regione intorno a Qunduz, e mi sentii scosso da quella vista. Tra i monti, i disastri della guerra venivano assorbiti più rapidamente che in pianura, e da Kabul in poi, a parte le occasionali carcasse di veicoli corazzati, si vedevano poche tracce del conflitto a ricordarne le effettive dimensioni. Ma in quell’area i segni di anni di battaglie erani rimasti incisi nei muri di innumerevoli edifici. In ogni direzione si vedevano i tremendi geroglifici nei mattoni distrutti dalle esplosioni e gli intonaci crollati, i cocci, le schegge e i frammentio disseminati per terra, le travi dei tetti esposte come ossa che spuntano dalla carne, lampioni inclinati come uomini feriti, i fili elettrici che oscilllavano ormai inutili dai piloni contorti. Pag.291

Per gli afghani lo spazio non ha lo stesso significato che ha per gli occidentali, che badano sempre alla comodità; quando capita di salire su un veicolo il numero dei posri a sedere è per loro del tutto irrilevante: è lo spazio che si adatta al numero dei passeggeri. Pag.162

Pensai ad alcuni degli altri popoli che compongono il mosaico degli abitanti dell’Afghanistan. Il contadino con i capelli chiari e gli occhi azzurri che viene dalle remote montagne del Nuristan e la sua bellissima moglie che indossa un cappello di feltro nero decorato con piccole conchiglie di ciprea si considerano afghani tanto quanto il turcomanno di Tekke che abita vicino al confine settentrionale; ma quest’ultimo porta un cappello con lunghe trecce di lana attorcigliate, come il manto di una pecora, e sua moglie, i cui occhi sono leggermente inclinati in basso, verso gli zigomi prominenti, porta in testa una specie di cono alto più di mezzo metro e decorato con monete d’argento e treccine di filo metallico. Sono afghani come la hazara di Behsud degli altipiani centrali, con la sua faccia ampia, piatta e ben rasata, e il suo nasone che spunta tra occhi simili a fessure; e come pure i pathan nurzai che abitano le pianure, anche se i loro occhi assomigliano a olive nere e sono incorniciati da lunghe trecce arricciate e da barba fluente… Pag.54

Sembrava che ci muovessimo a ritroso nel tempo: a ogni tappa diminuivano i segnali del mondo moderno, la campagna e la natura si facevano più selvagge e i personaggi che si muovevano in quell’ambiente parevano sempre meno gravati dalle ombre del ventesimo secolo. Pag.20

Autore: Elliot, Jason
Titolo: Una luce inattesa : viaggio in Afghanistan / Jason Elliot ; traduzione di Marcello Ghilardi
Pubblicazione: Vicenza : N. Pozza, [2002]
Descrizione fisica: 562 p. ; 22 cm.
Collezione: Il cammello battriano
Titolo uniforme: unespected light.
Numeri: ISBN – 88-7305-864-7

XXX lettura finita


Il Corsaro nero di Emilio Salgaricorsaro_nero_salgari.jpgInizio lettura 04.01.2007 – Fine lettura 05.01.2007

Proprio un classicone. Ho scoperto che mi piacciono questi avventurieri di altri tempi. Impavidi, coraggiosi, e gentiluomini. E’ una letteratura che andrebbe riproposta (anche dagli adulti). Si scopre, e si assapora, il gusto per il fantastico.

Voto:
Autore: Salgari, Emilio
Titolo: Il corsaro nero / Emilio Salgari ; prefazione di Roberto Casalini ; tavole originali di Giuseppe Gamba
Pubblicazione: Milano: Biblioteca universale Rizzoli, 2002
Descrizione fisica: VI, 374 p. : ill. ; 20 cm.
Collezione: Superbur. Classici ; 209
Numeri: ISBN – 88-17-12864-3

XXIX lettura finita


maigret_e_i_testimoni_simenon.jpgInizio lettura 04.01.2006 – Fine lettura 04.01.2006

Maigret è sempre Maigret.

Voto:

Autore: Simenon, Georges
Titolo: Maigret e i testimoni recalcitranti / Georges Simenon ; traduzione di Ugo Cundari
Pubblicazione: Milano : Adelphi, [2006!
Descrizione fisica: 155 p. ; 20 cm
Collezione : Gli Adelphi ; 293
Note Generali: Pubbl. precedentemente con il tit.: Maigret e i testimoni reticenti
Numeri: ISBN – 88-459-2101-8

XXVIII lettura finita – Tre uomini in barca di J.K. Jerome


tre_uomini_in_barca_jerome.jpg

Inizio lettura 03.01.2007 – Fine lettura 03.03.2006

Ironico, divertente, tagliente, strepitoso. Mentre ti culla sulle acque del Tamigi ti racconta le peripezie di tre amici davvero originali. Uno dei migliori libri che abbia mai letto.

