XIV lettura terminata


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Inizio lettura 29.10.2006 – Fine lettura 02.11.2006

Un saggio ben scritto e quindi ne è risultata una piacevole lettura. Strepitosa la prefazione di Andrea Vitali. Questo libro mi ha ispirato la prossima lettura.

Voto:

Adoloaldo, Agelmundo, Agilulfo, Albruna, Albsuinda, Ansa, Anselperga, Arbeo, Arioaldo, Arigino, Ariperto, Atanagildo, Austrigosa, Cacano, Clotsuinda, Cunicperto, Cusuplado, Droctulfo, Gsvinda, Gundiperga, Gundoaldo, Ingenuino, Liutperga, Nordulfo, Ranicunda, Perctarito, Rotcauso, Salinga, Smaragdo, Teoderada, Tassilone, Wacone, Walderada, Wigilinda, Zangrulfo. Passim.

Se il tuo Dio mi renderà il fiume che un demone mi ha rubato, io sarò cristiano. Eriprando intanto percorreva il letto disseccato del Lambro con grande fatica “tra macigni, ghiaia, sterpi bruciati dal gran sole”, quando gli apparve un cacciatore, “un ignoto che aveva un arco a tracolla e un turcasso piemo di frecce”: A questi il vecchio venerando domandò se conoscesse una sorgente per quelle alture. Il misterioso arciere sul cui volto era disegnata l’espressione di chi aspetta una domanda attesa, lo guardò senza parlare, ma lasciando intendere di avere in sè la soluzione per quel doloroso problema. Divelto un ramo di noccioli, ne strappò tutte le foglie, lo curvò con ambedue le mani e lo porse ad Eriprando dicendo: “Va pure, questo ramo ti guiderà; e là dove arcuato verso l’alto si girerà verso i tuoi piedi tu troverai l’acqua che disseterà la tua gente”. Così avvenne, dopo naturalmente altre faticose ricerche e proprio “mentre ogni energia stava per abbandonarlo”: rimosso un masso affondato nella terra, prima ne uscì un turbine d’aria e quindi la tanto sospirata acqua. Pagine 92-93

Ancora un saggio storico su un argomento che questa volta non conosco.

Autore: Bonalumi, Felice
Titolo: Teodolinda : una regina per l’Europa / Felice Bonalumi ; presentazione di Andrea Vitali
Pubblicazione: Cinisello Balsamo : San Paolo, [2006]
Descrizione fisica: 253 p., [2] c. di tav. : ill. ; 23 cm.
Numeri: ISBN – 88-215-5713-8

XIII lettura terminata


assassinio_di_giulio_cesare_di_m_parenti.jpgL'assassinio di Giulio Cesare di Michael ParentiInizio lettura 26.10.2006 – Fine lettura 29.10.2006

Alla fine risulta essere un saggio “contro” un certo modo di interpretare la storia. Non porta però nulla di nuovo. L’autore mi sembra troppo preoccupato di confrontarsi con gli altri storici anzichè andare per la sua strada. Risultato? Al lettore potrebbe apparire non troppo convinto delle sue ragioni. Sono un pò deluso.

Voto
Quella politica che pretende di aspirare alla pace ma genera infallibilmente la guerra, la politica della preparazione permanente alla guerra, la politica di un interventismo invadente. Non c’era angolo del mondo conosciuto in cui non si vedessero dei pericoli o dei reali attacchi ai propri interessi. Se non si trattava di interessi dei romani, erano interessi degli alleati dei romani; e se Roma non aveva alleati, allora se li inventava. Quando era proprio impossibile escogitare un qualche interesse, allora era l’onore della nazione che veniva oltraggiato. Capitolo I.

Gli oligardchi di Roma non facevano eccezione. Sprofondati negli agi e nel lusso, rimasero sempre ostili verso l’elemento democratico. Apprezzavano la repubblica solo in qunro al servizio del loro stile di vita… Introduzione

E’ arrivato proprio oggi in biblioteca. La recensione dice di raccontare la storia dell’assassinio di Giulio Cesare dal punto di vista del popolo: “una storia dal basso”… vediamo com’è. Torno per qualche giorno ad uno dei miei amori: la storia.

12 lettura terminata – Canne al Vento di Grazia Deledda


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Inizio lettura 23.10.2006 – Fine lettura 26.10.2006

E’ un libro che si “vede” tanto sono vive le pagine della Deledda. Un libro pieno di colori accesi. Paesaggi incredibili, una terra ostile e unica. Una sardegna di inizio ’900 incredibilmente bella. Imperdibile.

Voto: 10/10

Ex libro

La nebbia si diradava, apparivano profili di boschi neri sull’azzurro pallido dell’orizzonte; poi tutto fu sereno, come se mani invisibili tirassero di qua e di là i veli del mal tempo, e un grande arcobaleno di sette vivi colori e un altro più piccolo e più scialbo s’incurvarono sul paesaggio. La primavera nuorese sorrise allora al povero Efix seduto sulla porta della chiesetta. Grandi ranuncoli gialli, umidi come di rugiada, brillarono nei prati argentei, e le prime stelle apparse al cadere della sera sorrisero ai fiori: il cielo e la terra parevano due specchi che si riflettessero.

Un usignuolo cantò sull’albero solitario ancora soffuso di fumo. Tutta la frescura della sera, tutta l’armonia delle lontananze serene, e il sorriso delle stelle ai fiori e il sorriso dei fiori alle stelle, e la letizia fiera dei bei giovani pastori e la passione chiusa delle donne dai corsetti rossi, e tutta la malinconia dei poveri che vivono aspettando l’avanzo della mensa dei ricchi, e i dolori lontani e le speranze di là, e il passato, la patria perduta, l’amore, il delitto, il rimorso, la preghiera, il cantico del pellegrino che va e va e non sa dove passerà la notte ma si sente guidato da Dio, e la solitudine verde del poderetto laggiù, la voce del fiume e degli ontani laggiù, l’odore delle euforbie, il riso e il pianto di Grixenda, il riso e il pianto di Noemi, il riso e il pianto di lui, Efix, il riso e il pianto di tutto il mondo, tremavano e vibravano nelle note dell’usignuolo sopra l’albero solitario che pareva più alto dei monti, con la cima rasente al cielo e la punta dell’ultima foglia ficcata dentro una stella. Capitolo XIV.

Tutto era mutato; il mondo si allargava come la valle dopo l’uragano quando la nebbia sale su e scompare: il Castello sul cielo azzurro, le rovine su cui l’erba tremava piena di perle, la pianura laggiù con le macchie rugginose dei giuncheti, tutto aveva una dolcezza di ricordi infantili, di cose perdute da lungo tempo, da lungo tempo piante e desiderate e poi dimenticate e poi finalmente ritrovate quando non si ricordano e non si rimpiangono più.

Tutto è dolce, buono, caro: ecco i rovi della Basilica, circondati dai fili dei ragni verdi e violetti di rugiada, ecco la muraglia grigia, il portone corroso, l’antico cimitero coi fiori bianchi delle ossa in mezzo all’avena e alle ortiche, ecco il viottolo e la siepe con le farfalline lilla e le coccinelle rosse che sembrano fiorellini e bacche: tutto è fresco, innocente e bello come quando siamo bambini e siamo scappati di casa a correre per il mondo meraviglioso. Capitolo XII.

Aprile rallegrava anche il triste cortile, le rondini sporgevano la testina nera dai nidi della loggia guardando le compagne che volavano basse come inseguendo la loro ombra sull’erba fitta dell’antico cimitero. Capitolo XII.

Il villaggio bianco sotto i monti azzurri e chiari come fatti di marmo e d’aria, ardeva come una cava di calce: ma ogni tanto una marea di vento lo rinfrescava e i noci e i peschi negli orti mormoravano tra il fruscìo dell’acqua e degli uccelli. Capitolo X.

Prima dell’alba s’avviò in cerca di Giacinto. E su e su, per lo stradone dapprima grigio, poi bianco, poi roseo: l’aurora pareva sorgere dalla valle come un fumo rosso inondando le cime fantastiche dell’orizzonte. Monte Corrasi, Monte Uddè, Bella Vista, Sa Bardia, Santu Juanne Monte Nou sorgevano dalla conca luminosa come i petali di un immenso fiore aperto al mattino; e il cielo stesso pareva curvarsi pallido e commosso su tanta bellezza. Capitolo X.

Una sera, in luglio, Noemi stava seduta al solito posto nel cortile, cucendo. La giornata era stata caldissima e il cielo d’un azzurro grigiastro pareva soffuso ancora della cenere d’un incendio di cui all’occidente si smorzavano le ultime fiamme; i fichi d’India già fioriti mettevano una nota d’oro sul grigio degli orti e laggiù dietro la torre della chiesa in rovina i melograni di don Predu parevano chiazzati di sangue. Capitolo IX.

L’euforbia odorava intorno, la luna azzurrognola splendeva sul rudero della torre come una fiamma su un candelabro nero, e pareva che in quell’angolo di mondo morto non dovesse più spuntare il giorno. Capitolo VIII.

E Dio prometteva una buona annata, o per lo meno faceva ricoprir di fiori tutti i mandorli e i peschi della valle; e questa, fra due file di colline bianche, con lontananze cerule di monti ad occidente e di mare ad oriente, coperta di vegetazione primaverile, d’acque, di macchie, di fiori, dava l’idea di una culla gonfia di veli verdi, di nastri azzurri, col mormorìo del fiume monotono come quello di un bambino che s’addormentava. Capitolo I.

La luna saliva davanti a lui, e le voci della sera avvertivano l’uomo che la sua giornata era finita. Era il grido cadenzato del cuculo, il zirlio dei grilli precoci, qualche gemito d’uccello; era il sospiro delle canne e la voce sempre più chiara del fiume: ma era soprattutto un soffio, un ansito misterioso che pareva uscire dalla terra stessa; sì, la giornata dell’uomo lavoratore era finita, ma cominciava la vita fantastica dei folletti, delle fate, degli spiriti erranti. I fantasmi degli antichi Baroni scendevano dalle rovine del castello sopra il paese di Galte, su, all’orizzonte a sinistra di Efix, e percorrevano le sponde del fiume alla caccia dei cinghiali e delle volpi: le loro armi scintillavano in mezzo ai bassi ontani della riva, e l’abbaiar fioco dei cani in lontananza indicava il loro passaggio. Efix sentiva il rumore che le panas facevano nel lavar i loro panni giù al fiume, battendoli con uno stinco di morto e credeva di intraveder l’ammattadore, folletto con sette berretti entro i quali conserva un tesoro, balzar di qua e di là sotto il bosco di mandorli, inseguito dai vampiri con la coda di acciaio. Era il suo passaggio che destava lo scintillio dei rami e delle pietre sotto la luna: e agli spiriti maligni si univano quelli dei bambini non battezzati, spiriti bianchi che volavano per aria tramutandosi nelle nuvolette argentee dietro la luna: e i nani e le janas, piccole fate che durante la giornata stanno nelle loro case di roccia a tesser stoffe d’oro in telai d’oro, ballavano all’ombra delle grandi macchie di filirèa, mentre i giganti s’affacciavano fra le rocce dei monti battuti dalla luna, tenendo per la briglia gli enormi cavalli verdi che essi soltanto sanno montare, spiando se laggiù fra le distese d’euforbia malefica si nascondeva qualche drago o se il leggendario serpente cananèa, vivente fin dai tempi di Cristo, strisciava sulle sabbie intorno alla palude. Specialmente nelle notti di luna tutto questo popolo misterioso anima le colline e le valli: l’uomo non ha diritto a turbarlo con la sua presenza, come gli spiriti han rispettato lui durante il corso del sole; è dunque tempo di ritirarsi e chiuder gli occhi sotto la protezione degli angeli custodi. Capitolo I.

Il servo era abituato a obbedire alle sue padrone e non fece altre richieste: tirò una cipolla dal grappolo, un pezzo di pane dalla bisaccia e mentre il ragazzo mangiava ridendo e piangendo per l’odore dell’aspro companatico, ripresero a chiacchierare. I personaggi più importanti del paese attraversavano il loro discorso: prima veniva il Rettore, poi la sorella del Rettore, il sindaco, cugino delle padrone di Efix. Anche don Predu era ricco, ma non come il Milese. Poi veniva Kallina l’usuraia, ricca anche lei ma in modo misterioso. Capitolo I.