Voto: 10/10

Conobbi una volta un giovanotto che studiava la zampogna e vi assicuro che se sapeste contro quante difficoltà dovette lottare vi meravigliereste. Credete, neanche dai componenti della propria famiglia ricevette quel che si potrebbe chiamare un incoraggiamento attivo. Suo padre ce l’ebbe a morte con quell’affare sin dal principio e ne parlava senza alcun riguardo. Il mio amico, per esercitarsi, si alzava al mattino presto, ma dovette smettere a causa di sua sorella. Ella aveva una certa inclinazione mistica, e disse che pareva spaventoso cominciare così la giornata. Visto ciò, cominciò a vegliare la notte e a suonare quando tutti erano andati a letto; ma anche questo non poté andare avanti perché gettava pessima fama sulla casa. La gente che si ritirava si fermava di fuori ad ascoltare e poi, al mattino seguente, spargeva la voce per tutta la città che in casa Jefferson la notte precedente era stato commesso un assassinio; e dicevano di aver udito gli urli della vittima e le maledizioni e le bestemmie degli assassini seguiti dall’implorazione di grazia e dall’ultimo rantolo del moribondo. Si decisero quindi a farlo esercitare di giorno chiudendo tutte le porte e relegandolo nella cucinetta in fondo alla casa; ma, quando intonava i passaggi di maggior effetto, lo sentivano in salotto a dispetto di tutte le precauzioni, e la mamma si commoveva fino alle lagrime. Diceva che le ricordava il suo povero padre (che era stato inghiottito da un pescecane, poveretto, mentre faceva il bagno al largo della Nuova Guinea – però non sapeva spiegarsi quell’associazione d’idee). Poi lo confinarono in una baracchetta fatta apposta per lui all’estremità del giardino, a trecento metri circa dalla casa, e quando voleva mettersi a studiare si portava lì il suo congegno. A volte arrivava in visita qualcuno che non sapeva nulla di quello studio e si dimenticavano di avvisarlo e quello se ne andava a fare una passeggiatina in giardino e improvvisamente, senza esservi preparato, si avvicinava e percepiva le stecche della zampogna senza capire che cosa stesse succedendo. Se si trattava di un cervello molto equilibrato, se la cavava con una crisi; ma se invece era uno di media intelligenza, generalmente andava al manicomio. Confessiamolo pure, i primi passi di un affezionato della zampogna hanno in sé qualcosa di estenuante ed io me ne rendevo conto come se si trattasse di me stesso, quando ascoltavo il mio giovane amico. Ho l’impressione che la zampogna sia uno strumento che mette a dura prova lo studioso; prima di cominciare occorre che vi forniate di fiato per tutta la sonata. Questa, per lo meno, fu l’impressione che ebbi osservando Jefferson. Egli cominciava egregiamente con una nota selvaggia, piena, come un grido di battaglia che vi entusiasma. Ma poi, a mano a mano che proseguiva, si andava affievolendo e l’ultima battuta si interrompeva generalmente a metà, con un borbottio ed un fischio. Per suonare la zampogna ci vuole una salute di ferro. Il mio giovane amico Jefferson imparò un solo pezzo per zampogna, ma a dire il vero non mi risulta che qualcuno si sia lamentato della esiguità del suo repertorio. Il pezzo era: “Arrivano i Campbell. Urrah! Urrah!”; così diceva lui malgrado che il padre fosse convinto che il titolo era: “Le campanule scozzesi”. Nessuno, insomma, era certo di quel che fosse ma tutti erano d’accordo che lo stile era scozzese. Ai forestieri si consentivano tre scommesse circa il titolo e la maggior parte di essi diceva ogni volta un titolo diverso. Capitolo XIV.

Ancor oggi, George non ha imparato affatto a suonare il banjo. Ha dovuto affrontare troppi scoraggiamenti. Mentre viaggiavamo sul fiume, tentò, due o tre sere, di fare un po’ di pratica; ma non ci riuscì mai. Il linguaggio di Harris era sempre tale da scoraggiare qualsiasi uomo e, inoltre, c’era Montmorency che durante l’intera esecuzione si accovacciava e continuava a guaire. Tutto ciò non permetteva lo studio. Ma insomma perché ulula così quando io suono? – esclamava George indignato prendendolo di mira con una scarpa. – E tu perché suoni così mentre lui guaisce? – ribatteva Harris afferrando la scarpa a volo. – Lascialo in pace. Lui non può fare a meno di ululare. Ha l’orecchio musicale e la tua musica lo fa piangere. E così George decise di rimandare lo studio del banjo al ritorno a casa. Ma neanche lì ebbe molta fortuna. La signora P. andava su e gli diceva che era molto dolente – a lei, personalmente piaceva sentirlo – ma l’inquilina al piano di sopra si trovava in uno stato delicatissimo e il dottore temeva che quel suono potesse nuocere al bambino. Capitolo XIV.

Preparammo tutto e ci accorgemmo che era ancora presto, e allora George disse che avendo molto tempo a disposizione, potevamo approfittare della splendida opportunità per preparare una cena speciale. Disse che ci avrebbe mostrato quanto si può fare sul fiume in fatto di cucina e propose di usare i legumi, i resti della carne fredda, nonché gli altri rimasugli per preparare uno stufato all’irlandese. L’idea ci sembrò affascinante; George raccolse la legna e fece il fuoco mentre io e Harris ci mettemmo a sbucciare le patate. Non avrei mai creduto che quella funzione di sbucciare le patate fosse una simile impresa. La faccenda mi si rivelò come la cosa più colossale, nel suo genere, in cui mi fossi mai messo. Cominciammo allegramente, spavaldamente, si potrebbe dire, ma dopo aver sbucciato la prima patata tutta la nostra giocondità era finita. Più sbucciavamo e più buccia sembrava che ci rimanesse e quando finimmo di togliere tutta la buccia e tutti i bitorzoli, della patata non c’era più nulla. Voglio dire, nulla di cui valga la pena di parlare. George sopravvenne, e osservò che la patata era ridotta alla grossezza di una nocciolina americana. Disse: – No, così non va! State rovinando tutto, le dovete raschiare. Ci mettemmo a raschiarle e fu un lavoro peggiore dello sbucciarle perché le patate hanno una forma così strana! e son tutte bozzi, bitorzoli e avvallamenti; andò a finire che facemmo sciopero. Dicemmo che poi ci sarebbe occorso il resto della serata per raschiare noi stessi. Io non ho mai conosciuto un mestiere capace di ridurre un uomo ad un letamaio come quello di raschiar le patate. Sembrava incredibile che le pelli di patata in cui io ed Harris stavamo sepolti e quasi soffocati provenissero da quattro tuberi soltanto. Pensate un poco quanto si potrebbe fare con l’economia e la buona volontà. George trovò assolutamente assurdo fare lo stufato con quattro patate sole e noi ne lavammo una mezza dozzina ancora e le mettemmo in pentola senza pelarle. Aggiungemmo un cavolo e circa due chili di piselli. George rimestò il tutto e poi disse che c’era ancora spazio nella pentola, perciò noi rovistammo a fondo nelle due ceste e aggiungemmo allo stufato tutti i pezzettini, i resti, e i rifiuti che vennero fuori. C’erano rimasti ancora mezzo polpettone di carne di maiale, un po’ di lardo lessato e freddo e infilammo tutto dentro. George scoprì inoltre una mezza lattina di salmone e vuotò anche il contenuto di quella nella pentola. Disse che appunto in ciò consisteva la bellezza dello stufato irlandese: ci si libera di tutta la roba vecchia. Pescai ancora, e trovai due uova incrinate, e dentro anche quelle. George ci assicurò che così l’intingolo sarebbe venuto più denso. Ora non mi ricordo tutti gli altri ingredienti ma vi posso assicurare che nulla fu sciupato; e verso la fine Montmorency, che era stato attentissimo a tutto il procedimento, si allontanò con un’aria molto seria e pensierosa e poi riapparve, qualche minuto dopo, con un topo di fogna morto in bocca che, evidentemente, voleva offrire come suo contributo al pranzo; se l’abbia fatto con intento sarcastico oppure obbedendo a un generico desiderio di collaborare, non saprei dirlo. Non discutemmo la convenienza di metter dentro il topo; Harris era del parere che ci sarebbe stato benissimo, perché si sarebbe mischiato con le altre cose e le avrebbe migliorate. Ma George fece appello ai precedenti. Disse che non si ricordava che nello stufato all’irlandese c’entrassero anche i topi di fogna e che quindi preferiva andare sul sicuro, mantenendosi sulla vecchia e provata ricetta, senza introdurre novità. Harris disse: – Ma se non si provano le novità, come si può dire come sono? I tipi come te ritardano il progresso. Pensa un po’, invece, a quelli che sperimentarono per primi le salsicce viennesi. Lo stufato all’irlandese fu una vera cannonata e devo dire che mai avevo mangiato altro con egual piacere. Aveva in se qualcosa di fresco e di piccante. Si sa che il nostro palato si stanca della solita zuppa di tutti i giorni, e invece questo era un piatto di fragranza nuova e di un sapore che non ne ricordava nessun altro al mondo. Inoltre, per dirla con George, esso era nutriente perché dentro ce ne stava, di roba buona! Forse le patate e i piselli avrebbero potuto essere un po’ più morbidi, ma siccome avevamo tutti buone dentature la cosa non rivestiva nessuna importanza. In quanto all’intingolo, poi, era un poema; un po’ troppo forte, se vogliamo, per gli stomaci delicati,ma innegabilmente nutrientissimo. Capitolo XIV.