All’alba partì, lasciando il ragazzo a guardare il podere. Lo stradone, fino al paese era in salita ed egli camminava piano perché l’anno passato aveva avuto le febbri di malaria e conservava una gran debolezza alle gambe: ogni tanto si fermava volgendosi a guardare il poderetto tutto verde fra le due muraglie di fichi d’India; e la capanna lassù nera fra il glauco delle canne e il bianco della roccia gli pareva un nido, un vero nido. Ogni volta che se ne allontanava lo guardava così, tenero e melanconico, appunto come un uccello che emigra: sentiva di lasciar lassù la parte migliore di se stesso, la forza che dà la solitudine, il distacco dal mondo; e andando su per lo stradone attraverso la brughiera, i giuncheti, i bassi ontani lungo il fiume, gli sembrava di essere un pellegrino, con la piccola bisaccia di lana sulle spalle e un bastone di sambuco in mano, diretto verso un luogo di penitenza: il mondo. Ma sia fatta la volontà di Dio e andiamo avanti. Ecco a un tratto la valle aprirsi e sulla cima a picco d’una collina simile a un enorme cumulo di ruderi, apparire le rovine del Castello: da una muraglia nera una finestra azzurra vuota come l’occhio stesso del passato guarda il panorama melanconico roseo di sole nascente, la pianura ondulata con le macchie grigie delle sabbie e le macchie giallognole dei giuncheti, la vena verdastra del fiume, i paesetti bianchi col campanile in mezzo come il pistillo nel fiore, i monticoli sopra i paesetti e in fondo la nuvola color malva e oro delle montagne Nuoresi. Efix cammina, piccolo e nero fra tanta grandiosità luminosa. Il sole obliquo fa scintillare tutta la pianura; ogni giunco ha un filo d’argento, da ogni cespuglio di euforbia sale un grido d’uccello; ed ecco il cono verde e bianco del monte di Galte solcato da ombre e da strisce di sole, e ai suoi piedi il paese che pare composto dei soli ruderi dell’antica città romana. Lunghe muriccie in rovina, casupole senza tetto, muri sgretolati, avanzi di cortili e di recinti, catapecchie intatte più melanconiche degli stessi ruderi fiancheggiano le strade in pendìo selciate al centro di grossi macigni; pietre vulcaniche sparse qua e là dappertutto danno l’idea che un cataclisma abbia distrutto l’antica città e disperso gli abitanti; qualche casa nuova sorge timida fra tanta desolazione, e pinte di melograni e di carrubi, gruppi di fichi d’India e palmizi danno una nota di poesia alla tristezza del luogo. Ma a misura che Efix saliva questa tristezza aumentava, e a incoronarla si stendevano sul ciglione, all’ombra del Monte, fra siepi di rovi e di euforbie, gli avanzi di un antico cimitero e la Basilica pisana in rovina. Le strade erano deserte e le rocce a picco del Monte apparivano adesso come torri di marmo.
Efix si fermò davanti a un portone attiguo a quello dell’antico cimitero. Erano quasi eguali, i due portoni, preceduti da tre gradini rotti invasi d’erba; ma mentre il portone dell’antico cimitero era sormontato appena da un’asse corrosa, quello delle tre dame aveva un arco in muratura e sull’architrave si notava l’avanzo di uno stemma: una testa di guerriero con l’elmo e un braccio armato di spada; il motto era: quis resistit hujas? Capitolo II.

La Basilica cadeva in rovina; tutto vi era grigio, umido e polveroso: dai buchi del tetto di legno piovevan raggi obliqui di polviscolo argenteo che finivano sulla testa delle donne inginocchiate per terra, e le figure giallognole che balzavano dagli sfondi neri screpolati dei dipinti che ancora decoravano le pareti somigliavano a queste donne vestite di nero e viola, tutte pallide come l’avorio e anche le più belle, le più fini, col petto scarno e lo stomaco gonfio dalle febbri di malaria. Anche la preghiera aveva una risonanza lenta e monotona che pareva vibrasse lontano, al di là del tempo: la messa era per un trigesimo e un panno nero a frange d’oro copriva la balaustrata dell’altare; il prete bianco e nero si volgeva lentamente con le mani sollevate, con due raggi di luce che gli danzavano attorno e parevano emanati dalla sua testa di profeta. Senza lo squillo del campanello agitato dal piccolo sacrista che pareva scacciasse gli spiriti d’intorno. Efix, nonostante la luce, il canto degli uccelli, avrebbe creduto di assistere ad una messa di fantasmi. Eccoli, son tutti lì; c’è don Zame inginocchiato sul banco di famiglia e più in là donna Lia pallida nel suo scialle nero come la figura su nel quadro antico che tutte le donne guardano ogni tanto e che pare affacciata davvero a un balcone nero cadente. E la figura della Maddalena, che dicono dipinta dal vero: l’amore, la tristezza, il rimorso e la speranza le ridono e le piangon negli occhi profondi e nella bocca amara… Capitolo II.

Galline sonnolente che si beccavano sotto le ali, gattini allegri che correvano appresso ad alcuni porcellini rosei, colombi bianchi e azzurrognoli, un asino legato a un piuolo e le rondini per aria davano al recinto l’aspetto dell’arca di Noè: la casetta sorgeva sullo sfondo della vecchia casa riattata del Milese, alta, quest’ultima, col tetto nuovo, ma qua e là scrostata e come graffiata dal tempo indispettito contro chi voleva togliergli la sua preda. Capitolo II.

Le par d’essere ancora fanciulla, arrampicata sul belvedere del prete, in una sera di maggio. Una grande luna di rame sorge dal mare, e tutto il mondo pare d’oro e di perla. La fisarmonica riempie coi suoi gridi lamentosi il cortile illuminato da un fuoco d’alaterni il cui chiarore rossastro fa spiccare sul grigio del muro la figura svelta e bruna del suonatore, i visi violacei delle donne e dei ragazzi che ballano il ballo sardo. Le ombre si muovono fantastiche sull’erba calpestata e sui muri della chiesa; brillano i bottoni d’oro, i galloni argentei dei costumi, i tasti della fisarmonica: il resto si perde nella penombra perlacea della notte lunare. Noemi ricordava di non aver mai preso parte diretta alla festa, mentre le sorelle maggiori ridevano e si divertivano, e Lia accovacciata come una lepre in un angolo erboso del cortile forse fin da quel tempo meditava la fuga. La festa durava nove giorni di cui gli ultimi tre diventavano un ballo tondo continuo accompagnato da suoni e canti: Noemi stava sempre sul belvedere, tra gli avanzi del banchetto; intorno a lei scintillavano le bottiglie vuote, i piatti rotti, qualche mela d’un verde ghiacciato, un vassoio e un cucchiaino dimenticati; anche le stelle oscillavano sopra il cortile come scosse dal ritmo della danza. No, ella non ballava, non rideva, ma le bastava veder la gente a divertirsi perché sperava di poter anche lei prender parte alla festa della vita. Capitolo III.