A Wargrave la locanda “Giorgio e il drago” vanta un’insegna dipinta su un lato da Leslie, dell’Accademia Reale; e sull’altro da Hodgson, pittore locale. Leslie ha raffigurato il combattimento e Hodgson ha immaginato la scena del “dopo”: Giorgio che, fatto il lavoro, si gode la sua brava pinta di birra. Capitolo XIV.

Nella chiesa di Walton c’è una specie di museruola di ferro che in tempi passati era usata per chiudere la bocca alle donne. Ora non ci provano più. Forse perché il ferro è diventato raro e niente altro sarebbe abbastanza resistente. Capitolo VIII.

Le vecchie maioliche che appendiamo come ornamento alle pareti, pochi secoli fa non erano che suppellettili usuali di ogni giorno e le statuine del roseo pastore e della gialla pastorella che ora esibiamo ai nostri amici perché facciano mostra di essere intenditori e si sbavino in elogi, non erano che semplici soprammobili posti sui caminetti e che le mamme del diciottesimo secolo usavano come succhiotti per acquietare i figlioli piangenti. Avverrà lo stesso nel futuro? I tesori di alto valore dell’oggi, saranno sempre le bagattelle di ieri che costavano due soldi? Ci saranno in bella mostra file dei nostri comuni piatti a disegno cinese sui caminetti dei ricchi nell’anno duemila e dispari? Le tazze bianche con l’orlo dorato e, dentro, i bei fiori in oro (di specie sconosciuta) che le nostre donne di servizio ora rompono a cuor leggero saranno forse accuratamente riappiccicate e messe su di una mensola e spolverate personalmente e solamente dalla padrona di casa? Nel mio appartamento ammobiliato v’è un cane di porcellana; è bianco, ha occhi scuri e il naso di un rosa delicato con puntini neri. Alza la testa con un senso di pena ed hanno avuto l’abilità di fargli un’espressione che raggiunge l’apice dell’imbecillità. Francamente non mi piace. Se poi dovessi considerarlo dal punto di vista artistico mi ci irriterei. E’ oggetto di sarcasmo da parte di amici senza riguardo, e persino la padrona di casa non l’ammira affatto e ne tollera la presenza solo perché è un regalo di sua zia. Ma è più che probabile che fra duecento anni quel cane sarà riscavato in qualche posto, mutilato delle gambe e con la coda rotta e sarà venduto per esemplare rarissimo ed esposto sotto una campana di vetro. La gente gli girerà intorno e lo ammirerà e rimarrà colpita dalla straordinaria profondità del colore del naso e discuterà sul come doveva essere stato bello il pezzo di coda mancante. Eppure noi, in quest’epoca, non vediamo la bellezza di quel cane. Esso ci è troppo familiare. Succede lo stesso con il tramonto e le stelle; la loro soavità non ci conquista più perché ormai i nostri occhi si sono abituati a vederli. E così pure per il cane di porcellana. Nel 2288 la gente si estasierà per esso. La fabbricazione di questi cani sarà ormai un’arte scomparsa; i nostri discendenti si scervelleranno per indovinare come facemmo noi a modellarli, dirà che eravamo espertissimi e riferendosi a noi diranno con venerazione “quegli antichi, grandi artisti che fiorirono nel secolo diciannovesimo e produssero cani di maiolica come questo”. Capitolo VI.

Il primo ad arrivare fu il fattorino di Biggs. Biggs è il nostro ortolano e il suo talento maggiore consiste nell’assoldare i fattorini più vagabondi e scostumati che la civiltà abbia sinora prodotti. Se nel campo dei ragazzi del vicinato vediamo allignare qualcosa di fuor del comune in quanto a cattiva creanza, sappiamo ch’è l’ultima scoperta di Biggs. M’hanno riferito che, all’epoca del grande delitto di Coram Street, la nostra via era giunta prontamente alla conclusione che il fattorino di Biggs (quello di allora) doveva esserne il principale responsabile, e se il giorno dopo il delitto, quando si presentò per ricevere le ordinazioni e fu sottoposto a martellante interrogatorio dall’inquilino del numero 19 (assistito da quello del numero 21 che per caso si trovava sulla porta), non fosse stato capace di presentare un alibi inoppugnabile, se la sarebbe vista brutta. Non so chi fosse a quell’epoca il fattorino di Biggs ma a giudicare da quelli che ho conosciuto dopo, io non avrei dato troppo peso all’alibi. Capitolo V.