Era presto ancora: sul cielo lucido del crepuscolo spuntavano le prime stelle, e dietro la torretta del belvedere l’occidente rosseggiava spegnendosi a poco a poco. Una gran pace regnava su quel villaggio improvvisato, e le note della fisarmonica e le voci e le risate entro le capanne parevano lontane. Qua e là davanti ai piccoli fuochi accesi lungo i muri si curvava la figura nera di qualche donna intenta a cucinare. Capitolo IV.

Ma al grido Efix era apparso e si avanzava battendo i piedi in cadenza e agitando le braccia come un vero ballerino. Cantava accompagnandosi: A sa festa… a sa festa so andatu… Arrivato accanto a Grixenda le prese il braccio, si unì alla fila delle danzatrici e parve davvero animare con la sua presenza il ballo: i piedi delle donne si mossero più agili, riunendosi, strisciando, sollevandosi, i corpi si fecero più molli, i visi brillarono di gioia. «Ecco il puntello. Forza, coraggio!» «E su! E su!» Un filo magico parve allacciare le donne dando loro un’eccitazione composta e ardente. La fila si cominciò a piegare, formando lentamente un circolo: di tanto in tanto una donna s’avanzava, staccava due mani unite, le intrecciava alle sue, accresceva la ghirlanda nera e rossa dietro cui si muoveva la frangia delle ombre. E i piedi si sollevavano sempre più svelti, battendo gli uni sugli altri, percuotendo la terra come per svegliarla dalla sua immobilità. «E su! E su!» Anche la fisarmonica suonava più lieta ed agile. Grida di gioia echeggiarono, quasi selvagge, come per domandare al motivo del ballo una intonazione più animata e più voluttuosa. Capitolo IV.

Ecco la striscia coltivata a ceci, pallidi già entro le loro bucce puntute: ecco le siepi di gravi pomidoro lungo il solco umido, ecco un campicello che sembra di narcisi ed è di patate, ecco le cipolline tremule alla brezza come asfodeli, ecco i cavoli solcati dai bruchi verdi luminosi. Nugoli di farfalle bianche e giallognole volavano di qua e di là, posandosi, confondendosi coi fiori dei piselli: le cavallette si staccavano e ricadevano come sbattute dal vento, le api ronzavano lungo le muricce come dorate dal polline dei fiori su cui posavano. Una fila di papaveri s’accendeva tra il verde monotono del campo di fave. E un silenzio grave odoroso scendeva con le ombre dei muricciuoli, e tutto era caldo e pieno d’oblio in quell’angolo di mondo recinto dai fichi d’India come da una muraglia vegetale, tanto che lo straniero, arrivato davanti alla capanna, si buttò, steso sull’erba ed ebbe desiderio di non proseguire il viaggio. Fra una canna e l’altra sopra la collina le nuvole di maggio passavano bianche e tenere come veli di donna; egli guardava il cielo d’un azzurro struggente e gli pareva d’esser coricato su un bel letto dalle coltri di seta. Capitolo IV.

XI lettura terminata


orgoglio_e_pregiudizio_austen.jpegorgolio e pregiudizio di Jane AustinInizio lettura 16.10.2006 – Fine lettura 22.10.2006

Non vi ho trovato passi “memorabili” ma un libro davvero piacevole.

Voto:

“Come stava male Elizabeth Bennet, stamani! Non ho mai visto un cambiamento come il suo da quest’inverno. Si è fatta mora come una contadina. Louisa e io quasi non la riconoscevamo”. Per quanto poco potesse garbare al signor Darcy un simile discorso, si contentò di rispondere freddamente che non aveva notato in lei alcun mutamento, se non una certa abbrozzantura, conseguenza naturale del viaggiare d’estate. Capitolo XLV.

La signorina Bingley era tutta presa dal sorvegliare come procedeva la lettura del signor Darcy, cercando di leggere anche lei nel suo libro; non faceva che rivolgergli domande o guardargli nella pagina. Non riuscì lo stesso a intavolare una conversazione; egli rispondeva alle domande, ma seguitava a leggere. Finalmente, rinunciando all’inutile tentativo di trovare un diletto nel proprio libro, che aveva preso perchè era il secondo volume di quello di lui, fece un bello sbadiglio e disse: “E’ proprio un piacere passare una serata come questa! Dopotutto, bisogna convenire, non vi è piacere uguale a quello della lettura. Tutte le cose vengono a noia; un libro no. Quando avrò una casa mia, sarò infelicissima se non possederò un’ottima biblioteca”. Capitolo XI.

La felicità nel matrimonio è tutta questione di fortuna. Che i due si conoscano prima quanto si vuole e che si trovino quanto si vuole somiglianti è cosa che non aggiungerà nulla alla loro felicità. Continueranno a essere abbastanza diversi da avere la loro parte di dispiaceri: è meglio conoscere meno che sia possibile i difetti della persona con cui si ha da passare la vita. Capitolo VI.

X lettura finita


castello_bianco_orhan_pamuk.jpgIl castello bianco Orhan PamukInizio lettura 13.10.2006 – Terminato il 16.10.2006

Dare un voto a questo libro mi è impossibile. A tratti l’ho trovato “pesante” in altri geniale. Se dovessi usare termini musicali direi che non è un brano di Handel ma piuttosto di Bach dove il contrappunto supera di gran lunga la ricerca di una melodia cantabile.

Sopra un tavolo, nel vassoio intarsiato di madreperla , stavano pesche e ciliege; dietro il tavolo, un sofà di vimini intrecciati dove erano disposti cuscini di piume dello stesso colore verde della cornice delle finestre; lì ero seduto io, a ormai settant’anni; più in la, vedeva un pozzo sul quale si posava un passerotto, ulivi e ciliegi; più oltre, assicurata con lunghe funi a un ramo alto del noce, un’altalena vibrava leggera, sospinta da un vaghissimo alito di vento.

Leggiamoci il neo premio nobel

Lettura non completata


Il Mediterraneo di Fernand  BraudelInizio lettura 11.10.2006 – Interrotta il 13.10.2006

Molto belli i primi 3 capitoli. Poi si trasforma in un saggio “classico”. Mi sono fermato esattamente a metà. Ci vuole lo stato d’animo adatto per un saggio così e in questo periodo non l’ho.