George prese il giornale, e ci lesse le notizie di sinistri alle imbarcazioni, e le previsioni del tempo; queste ultime profetizzavano “pioggia, freddo, umido, con tendenza al bello” (quanto di più spaventevole ci possa essere nel tempo). “Temporali vari con scariche elettriche, vento dall’est, depressione sulla contea di Midland (Londra e Manica). Barometro in discesa.” Io pensavo che tra tutte le stupide, irritanti cretinerie che ci affliggono, questa della “previsione del tempo” è forse la più perversa. Essa “prevede” esattamente quello che successe ieri o l’altro ieri e altrettanto esattamente l’opposto di quanto succederà oggi. Ricordo che mi rovinai completamente le vacanze ad autunno inoltrato, appunto per avere tenuto conto delle previsioni del tempo del giornale locale. “Per oggi si prevedono forti piogge a carattere temporalesco”, diceva al lunedì, e così noi rimandammo il pic-nic e rimanemmo chiusi in casa per tutta la giornata in attesa della pioggia. La gente passava davanti alla nostra porta e se ne andava fuori tutta allegra e felice su carrozze e carrozzini, il sole bruciava e non c’era una nuvola in cielo. – Ah! Ah! – dicevamo noi guardando attraverso i vetri. Torneranno a casa inzuppati come spugne! Ghignavamo, pensando alla doccia che si sarebbero buscata, e tornavamo ad attizzare il fuoco, a riprendere in mano i libri, a mettere in ordine i nostri esemplari di alghe marine e di conchiglie. Verso mezzogiorno col sole che penetrava nella stanza, il caldo divenne opprimente e cominciammo a chiederci quando sarebbero arrivati gli scrosci di pioggia. – Vedrai! Cominceranno nel pomeriggio, stanne certo, – ci dicevamo l’un l’altro. – Poveretti quelli, come si bagneranno! Sarà uno spasso. All’una la padrona di casa venne giù e ci chiese se non saremmo usciti, con quella bella giornata. – No! No! – rispondemmo con un sorriso furbo, – noi non abbiamo nessuna voglia di bagnarci, sa! Passò quasi tutto il pomeriggio e non si vide nessun segnale di pioggia ed allora cercammo di confortarci pensando che sarebbe caduta improvvisamente, tutta d’un colpo, proprio nel momento in cui i gitanti si trovavano sulla strada per far ritorno a casa e quindi lontani da ogni ricovero in modo che si sarebbero bagnati più che mai. Ma intanto non veniva giù neanche una goccia; la giornata passò e sopravvenne una notte incantevole. Al mattino seguente leggemmo che il tempo sarebbe stato “caldobello – con tendenza alla stabilità – molto caldo”; e allora ci vestimmo di abiti leggeri ed uscimmo. Mezz’ora dopo che eravamo partiti cominciò a piovere forte, si levò un vento freddo e tutti e due durarono per l’intera giornata e noi ritornammo pieni di raffreddori e di reumatismi e ci dovemmo mettere a letto. Il tempo è una cosa che supera completamente le mie capacità. Non ci capisco niente. E il barometro è inutile; ti trae in inganno come le previsioni del giornale. Ve n’era uno appeso in un albergo di Oxford dove scesi la primavera scorsa. Al mio arrivo, segnava “tempo bello stabile”. Fuori, l’acqua veniva giù che Dio la mandava e così era stato per tutto il giorno. Io non ci capivo nulla. Detti un colpettino al barometro, che saltò e segnò “molto secco”. Stava passando il facchino dell’albergo il quale si fermò e disse che secondo lui il barometro si riferiva a domani. Avanzai l’ipotesi che si riferisse a due settimane prima, ma il facchino disse che no, non lo credeva. Al mattino seguente detti qualche altro colpettino e il barometro salì ancora mentre la pioggia scendeva sempre più violenta. Al mercoledì ritornai a battere e la lancetta passò dal “bello stabile”, “molto secco”, al “molto caldo” fino a che non poté più muoversi perché c’era un bottone d’arresto. Fece invero del suo meglio; ma lo strumento era stato costruito in modo che non poteva profetizzare bel tempo con maggiore entusiasmo senza rompersi. Era chiaro che avrebbe voluto proseguire, per pronosticare siccità, mancanza di acqua, colpi di sole, venti caldi del deserto, “et similia”, ma il bottone di arresto glielo proibiva e quindi doveva contentarsi di indicare sempre quel banalissimo “molto secco”. Intanto la pioggia continuava a venir giù ininterrotta e il fiume, straripato, aveva allagato i quartieri bassi. Il facchino disse che era certo che una volta o l’altra avremmo avuto una sequenza di tempo magnifico e lesse due versi scolpiti sulla custodia di quell’oracolo. Lontana previsione, dura assai. Predetta da vicino, azzecca mai. Quell’estate il tempo bello non si vide. Immagino che quella macchina si riferisse alla primavera successiva. Ci sono poi i barometri di stile moderno, quelli lunghi a tubo diritto. Non ne capisco né capo né coda. C’è un lato per le dieci del mattino di ieri e un lato per le dieci del mattino di oggi, ma ammetterete che non si può fare sempre una alzataccia per arrivare lì alle dieci del mattino. Questo barometro sale o scende a seconda di pioggia o bel tempo, di molto o poco vento, e ad un capo c’è scritto “Nly” e all’altro “Ely” (ma che cosa c’entra la piccola Elisa?), e se gli date una bottarella non vi indica nulla. Inoltre occorre fare la correzione col livello del mare e la riduzione in gradi Fahrenheit; ma neanche questo basta perché si possa capire quello che il barometro dice. Ma chi mai desidera farsi predire il tempo che farà? Non è cosa già abbastanza molesta quando arriva? Perché sobbarcarsi anche alla tortura di saperlo prima? Il profeta più gradito è il vecchietto che in qualche mattino nero di una giornata che si vorrebbe bella, scruta l’orizzonte col suo occhio esperto e ci dice: – Niente paura, signori. Credo che schiarirà e sarà una bellissima giornata. Vedrà che schiarirà benissimo, signore. – Se ne intende, – diciamo noi mentre gli diamo il buon giorno e partiamo, – è straordinario come sono esperti, questi vecchietti! Per quest’uomo noi sentiamo affetto, un affetto che non diminuirà per colpa della circostanza che invece il tempo non schiarisce affatto, e per tutta la giornata piove in continuazione. – Pazienza, – pensiamo, – ha fatto del suo meglio. Invece per quello che ci ha profetizzato tempo cattivo nutriamo solo antipatia e pensieri vendicativi. Nel passare gli gridiamo allegramente: – Crede che schiarisca? – No, signori. Potrei sbagliarmi, ma credo che per oggi si manterrà così, – ci risponde scuotendo la testa. – Pezzo di cretino! – borbottiamo, – che cosa ne sai tu, del tempo? – Se poi succede che aveva ragione torniamo indietro ancora più incolleriti con lui e con una vaga idea che ci sia stato un po’ del suo zampino. Quella mattina in particolare, però, era troppo bella, troppo piena di sole; non potevamo lasciarci turbare fuor di misura dalla raccapricciante lettura di George che diceva “barometro in discesa”, “perturbazioni atmosferiche in movimento sull’Europa meridionale”, “pressione in aumento”. Perciò, visto che non riusciva a rattristarci e che stava solo sprecando il fiato, egli sgraffignò la sigaretta che m’ero arrotolata con tanta cura e se ne andò. Capitolo 5.