Il pescatore conosce il mare antistante al suo porto come il contadino conosce il territorio del suo villaggio. Gli sono noti tutti i punti in cui è logico trovare la cernia, l’orata, le sogliole o anche il rombo, la triglia, i cefali e il nasello, e sa quando al largo si prendono le sardine e le acciughe (che serviranno anche da esca nella pesca del tonno). Sfrutta il mare come il contadino fa con il suo campo. Non si allontana mai molto dal porto o dalla cala del suo villaggio. Se alza gli occhi, riesce a vedere casa sua. E poi, allontanarsi troppo dalla costa vorrebbe dire abbandonare le acque più pescose. E’ un artigiano, e pesca come si è sempre pescato, con reti, nasse, paranze o alla lampara, “ieri una torcia resinosa, oggi una lampada ad acetilene o a batteria” che si accende di notte: la fonte di luce è mutata , ma il principio rimane lo stesso. Il mare.

Il Mare. Bisogna cercare di immaginarlo, di vederlo con gli occhi di un uomo del passato: come un limite, una barriera che si estende fino all’orizzonte, come un’immensità ossessiva, onnipresente, meravigliosa, enigmatica. Fino a ieri, fino alla nave a vapore i cui primi record di velocità ci paiono oggi risibili – nove giorni di traversata, nel febbraio del 1852, tra Marsiglia e il Pireo -, il mare è rimasto sconfinato, secondo l’antico metro della vela e delle imbarcazioni sempre alla mercè del capriccio dei venti, cui occorrevano due mesi per andare da Gibilterra a Istambul e almeno una settimana, ma spesso due, per raggiungere Algeri partendo da Marsiglia. Da allora il Mediterraneo si è accorciato, restringendosi a poco a poco, ogni giorno di più. Il mare.

Ogni estate, l’aria secca e ardente del Sahara avvolge per intero la distesa marina, travalicandone agevolmente i confini verso nord. Si creano così, al di sopra del Mediterraneo, quei “cieli gloriosi” tanto chiari, quelle sfere di luce e quelle notti costellate di stelle che non hanno eguale nel mondo. Il cielo estivo si vela solo quando, per qualche giorno, si scatenano con il loro carico di sabbia i venti del sud, il camisn o lo scirocco, il “Plumbeus Aster” di Orazio, grigio e pesante come piombo. [...] Il deserto scompare quando interviene l’oceano. A partire da ottobre le depressioni oceaniche, gonfie di umidità, intraprendono i loro viaggi, sesseguendosi da ovest a est. Su di esse premono venti da tutte le direzioni, spingendole avanti e indirizzandole verso oriente. Il mare si incupisce, assume le tonalità grigie del Baltico, oppure, sepolto sotto una coltre di schiuma bianca, sembra ricoprirsi di neve. E si scatenano, terribili, le tempeste. La terra.

E anche le piante. Le credete mediterranee. Ebbene, a eccezione dell’ulivo, della vite e del grano – autoctoni di precocissimo insediamento – sono quasi tutte nate lontano dal mare. Se Erodoto, il padre della storia, vissuto nel V secolo a.C., tornasse e si mescolasse ai turisti di oggi, andrebbe incontro a una sorpresa dopo l’altra. “Lo immagino”, ha scritto Lucien Febvre, “rifare oggi il suo periplo del Mediterraneo orientale. Quanti motivi di stupore! Quei frutti d’oro tra le foglie verde scuro di certi arbusti – arance, limoni, mandarini – non ricorda di averli mai visti nella sua vita. Sfido! Vengono dall’Estremo Orinete, sono stati introdotti dagli arabi. Quelle piante bizzarre dalla sagoma insolita, pungenti, dallo stelo fiorito, dai nomi astrusi – agavi, aloè, fichi d’India -, anche queste in vita sua non le ha mai viste. Sfido! Vengono dall’America. Quei grandi alberi dal pallido fogliame che pure portano un nome greco, eucalipto: giammai gli è capitato di vederne di simili. Sfido! Vengono dall’Australia. E i cipressi, a loro volta sono Persiani. Questo per quanto concerne lo scenario. Ma quante sorprese, ancora, al momento del pasto: il pomodoro, peruviano; la melanzana, indiana; il peperoncino, originario della Guayana; il mais, messicano; il riso dono degli arabi; per non parlare del fagiolo, della patata, del pesco, montanaro cinese divenuto iraniano, o del tabacco”. Tuttavia, questi elementi sono diventati costitutivi del paesaggio mediterraneo: “Una riviera senza aranci, una Toscana senza cipressi, il cesto di un ambulante senza peperoncini… che cosa può esservi di più inconcepibile, oggi per noi? (Lucien Febvre, in “Annales”, XII, 29). Mediterraneo.

Che cos’è il Mediterraneo? Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre. Viaggiare nel mediterraneo significa incontrare il mondo romano in Libano, la preistoria in Sardegna, le città greche in Sicilia, la presenza araba in Spagna, l’Islam turco in Iugoslavia. Significa sprofondare nell’abisso dei secoli, fino alle costruzioni megalitiche di Malta o alle piramidi d’Egitto. Mediterraneo.

Riprende il viaggio. Una crocera nella storia del Mar Mediterraneo.

IX lettura finita


tagliodelboscocassola.jpgIl taglio del bosco di Carlo Cassola

Inizio lettura 10.10.2006 – fine lettura 11.10.2006

Voto:

E’ un breve racconto (una novantina di pagine) molto ben scritto e ricco di quotidianità. Non vi è nulla di straordinario vi è gente normale, non eroi, con i problemi di tutti i giorni, i loro caratteri che non nascondono, il loro faticoso lavoro, le loro storie. Un libro “schietto” dove i personaggi sono capaci di “stupirsi” ancora.

Guglielmo fece tutto un sonno. Quando si svegliò rimase sorpreso del silenzio che regnava fuori. Che fosse tornato il bel tempo? Accese un cerino e guardò l’orologio, che teneva appeso a un chiodo sopra il capo. Era ancora troppo presto per alzarsi. Ma, dopo un quarto d’ora, non reggendo più, si alzò. Sebbene cercasse di fare piano, il ragazzo si svegliò. “Che ore sono?” brontolò assonnato. “E’ ancora presto” rispose sottovoce Guglielmo. “Vado a dare un’occhiata fuori”. Ma la porta non cedeva alla pressione. Guglielmo non si raccapezzava. “Che diamine succede?”. Finalmente, facendo appello a tutte le sue energie, riuscì a smuoverla. “Che diamine è successo?” brontolò ancora, e subito dopo si rese conto della natura dell’ostacolo. Era neve. Albeggiava appena, ma Guglielmo fu in grado di constatare che durante la notte era caduta un’abbondante nevicata. C’era un palmo di neve alto sul suolo. Diresse a caso i suoi passi su quel morbido e cedevole tappeto. Non sapeva se essere contento o no, ma la novità finì per eccitarlo piacevolmente. Dimenticando gl’inconvenienti per la nevicata avrebbe finito col provocare, girò intorno al capanno, affondò le mani nella neve, scrollò un ramo di pino; rise quando sentì il gelo per il collo. Capitolo VII.

La donna sparì dietro la tenda che era in fondo alla stanza, tornandone dopo qualche minuto con una scodella di brodo chiaro in cui nuotavano pochi chicchi di riso. Mise quindi sul tavolo mezzo filone di pane e un quarto di vino. L’uomo prese il pane e cominciò a spezzettarlo minutamente. Versò quindi qualche goccia di vino nella scodella. Infine, con una energica cucchiaiata, rimestò tutto, brodo, vino e pane, e cominciò a mangiare. Capitolo I.

Dalle Alpi, alle Isole incantate del Pacifico, poi in Calabria e ora in Toscana. Qua e la per il mondo in 10 giorni. Fantastici i libri.

La biografia di Carlo Cassola.

VIII lettura terminata


africostajano.jpgAfrico di Corrado Stajano

Inizio lettura 06.10.2006 – fine lettura 10.10.2006

Inchiesta giornalistica d’altri tempi (è del 1979) ma per chi vuole scoprire perchè la questione meridionale è tale da decine di anni è un libro illuminante. Nel finale diventa un pò troppo generico ma la storia di Africo è strepitosa. Imperdibile.

Voto

La chiesa di San Rocco a Gioiosa Jonica è in cima al paese. Una strada stretta in salita sbuca d’improvviso nella piccola piazza della chiesa che può sembrare una delle tante chiese barocche del Mezzogiorno, più impreganata di profumi e gigli e d’incenso che di spirito religioso e di preghiera. Ma una scritta sul portale, “La chiesa è del popolo” fa subito capire che il luogo è fuori tradizione. E lo confermano, all’interno, un cartello appeso sul baldacchino dell’altar maggiore, “Dio ha scelto i poveri” e altre scritte disseminate tra le navate, “Vescovi, Cristo vi ha istituito servitori e non padroni”, “Sono venuto a portare spada e divisione”, “Non c’è chiesa senza libertà”, “Cristo non ha voluto la chiesa come luogo di culto rassicurante”, “Liberaci Signore da ogni compromesso con le forze capitalistico”. Capitolo XIV.

“I Borboni erano venuti a sapere che sul monte Consolino si trovava in libertà la lepre della scienza ed erano convinti che chi mangiava questa lepre diventava sapiente. Arrivarono da Napoli dei signori e diedero la caccia alla lepre della scienza. La trovarono, la uccisero, l’arrostirono e la mangiarono. Tommaso, nascosto diestro un cespuglio, vide e, appena i signori se ne andarono, affamato com’era succhiò le ossa della lepre rimaste per terra. Quando tornò a scuola, tutti rimasero stupefatti perchè conosceva bene ciò che il maestro aveva spiegato mentre era sul monte a far pascolare le pecore. La scienza si trovava infatti non nella carne della lepre, come avevano creduto i signori mandati dal re, ma proprio nelle ossa che il bambino aveva rosicchiato per fame”. L’uso di mangiare la carne e di lasciare le ossa ai bambini affamati si è tramandato con naturalezza. Non viene data importanza al fatto che le ossa contengano la sapienza perchè tra sapienza e potere la classe dominante sceglie sempre il potere, intendendolo evidentemente come la forza sovrana della sapienza. Capitolo IX.

Il prete dicono. La sua presenza è come un’ombra o una luce, perennemente tese o sottintese sulla vita quotidiana del paese di Africo. La sua violenza di intrigo e di speculazione o il suo spirito si servizio, la sua iattanza virile o la sua abilità imprenditoriale, la sua opera di fratellanza o la sua capacità di vendetta, la sua regola di proteggere o la sua volontà di discriminazione dividono i giudizi. “Don Stilo boia”, “Don Stilo assasino”, Don Stilo boia clerico fascista” è scritto sui muri di Africo, di Gioiosa Jonica, di Locri, sulle facciate delle stazioni ferroviarie, sulle case più in vista della statale 106. Ma chi pensa che don Stilo sia un santo in terra difficilmente va a scriverlo sui muri. Capitolo VII.

Un popolo così abbandonato e soprattutto degenerato senza alcuna istruzione religiosa e civile, non poteva tollerare la presenza del sacerdote buono, cattolico. Tollerò solo un sacerdote ribelle che ammazzò la sorella; con una famiglia attorno, di donna e figli! sospeso a divinis dalla Santa Sede Apostolica. E per lui non ebbero reticenze ad assalire con minacce e clamori lo zelantissimo vescovo che, non appena preso possesso della Diocesi, senza paventare pericoli li visitava, con pieno cuore. Povero vescovo, dopo mezz’ora di insulti, doveva tornarsene pienamente amareggiato, alla sua residenza in attesa di occasioni più opportune ad attrarre i disgraziati all’Ovile di Gesù Cristo… Capitolo III.
Non lasciò solo memorie francescane, san Leo, ma ragioni di conflitto tra Africo e Bova: dopo morto, i suoi seguaci africoti ne custodirono il cadavere e i bovesi tentarono più volte di rubarlo fin quando riuscirono: s’impossesasoro a viva forza del corpo e lasciarono agli africoti un dito come reliquia. Capitolo II.
Gli africoti odiano il mare. Un mare quasi sull’uscio di casa, blu carico, con bordi celeste madonna e striature vinose. I villini dei capomastri non sono riusciti ad alterare la natura selvatica della costa e lunghe spiagge sono rimaste immacolate. Tra gli abitanti di Africo Nuovo nessuno possiede una barca e non esiste un marinaio o un pescatore. Andare sulla scogliera verso Bancaleone e guardar giù i sassi bianchissimi che si intravedono sul fondo, esaurisce ogni rapporto col mare. Capitolo I.
Lettura consigliatami dal primo firmatario del libro dei visitatori e presentato poco tempo fa a Damasco su Radiotre.