Ricordo che un amico comperò due forme di formaggio a Liverpool. Erano due bellissimi pezzi di cacio tenero e maturo e con un odore della forza di cento cavalli vapore che garantisco si sentiva a tre miglia di distanza e che a duecento metri avrebbe fulminato un uomo. Mi trovavo anch’io a Liverpool e il mio amico mi disse che siccome lui non poteva lasciare la città prima di un paio di giorni, sarei stato molto gentile se glielo avessi portato io a Londra perché altrimenti si sarebbe guastato. – Naturalmente, con piacere, – risposi io, – con piacere. Andai a prendere i due formaggi e me li portai in una carrozza. Ma che carrozza! Era uno scatolone sgangherato trascinato da un bucefalo sonnambulo bolso e dinoccolato al quale il suo padrone, in un momento di entusiasmo, durante la conversazione, diede il nome di cavallo. Collocai i formaggi sul mantice della carrozza e partimmo arrancando in una maniera che avrebbe fatto credito al più lento compressore stradale a vapore che sia mai stato costruito, e tutto andò a un ritmo allegro come una campana a morto finché non girammo l’angolo della strada. Arrivati lì il vento portò una zaffata di formaggio al nostro bucefalo il quale ne fu risvegliato e con un nitrito di terrore si buttò alla velocità di tre miglia all’ora. Il vento tirava sempre nella sua direzione e prima che fossimo arrivati alla fine della strada, il destriero correva quasi a quattro miglia all’ora “seminando” per strada gli sciancati e le vecchie grasse.Quando arrivammo alla stazione ci vollero due facchini, oltre al vetturino, per tenere il quadrupede e forse non ci sarebbero riusciti neppure così se qualcuno non avesse avuto la presenza di spirito di mettergli un fazzoletto sul naso e di bruciare della cartaccia per far fumo. Feci il biglietto e percorsi orgogliosamente la banchina, con i miei formaggi, tra due ali di gente che faceva largo al mio passaggio. Il treno era affollato e dovetti entrare in uno scompartimento occupato già da sette persone. Un vecchio bilioso protestò ma io entrai ugualmente e, messi i formaggi sul portabagagli, mi sedetti nel posto vuoto sorridendo affabilmente e dissi che faceva molto caldo. Passò qualche minuto e subito il vecchio cominciò ad agitarsi e a dire: – Troppa aria di chiuso, qua dentro. – Opprimente davvero, – disse il viaggiatore seduto vicino a lui. Cominciarono ad annusare tutti e due e alla terza annusata il profumo riempì i loro polmoni sicché si alzarono senza far motto e se ne uscirono. Si alzò subito anche una robusta donna dicendo quanto fosse indegno che una rispettabile signora sposata avesse da esser maltrattata a quel modo; raccolse il suo sacco da viaggio e otto pacchi e se ne andò. I quattro viaggiatori superstiti rimasero seduti per un certo tempo, fino a che un signore dall’aria solenne che ora stava solo in un angolo e che dall’abito e dall’aspetto generale sembrava appartenere alla corporazione degli impresari di pompe funebri, precisò che quell’odore gli faceva pensare al cadavere di un bambino; gli altri tre cercarono di uscire allo stesso tempo e si scontrarono sulla porta. Io feci un sorriso di risposta al signore in nero e gli dissi che, a quanto pareva, avremmo avuto lo scompartimento tutto per noi; egli rise amabilmente e disse che c’è della gente che fa un sacco di storie per una cosetta da nulla. Ma anche lui, dopo che il treno si mise in moto, cominciò a fare una strana cera e perciò arrivati che fummo a Crewe lo invitai a bere un bicchierino. Accettò e a forza di spintoni scendemmo al bar ove dovemmo gridare, pestare i piedi e agitare gli ombrelli perché una ragazza si avvicinasse e ci chiedesse che cosa volevamo. – Lei che cosa prende? – dissi rivolgendomi al mio amico. – Mezza corona di cognac, signorina, – rispose egli, rivolgendosi alla ragazza al banco. – Liscio, per favore. E, avendolo bevuto, uscì in silenzio e salì in un altro scompartimento, cosa che mi parve meschina, da parte sua. Da Crewe in poi, nonostante l’affollamento, ebbi lo scompartimento tutto per me. Quando ci fermavamo alla stazione, la gente, vedendo il mio scompartimento