VII lettura finita


isoleincantatemelville.jpg

Inizio lettura 05.10.2006 – fine lettura 06.10.2006

Lettura piacevole ma che non mi ha entusiasmato più di tanto. Una veloce avventura nelle isole sperdute del Pacifico incontro ad incredibili personaggi.

Voto:

Eretti come uomini ma non altrettanto simmetrici stanno tutt’intorno alla roccia come cariatidi scolpite, sostendo il cornicione immeditamante sopra. I corpi sono grottescamente deformi, i becchi corti, i piedi apparentemente senza gambe, mentre ai fianchi le membra non sono né pinne né ali né braccia. E, in realtà, il pinguino non è né carne né pesce né uccello; come cibo non appartiene né al Carnevale né all quaresima; senza eccezione la più ambigua e la meno amabile delle creature finora scoperte dall’uomo. Per quanto se la cavi in tutti e tre gli elementi e abbia un certo rudimentale diritto a ognuno di essi, in nessuno il pinguino è a casa sua. Sulla terra zoppica, in mare annaspa, in aria precipita. Quasi si vergognasse del suo errore, la Natura tien nascosto questo suo figlio sgraziato ai confini della terra, nello Stretto di Magellano o sull’infimo ripiano marino di Rodondo. Capitolo III.

La mia prima visita avvenne nel grigiore del mattino. Con l’idea di pescare, avevamo calato tre scialuppe, e allontanatici di un paio di miglia dalla nostra nave, ci eravamo trovati, poco prima dell’alba, nell’ombra lunare di Rodondo. Il suo aspetto era ingigantito, anche se ammorbidito, dallo strano, doppio crepuscolo dell’ora. La grande luna piena ardeva bassa a occidente, come un faro mezzo spento, allungando sul mare dolci riflessi velluttati simili a quelli che un fuoco di braci semispente getta a mezzanotte sul camino, mentre a oriente il sole, ancora invisibile, dava pallidi segni del suo prossimo avvento. Il vento era leggero, le onde languide, le stelle brillavano in un certo chiarore, tutta la natura sembrava intorpidita, nella lunga veglia notturna, sospesa a mezzo nella stremata attesa del sole. Era l’ora critica per cogliere Rodondo nel suo umore caratteristico. Il crepuscolo bastava appena a rivelare ogni punto saliente, senza sollevare il velo misterioso dell’incanto. Capitolo III.

Le parti della costa libere dal marchio del fuoco dilagano in vaste spiagge piene d’innumerevoli conchiglie morte con qua e là avanzi di canne da zucchero, di bambù e di noci di cocco, trasportate in quest’altro e più oscuro mondo dalle ridenti isole di palme a ponente e a mezzogiorno, lungo tutta la strada dal Paradiso all’Inferno; mentre mescolati ai detriti di una lontana bellezza, si vedono a volte frammenti di legno carbonizzato o costole marcescenti di navi colate a picco. Ne ci si meraviglierà d’imbattersi in queste ultime, quando si siano osservate le correnti contrastanti che turbinano in quasi tutti i vasti canali dell’arcipelago. La capricciosità delle correnti d’aria si alza con quelle delle correnti marine. In nessun altro luogo il vento è così leggero, sconcertante, traditore e gravido di preoccupanti bonacce. Capitolo I.

Lettura di “passaggio” di un autore che non conosco.

VI lettura terminata


barnabodellemontagne.jpgInizio lettura 04.10.2006 – Fine lettura 05.10.2006

Uno dei più libri più belli che abbia mai letto. Una poesia di un innamorato della montagna. Libro commuovente e da leggere assolutamente.

Voto:

Il cielo, prima di notte, si è voltato al cattivo tempo con densi strati di nubi. Tutto è rimasto quieto, attorno alla Casa nuova. Scricchiolii nei legni del tetto. Un calabrone che si ostina su e giù tra le erbe della radura. Deboli soffi di vento che sfiorano la foresta. Un uccello si è poi messo a cantare al limite della spianata. Gli uomini sono giù al paese; sono dietro a giocare alle bocce, camminano per la piazza, chiaccherano tranquilli. Ogni tanto qualche risata. L’orologio suona le cinque. Lo squillo della campana si allarga oltre il paese, si avanza attraverso i boschi, ma sempre più affievolito. Già prima della Casa nuova è stanco e si deve fermare, impigliato in mezzo ai rami. Capitolo XXI.

Si sente la voce di Marden, dall’interno della baracchetta, che si è messo cantare. Le montagne si sono fatte nere e si perdono tra le nubi che conservano ancora un pò di luce. Fornioi e Molo tacciono. Si ode nel gran silenzio il canto del compagno mentre la luce del fuoco ondeggia nella piccola finestra. Poi la voce si interrompe. Si è già svegliato il vento notturno, ma Molo e Fornioi rimangono davanti alla Polveriera. Giunge fino a loro il rumore delle raffiche contro lo spigolo del Palazzo. Da anni e anni verso quell’ora c’è sempre questa solita voce. Tutti i guardiaboschi la conoscono e nessuno più ci bada, sebbene assomigli talora a un grido umano. Ma che stasera si sfoghi pure. Domani non ci sarà più nessuno a sentirla. Domani sera nessun canto tra le ghiaie della Polveriera, nessuna luce nella baracchetta. Poi, dentro alla capanna comincerà a filtrare la pioggia, sarà prima una goccia che batterà sul pavimento, poi le assi marciranno. Capitolo XVI.

Allora con uno sforzo la cornacchia si getta fuori dal davanzale, fino a raggiungere il ramo di un pero. Da questo punto, verso il Nord, si vede la bassa catena delle prime montagne con sopra cumuli bianchi trionfali, raggelati dalla sera. Tenendo la testa da quel lato la bestia si mette a gracchiare con lunghe grida. E’ la voce di quattro anni prima, la stessa che era risuonata nella foresta dopo il misterioso colpo di fucile e che era salita anche tra le pareti altissime, rimandata di eco in eco. E’ forse il primo istinto che si risveglia; forse un richiamo alle grandi crode, alle foreste lontane e ai compagni scomparsi. Attorno è la verde campagna nella larghissima pianura. Si vede la cornacchia scuotersi improvvisamente, poi riprendere i colpi d’ala, alzarsi a poco a poco nell’aria, allontanarsi sempre di più. Una fuga disperata verso le nubi del settentrione. La bestia si fa sempre più piccola finchè si perde all’orizzonte. Ma ancora per un pezzo echeggia lamentoso quel grido. Capitolo XIV.