vuoto, si precipitava. – Qui, Maria, vieni, qui c’è molto posto. – Eccomi, Tom, entriamo qui, – gridavano. E arrivavano carichi di bagagli pesanti e lottando sulla porta per passare per primi. Uno apriva lo sportello, saliva sul predellino, vacillava e cadeva fra le braccia di quello che gli veniva dietro; salivano tutti, annusavano e scappavano per andarsi a pigiare in un altro scompartimento o magari pagavano la differenza e passavano in prima classe. Scesi alla stazione di Euston e andai difilato a portare i due formaggi a casa del mio amico. Quando la signora entrò nella stanza annusò un poco e poi disse: – Che cosa è? mi dica la verità, tutta la verità. – Formaggi, – risposi. – Tom li ha comperati a Liverpool e mi ha chiesto il favore di portarglieli. Aggiunsi che mi auguravo comprendesse che io ero perfettamente estraneo alla faccenda e lei disse che non ne dubitava affatto ma che Tom, al ritorno, l’avrebbe sentita. Il mio amico fu trattenuto a Liverpool più a lungo di quanto avesse pensato e siccome dopo tre giorni non aveva ancora fatto ritorno a casa, la moglie venne da me. – Che cosa le disse Tom circa quei formaggi? – mi chiese. Risposi che egli mi aveva spiegato che dovevano essere tenuti in luogo umido e che nessuno li doveva toccare. Lei disse: – Oh! non c’è pericolo… nessuno li toccherà. Ma lui, li ha fiutati? Credevo di sì e aggiunsi che avevo avuto l’impressione che a quei formaggi ci tenesse molto. – Crede che andrebbe in collera, – chiese lei, – se regalassi una sterlina a qualcuno per farli portar via e interrarli? Risposi che suo marito se la sarebbe presa per tutta la vita. Allora lei ebbe un’idea e disse: – Le dispiacerebbe di conservarglieli lei stesso? Glieli mando qui. – Signora, – risposi io, – se fosse per me… a me l’odore del formaggio piace e il viaggio che feci con essi l’altro giorno da Liverpool lo ricorderò sempre come il bellissimo coronamento di una piacevole vacanza. Ma, a questo mondo, occorre tener presente anche gli altri. La donna sotto il cui tetto ho l’onore di abitare è una vedova, e, a quanto pare, è anche orfana. Essa ha la mania tremenda, direi eloquente, che tutti vogliano, come dice lei, abusare in casa sua. La presenza dei formaggi di vostro marito, la farebbe istintivamente pensare che io abuso e io non permetterò mai che si dica che io abuso di una vedova e per di più orfana. – Benissimo, allora, – disse la moglie del mio amico alzandosi, – posso solo dire che me ne andrò all’albergo con i bambini e vi resterò fino a che quei formaggi non saranno stati mangiati. Mi rifiuto di vivere nella medesima casa con essi. E mantenne la parola, affidando la casa alla donna a ore la quale, quando le chiesero se poteva sopportare quell’odore, rispose: – Quale odore? – e quando le fecero prendere i formaggi e glieli fecero annusare forte disse di sentire un lieve profumo di melone. Era chiaro che quell’atmosfera non poteva nuocere alla donna e la lasciarono lì. Il conto dell’albergo salì a quindici sterline e il mio amico, dopo aver fatto i calcoli, vide che quei formaggi gli erano venuti a costare otto scellini e mezzo alla libbra. Disse che gli piaceva mangiare ogni giorno un pezzettino di formaggio, ma che il prezzo di quello non se lo poteva permettere e perciò decise di sbarazzarsene. Li prese e li gettò nel canale; ma fu obbligato a ripescarli perché gli uomini delle chiatte protestarono. Dissero che quel puzzo li faceva svenire. Ed allora in una notte oscura prese le due forme e le andò a deporre nella camera mortuaria della parrocchia. Ma il custode li scoprì e sollevò una cagnara spaventosa. Disse che quello era stato un complotto per togliergli il pane dalla bocca risvegliando i cadaveri. Alla fine, il mio amico se ne liberò portandoli in una città di mare ove li seppellì sulla spiaggia. Ciò procurò a quel luogo gran fama. I villeggianti dissero che non s’erano accorti, prima, dell’aria frizzante che c’era; e da allora, per molti anni, gli ammalati di petto vi affluirono in folla. Ritenni perciò che George aveva ragione rifiutandosi di portare formaggio con noi. Capitolo IV.


Lentamente, il ricordo dorato del sole tramontato svanisce dal cuore delle nuvole fredde e tristi. Gli uccelli, silenti come bimbi imbronciati, hanno cessato il loro canto e solo il grido lamentoso della pavoncella, e il gracchiare roco dell’edrone rompono la quiete reverente intorno allo specchio di acqua, su cui esala l’ultimo respiro il giorno morente. Dalle boscaglie nebbiose, indistinte, sulle due rive, le ombre grigie, gli eserciti spettrali della notte, escono strisciando con silenzioso moto, con piedi invisibili, e passano sopra l’ondeggiante erba lacustre, attraversano i sospiranti giunchi; e la Notte, assisa sul suo tetro soglio, spiega le ali funeree sull’oscurato mondo e, dal suo palazzo fantastico illuminato dalle pallide stelle, regna in silenzio. Capitolo II.

Quanto a me, era il fegato a essere fuori posto. Ero certo che fosse il fegato a essere fuori posto perchè avevo appena letto il volantino pubblicitario di una specialità medicinale che elencava nei particolari vari sintomi mediante i quali un uomo poteva capire se il suo fegato fosse fuori di posto. Io li avevo tutti. Capitolo I.


Autore: Jerome, Jerome K.
Titolo:Tre uomini in barca / Jerome Klapka Jerome ; traduzione di Bruno Oddera ; illustrazioni di Gianluigi Coppola
Pubblicazione: Milano: A. Mondadori, 1987
Descrizione fisica: 227 p. : 8! c. di tav. : ill. ; 22 cm
Collezione: I classici