Bertòn continua a guardare le crode. Una piccola nube urta contro la cima della Pagossa, vorrebbe forse fermarsi ma il vento la spinge via. Rimane attaccato alla vetta un lembo di nebbia, pare un fumo, bianchissimo contro il cielo. La nuvola è già molto lontana ma ancora quel soffio candido non si è dissipato. Il sole scende adagio, Bertòn sente avvicinarsi la sera. Capitolo IX.

Dodici guardiaboschi, con un cappello verde, su cui qualcuno mette una piccola piuma. Sulla giacca un distintivo che rappresenta lo stemma del paese. Il capoguardia, Antonio Del Colle, con i baffi bianchi è già ormai vecchiotto, ma si arrampica ancora bene per le montagne, porta i carichi e quando spara il fucile, nessuno l’ha mai visto sbagliare. Il suo schioppo inglese è sempre chiuso nella custodia di cuoio. Sulle canne c’è disegnato un serpente che si attorciglia fino alla bocca. Di solito Del Colle ne adopera un altro, un fucilazzo da non aver tanti riguardi, che aveva trovato nella sua casa. Del Colle è piccolo di statura; lo si vede bene da lontano con il suo passetto dondolante; si ferma ogni tanto a guardare. E’ vecchio, lui, della montagna; vede le malattie degli abeti, conosce il canto di tutti gli uccelli, ricorda tutte le più piccole strade. Sente il cattivo tempo che si avvicina. Capitolo I.

Uno dei più bei incipit che abbia mai letto: “Nessuno si ricorda quando fu costruita la casa dei guardiaboschi del paese di San Nicola, nella Valle delle Grave, detta anche casa dei Marden. Da quel punto partivano cinque sentieri che si addentravano nella foresta. Il primo scendeva giù per la valle cerso San Nicola e a poco a poco diventava una vera strada. Gli altri quattro salivano fra i tronchi, sempre più incerti e sottili, fino che non rimaneva più che il bosco, con gli alberi secchi rovesciati per terra e tutte le sue vecchissime cose. E sopra a Nord, c’erano le bianche ghiaie che fasciano le montagne. Il sole si leva dalle grandi cime, gira sopra la casa dei Marden e tramonta dietro il Col Verde. Soffia il vento della sera, portando via un’altra giornata.” Capitolo I.

Il deserto dei tartari mi ha colpito molto. Di questo libro ho solo sentito recitare alcuni passi per radio che mi hanno incuriosito. Vi saprò dire.

V lettura finita


Monte Cinque CoelhoInizio lettura 02.10.2006 – fine lettura 04.10.2006

Voto:

Libro di agevole lettura e interessante.

Il sito dell’autore

La biografia

Il sacerdote sapeva che, fra tutte le armi di distruzione che l’uomo era stato capace di inventare, la più terribile, e la più potente, era la parola.

“Ogni uomo ha il diritto di dubitare, del proprio compito, e di abbandonarlo, di tanto in tanto. L’unica cosa che non può fare è dimenticarlo. Chi non dubita di se stesso è indegno, perchè confida ciecamente nella propria capacità, e pecca di orgoglio. Benedetto colui che attraversa momenti di indecisione”.

Sarà una rilettura di qualche anno fa.

IV lettura finita


Fahrenheit 451

Inizio lettura 30.09.2006 – fine lettura 02.10.2006
Scritto nel 1951. Libro davvero profetico!!!

Voto:

com’è scritto:

Idee:

Libro da leggere!!!

C’era un buffissimo uccello, chiamato Fenice, nel più remoto passato, prima di Cristo, e questo uccello ogni quattro o cinquecento anni si costruiva una pira e ci s’immolava sopra. Ma ogni volta che vi si bruciava, rinasceva subito poi dalle sue stesse ceneri, per ricominciare. E a quanto sembra, noi esseri umani non sappiamo fare altro che la stessa cosa, infinite volte, ma abbiamo una cosa che la fenice non ebbe mai. Sappiamo la colossale sciocchezza che abbiamo appena fatta. Conosciamo bene tutte le innumerevoli assurdità commesse in migliaia di anni e finchè sapremo di averle commesse e ci sforzeremo di saperlo, un giorno o l’altro la smetteremo di accendere i nostri fetenti roghi e di saltarci sopra.

“Ho votato, alle ultime elezioni, come ogni altra naturalmente, a favore della linea politica per presidente Noble. Per me è uno degli uomini più belli che siano diventati presidenti!”. “Oh, ma quello che gli avevano dato come antagonista, allora?”. “Bè, non direi che fosse poi una gran bellezza! era piuttosto basso di statura, innanzi tutto, un tipo insignificante direi, poi non rideva bene e spesso era anche spettinato”.
Il televisore è “reale”, è immediato, ha dimensioni. Vi dice lui quello che dovete pensare, e ve lo dice con voce di tuono. Deve aver ragione, vi dite: sembra talmente che l’abbia! Vi spinge con tanta rapidità e irruenza alle sue conclusioni che la vostra mente non ha tempo di protestare, di dirsi: “quante sciocchezze!”.

… l’uomo del diciannovesimo secolo coi suoi cavalli, i sui cani, carri, carrozze, dal moto generale lento. Poi, nel ventesimo secolo, il moto si accellera notevolmente. I libri si fanno più brevi e sbrigativi. Riassunti. Scelte. Digesti. Giornali tutti titoli e notizie, le notizie riassunte nei titoli. Tutto viene ridotto a pastone, a trovata sensazionale, a finale esplosivo.

E ho pensato ai libri. E per la prima volta mi sono accorto che dietro ogni libro c’è un uomo. Un uomo che ha dovuto pensarli. Un uomo a cui è occorso molto tempo per scriverli, per buttare giù tante parole sulla carta.

Un’ora di lezione davanti alla Tv, un’ora di pallacanestro, o di baseball o di footing, un’altra ora di storia riassunta o di riproduzione di quadri celebri e poi ancora sport, ma capite, non si fanno domande, o almeno quasi nessuno le fa; loro hanno già le risposte pronte, su misura…

Quando parlo, voi mi guardate. Quando dissi non so più che cosa della luna, avete guardato la luna la notte passata. Gli altri non farebbero mai così. Gli altri se ne andrebbero di punto in bianco, piantandomi in asso con le mie chiacchere. O mi farebbero delle minacce. Nessuno ha più tempo per gli altri.
Perchè questo libro? Al di là della notorietà del libro e dei commenti degli amici mi incuriosisce questo mondo senza libri. Dopo 15 classici un salto nella fantascienza.